Volgerassi senza armatura

 Volgerassi senza armatura

Tutti in una sentenzia dicevano: «come s'armerà?» e ritornando lui sempre in su quello: «volgerassi senza armatura»

A. Manetti, Vita di Filippo di Ser Brunellesco

 

 

 

Istruzione opzione per la crescita, ad ogni latitudine

Istruzione 02report scuola Commissione Ue 675Why American parent’s can’t afford to relax

American parents are often told to be more like Scandinavians and encourage free play and discovery. But what many don’t realize is that a lot of the way they raise theri children in dictated by economics.

Within the industrialized world, the U.S. has the higest income inequality. Education plays a big role: colege-educated workers earn about twice as mich on overage as their less-educated peers. Compare this with Sweden, where economic inequality is much lower, admissions are less competitive, and the gap is earnings between those who attend college and those who attend college and those who attend college and those who don’t is narrower.

Istruzione 01istruzione i trend del 2016 e le previsioni per il 2017 di getting smartIf some of the choices of parents in the U.S. seem overly invasive, this merely reflects the high stakes in educational achievement.

Instead of critiquing parents, Americans should press for policy changes, including access to high-quality preschool for all children, more-equal school funding and investiments in vocational training. Only if they succeed will parents be able to embrace a more relaxed approach to raising yheir kids.

Matthias Doepke (Northwestern University Department of Economics)

and Fabrizio Zilibotti (Tuntex Professor of International and Development Economics)

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Da Time del 18 marzo 2019

«La riflessione è: così sono i Karamazov, così siamo noi» Glauco Mauri

Glauco Mauri Karamazov«NEL ’52 ero alla Pergola coi Karamazov e quella volta ero il giovane, tra giganti come Benassi, la Brignone, Santuccio. Oggi, anno 2018 per me è un bel ritorno: perché amo il Teatro della Pergola e adoro stare nel camerino numero 1. E non posso dimenticare il grande Alfonso Spadoni, direttore di un modo di fare teatro che non c’è più, che mi omaggiò con un premio: la Chiave aurea». Imperdibile spettacolo con personaggio unico, fino a domenica 3 febbraio in scena, debutta in prima nazionale alla Pergola «I Fratelli Karamazov» di Dostoevskij con il re del teatro italiano, Glauco Mauri. Con lui da 38 anni un altro ottimo inteprete, Roberto Sturno: entrambi diretti da Matteo Tarasco. Un inferno dantesco, una comédie humaine alla russa, dove bestie umane si agitano sulla scena del mondo, dove denaro, fango, sangue scorrono insieme. Un capolavoro che ci restituisce il coraggio di essere nuovamente eloquenti e profondamente umani.

Mauri, qual è il messaggio attuale di un autore immenso come Dostoevskij?

«Che non giudica mai i suoi personaggi e racconta la vita anche nei suoi aspetti più negativi con sempre una grande pietà per quell’essere meraviglioso, e a volte orrendo, che è l’essere umano. Dostoevskij è il poeta dell’animo e anche da una terribile storia riesce, comunque, a donarci bellezza e poesia».

La battuta dei Karamazov?

«‘Dio e Satana sono sempre in lotta e il loro campo di battaglia il cuore degli uomini’. Io la considero la tenera pietà del vivere dell’uomo. Dico che per approssimazione sono il simbolo della società di oggi dove anche l’amore diventa un fatto delittuoso e gli uomini non hanno più la capacità di capirsi. Mentre il segreto sarebbe parlare».

Perché riproporre un testo così?

Glauco Mauri Karamazov 02«Contiene tanti punti interrogativi, cose che mettono in agitazione e fanno pensare alla modernità. In testi come questo ritroviamo tutti gli interrogativi che servono agli uomini di oggi. La famiglia Karamazov è devastata da litigi, violenze, incomprensioni, da un odio che può giungere al delitto. Vedi i classici? Oggi come oggi appare, purtroppo, quasi un esempio di questa nostra società così incline all’incapacità di comprendersi e di aiutarsi».

E l’amore?

«Anche questo sentimento spesso viene distorto in un desiderio insensato di violenza. La riflessione è: così sono i Karamazov, così siamo noi».

Il sodalizio con Sturno?

«Insieme abbiamo questa meravigliosa responsabilità di salire sul palco e raccontare le favole. Formiamo compagnia da quasi quarant’anni, lui era un ragazzo. E’ un sodalizio non solo artistico, ma un’amicizia che dura da anni: i suoi figli sono i miei nipoti veri».

Negli anni è diventato più bello lo sa ?

(Sorride) «No che non lo so, dici? Non ci ho mai pensato nè fatto caso. Guardandomi allo specchio mi accorgo solo del tempo che passa».

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Da: La Nazione del 31 gennaio 2019, di TITTI GIULIANI FOTI.

Non occorre essere in molti per cambiare la nostra vita: basta che il sale e il lievito non si snaturino.

Blog PapaFrancesco EDC SantaSedeLa Santa Sede

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI PARTECIPANTI ALL'INCONTRO "ECONOMIA DI COMUNIONE",

PROMOSSO DAL MOVIMENTO DEI FOCOLARI

Aula Paolo VI

Sabato, 4 febbraio 2017

Cari fratelli e sorelle,

sono lieto di accogliervi come rappresentanti di un progetto al quale sono da tempo sinceramente interessato. A ciascuno di voi rivolgo il mio saluto cordiale, e ringrazio in particolare il coordinatore, Prof. Luigino Bruni, per le sue cortesi parole. E ringrazio anche per le testimonianze.

Economia e comunione. Due parole che la cultura attuale tiene benBlog PapaFrancesco EDC ChiaraLubich separate e spesso considera opposte. Due parole che voi invece avete unito, raccogliendo l’invito che venticinque anni fa vi rivolse Chiara Lubich, in Brasile, quando, di fronte allo scandalo della diseguaglianza nella città di San Paolo, chiese agli imprenditori di diventare agenti di comunione. Invitandovi ad essere creativi, competenti, ma non solo questo. L’imprenditore da voi è visto come agente di comunione. Nell’immettere dentro l’economia il germe buono della comunione, avete iniziato un profondo cambiamento nel modo di vedere e vivere l’impresa. L’impresa non solo può non distruggere la comunione tra le persone, ma può edificarla, può promuoverla. Con la vostra vita mostrate che economia e comunione diventano più belle quando sono una accanto all’altra. Più bella l’economia, certamente, ma più bella anche la comunione, perché la comunione spirituale dei cuori è ancora più piena quando diventa comunione di beni, di talenti, di profitti.

Pensando al vostro impegno, vorrei dirvi oggi tre cose.

La prima riguarda il denaro. È molto importante che al centro dell’economia di comunione ci sia la comunione dei vostri utili. L’economia di comunione è anche comunione dei profitti, espressione della comunione della vita. Molte volte ho parlato del denaro come idolo. La Bibbia ce lo dice in diversi modi. Non a caso la prima azione pubblica di Gesù, nel Vangelo di Giovanni, è la cacciata dei mercanti dal tempio (cfr 2,13-21). Non si può comprendere il nuovo Regno portato da Gesù se non ci si libera dagli idoli, di cui uno dei più potenti è il denaro. Come dunque poter essere dei mercanti che Gesù non scaccia? Il denaro è importante, soprattutto quando non c’è e da esso dipende il cibo, la scuola, il futuro dei figli. Ma diventa idolo quando diventa il fine. L’avarizia, che non a caso è un vizio capitale, è peccato di idolatria perché l’accumulo di denaro per sé diventa il fine del proprio agire. E’ stato Gesù, proprio Lui, a dare categoria di “signore” al denaro: “Nessuno può servire due signori, due padroni”. Sono due: Dio o il denaro, l’anti-Dio, l’idolo. Questo l’ha

detto Gesù. Allo stesso livello di opzione. Pensate a questo.

Quando il capitalismo fa della ricerca del profitto l’unico suo scopo, rischia di diventare una struttura idolatrica, una forma di culto. La “dea fortuna” è sempre più la nuova divinità di una certa finanza e di tutto quel sistema dell’azzardo che sta distruggendo milioni di famiglie del mondo, e che voi giustamente contrastate. Questo culto idolatrico è un surrogato della vita eterna. I singoli prodotti (le auto, i telefoni…) invecchiano e si consumano, ma se ho il denaro o il credito posso acquistarne immediatamente altri, illudendomi di vincere la morte.

Si capisce, allora, il valore etico e spirituale della vostra scelta di mettere i profitti in comune. Il modo migliore e più concreto per non fare del denaro un idolo è condividerlo, condividerlo con altri, soprattutto con i poveri, o per far studiare e lavorare i giovani, vincendo la tentazione idolatrica con la comunione. Quando condividete e donate i vostri profitti, state facendo un atto di alta spiritualità, dicendo con i fatti al denaro: tu non sei Dio, tu non sei signore, tu non sei padrone! E non dimenticare anche quell’alta filosofia e quell’alta teologia che faceva dire alle nostre nonne: “Il diavolo entra dalle tasche”. Non dimenticare questo!

La seconda cosa che voglio dirvi riguarda la povertà, un tema centrale nel vostro movimento. Oggi si attuano molteplici iniziative, pubbliche e private, per combattere la povertà. E tutto ciò, da una parte, è una crescita in umanità. Nella Bibbia i poveri, gli orfani, le vedove, gli “scarti” della società di quei tempi, erano aiutati con la decima e la spigolatura del grano. Ma la gran parte del popolo restava povero, quegli aiuti non erano sufficienti a sfamare e a curare tutti. Gli “scarti” della società restavano molti. Oggi abbiamo inventato altri modi per curare, sfamare, istruire i poveri, e alcuni dei semi della Bibbia sono fioriti in istituzioni più efficaci di quelle antiche. La ragione delle tasse sta anche in questa solidarietà, che viene negata dall’evasione ed elusione fiscale, che, prima di essere atti illegali sono atti che negano la legge basilare della vita: il reciproco soccorso.

Ma – e questo non lo si dirà mai abbastanza – il capitalismo continua a produrre gli scarti che poi vorrebbe curare. Il principale problema etico di questo capitalismo è la creazione di scarti per poi cercare di nasconderli o curarli per non farli più vedere. Una grave forma di povertà di una civiltà è non riuscire a vedere più i suoi poveri, che prima vengono scartati e poi nascosti.

Gli aerei inquinano l’atmosfera, ma con una piccola parte dei soldi del biglietto pianteranno alberi, per compensare parte del danno creato. Le società dell’azzardo finanziano campagne per curare i giocatori patologici che esse creano. E il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia!

L’economia di comunione, se vuole essere fedele al suo carisma, non deve soltanto curare le vittime, ma costruire un sistema dove le vittime siano sempre di meno, dove possibilmente esse non ci siano più. Finché l’economia produrrà ancora una vittima e ci sarà una sola persona scartata, la comunione non è ancora realizzata, la festa della fraternità universale non è piena.

Bisogna allora puntare a cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale. Imitare il buon samaritano del Vangelo non è sufficiente. Certo, quando l’imprenditore o una qualsiasi persona si imbatte in una vittima, è chiamato a prendersene cura, e magari, come il buon samaritano, associare anche il mercato (l’albergatore) alla sua azione di fraternità. So che voi cercate di farlo da 25 anni. Ma occorre agire soprattutto prima che l’uomo si imbatta nei briganti, combattendo le strutture di peccato che producono briganti e vittime. Un imprenditore che è solo buon samaritano fa metà del suo dovere: cura le vittime di oggi, ma non riduce quelle di domani.

Per la comunione occorre imitare il Padre misericordioso della parabola del figlio prodigo e attendere a casa i figli, i lavoratori e collaboratori che hanno sbagliato, e lì abbracciarli e fare festa con e per loro – e non farsi bloccare dalla meritocrazia invocata dal figlio maggiore e da tanti, che in nome del merito negano la misericordia. Un imprenditore di comunione è chiamato a fare di

tutto perché anche quelli che sbagliano e lasciano la sua casa, possano sperare in un lavoro e in un reddito dignitoso, e non ritrovarsi a mangiare con i porci. Nessun figlio, nessun uomo, neanche il

 più ribelle, merita le ghiande.

Infine, la terza cosa riguarda il futuro. Questi 25 anni della vostra storia dicono che la comunione e l’impresa possono stare e crescere insieme. Un’esperienza che per ora è limitata ad un piccolo numero di imprese, piccolissimo se confrontato al grande capitale del mondo. Ma i cambiamenti nell’ordine dello spirito e quindi della vita non sono legati ai grandi numeri. Il piccolo gregge, la lampada

, una moneta, un agnello, una perla, il sale, il lievito: sono queste le immagini del Regno che incontriamo

 nei Vangeli. E i profeti ci hanno annunciato la nuova epoca di salvezza

indicandoci il segno di un bambino, l’Emmanuele, e parlandoci di un “resto” fedele, un piccolo gruppo.

Blog PapaFrancesco EDC LuiginoBruni Il grande lavoro da svolgere è cercare di non perdere il “principio attivo” che li anima: il sale non fa il suo mestiere crescendo in quantità, anzi, troppo sale rende la pasta salata, ma salvando la sua “anima”, cioè la sua qualità. Tutte le volte che le persone, i popoli e persino la Chiesa hanno pensato di salvare il mondo crescendo nei numeri, hanno prodotto strutture di potere, dimenticando i poveri. Salviamo la nostra economia, restando semplicemente sale e lievito: un lavoro difficile, perché tutto decade con il passare del tempo. Come fare per non perdere il principio attivo, l’ “enzima” della comunione?

Quando non c’erano i frigoriferi, per conservare il lievito madre del pane si donava alla vicina un po’ della propria pasta lievitata, e quando dovevano fare di nuovo il pane ricevevano un pugno di pasta lievitata da quella donna o da un’altra che lo aveva ricevuto a sua volta. È la reciprocità. La comunione non è solo divisione ma anche moltiplicazione dei beni, creazione di nuovo pane, di nuovi beni, di nuovo Bene con la maiuscola. Il principio vivo del Vangelo resta attivo solo se lo doniamo, perché è amore, e l’amore è attivo quando amiamo, non quando scriviamo romanzi o quando guardiamo telenovele. Se invece lo teniamo gelosamente tutto e solo per noi, ammuffisce e muore. E il Vangelo può ammuffirsi. L’economia di comunione avrà futuro se la donerete a tutti e non resterà solo dentro la vostra “casa”. Donatela a tutti, e prima ai poveri e ai giovani, che sono quelli che più ne hanno bisogno e sanno far fruttificare il dono ricevuto! Per avere vita in abbondanza occorre imparare a donare: non solo i profitti delle imprese, ma voi stessi. Il primo dono dell’imprenditore è la propria persona: il vostro denaro, seppure importante, è troppo poco. Il denaro non salva se non è accompagnato dal dono della persona. L’economia di oggi, i poveri, i giovani hanno bisogno prima di tutto della vostra anima, della vostra fraternità rispettosa e umile, della vostra voglia di vivere e solo dopo del vostro denaro.

Il capitalismo conosce la filantropia, non la comunione. È semplice donare una parte dei profitti, senza abbracciare e toccare le persone che ricevono quelle “briciole”. Invece, anche solo cinque pani e due pesci possono sfamare le folle se sono la condivisione di tutta la nostra vita. Nella logica del Vangelo, se non si dona tutto non si dona mai abbastanza. Queste cose voi le fate già. Ma potete condividere di più i profitti per combattere l’idolatria, cambiare le strutture per prevenire la creazione delle vittime e degli scarti; donare di più il vostro lievito per lievitare il pane di molti. Il “no” ad un’economia che uccide diventi un “sì” ad una economia che fa vivere, perché condivide, include i poveri, usa i profitti per creare comunione.

Vi auguro di continuare sulla vostra strada, con coraggio, umiltà e gioia. «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7). Dio ama i vostri profitti e talenti donati con gioia. Lo fate già; potete farlo ancora di più.

Vi auguro di continuare ad essere seme, sale e lievito di un’altra economia: l’economia del Regno, dove i ricchi sanno condividere le loro ricchezze, e i poveri sono chiamati beati. Grazie. 

 

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/february/documents/papa-francesco_20170204_focolari.html

"Search Engine Results Page" tra diritto all'oblio e deindicizzazione - I limiti entro i quali il Garante per la protezione dei dati personali tutela il diritto all'oblio

Sentenza GoogleSecondo nozione di comune esperienza la tecnologia applicata ai sistemi di comunicazione digitale fonda un’esigenza di tutela dell’identità personale legata alle diffusione, tendenzialmente illimitata, dei contenuti e della rintracciabilità degli stessi da parte di una comunità potenzialmente indeterminata di persone. Per tali motivi potrebbe tuttavia crearsi una confusione tra il Diritto all’oblio”, ossia il diritto di essere sostanzialmente cancellati alla conoscenza che altri ne possano avere, anche rispetto alla produzione precedente all’intervento giurisdizionale, e la deindicizzazione”, ossia l’operazione tecnologica mediante la quale, stante la rimozione dalla piattaforma informatica dei link veicolo dell'informazione on line, si ottiene di risultare sostanzialmente irrintracciabili sul web unitamente ai contenuti con i quali vi si era stati inseriti.

Questa distinzione ha identificato il Tribunale di Milano, nella sentenza 7846 del 05 settembre 2018, nel dirimere la controversia tra Google LLC e Google Italy srl contro il Garante per la protezione dei dati personali, con riferimento al provvedimento 557 del 21 dicembre 2017 con il quale l’Autorità Garante aveva ordinato «la rimozione del motore di ricerca Google di una lista di link (…) contenenti notizie asseritamene false e lesive della dignità e reputazione del ricorrente».

La posizione di Google era molto chiara: l’ordine di deindicizzazione globale oltrepassava i limiti propri dellaDirettiva 95/46/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati, impedendo di «operare quel bilanciamento tra diritto all’oblio e libertà di informazione, che doveva avvenire sulla base delle leggi applicabili in ciascuno stato membro». Alla base di questa vicenda è il concetto di SERP acronimo di Search Engine Results Page ossia la pagina di risultati prodotti dal motore di ricerca: la SERP offre la totalità dei riferimenti che, attraverso anche solo l’inserimento di un nome, consente agli utenti di essere successivamente reindirizzati a tutti i contenuti informativi disponibili connessi a quel nome.

L'originario ricorrente al Garante ha «richiesto al motore di ricerca di rimuovere i contenuti (...)dall’elenco dei risultati generati durante la ricerca con nome e cognome dell’interessato, e dopo aver ricevuto una risposta parzialmente negativa, ha fatto valere le proprie istanze anche nei confronti del Garante» che lo ha invece pienamente accontentato. Il Tribunale di Milano, chiamato a decidere, chiarisce che il motore di ricerca «non persegue interessi pubblici ma (come, condivisibilmente scrive la Corte di Giustizia nella sentenza» n. 131 del 13 maggio 2014 (Google Spain e Google In. Contro Agenzia Espanola de Proteccion de datos (AEPD) e Mario Costeja Gonzalez) «un semplice interesse economico e non può, pertanto, esercitare compiti di bilanciamento di diritti di rango costituzionale, quali il diritto all’onore e il diritto alla libertà di espressione». A fronte di tutto ciò il diritto all’identità personale «piuttosto che un autonomo diritto della personalità sub specie di diritto all’oblio costituisce un aspetto del diritto all'identità personale, segnatamente del diritto alla dis-associazione del proprio nome da un dato risultato di ricerca. Il c.d. ridimensionamento della propriavisibilità telematica, difatti, rappresenta un aspetto funzionale del diritto all’identità personale, diverso dal diritto ad essere dimenticato, che coinvolge e richiede una valutazione di contrapposti interessi: quello dell’individuo a non essere (più) trovato on line e quello del motore di ricerca (nel senso poco sopra specificato)».

In tema di bilanciamento degli interessi coinvolti, nel caso deciso dal Tribunale di Milano, è rimasto accertato «l’interesse pubblico alla conoscenza di vicende relative ad un docente universitario candidato alle elezioni politiche» e, specificamente, «candidato alle ultime elezioni politiche nel Centro e nel Nord America» avuto riguardo al fatto che «le esternazioni negative e i commenti personali spiacevoli» nei confronti del candidato medesimo non potevano «ritenersi inesatte in termini reali» come anche emerso da inchieste giornalisticherispetto a «numerosissime circostanze che non consentono di escludere – prima di un’attenta verifica in sede giudiziaria – la sussistenza dei requisiti previsti dalla disciplina in materia di trattamento dei dati personali». Per effetto di questa ricostruzione, in fatto e in diritto, con la chiara distinzione tra diritto all'identità personale e diritto all'oblio, da unaparte, e deindicizzazione globale, dall’altra, il Tribunale di Milano ha disposto la revoca del provvedimento adottato del Garante ritenendo infondata la deindicizzazione globale così come originariamente richiesta dall’interessato.

https://www.prontoprofessionista.it/articoli/search-engine-results-page-tra-diritto-alloblio-e-deindicizzazione.html

"La povertà, per noi, è la libertà di servire i più poveri tra i poveri"

Inedito

«Quando conosceremo veramente i piccoli e i deboli, potremo sperimentare la speranza che sanno donare». Il discorso che la Missionaria della carità tenne ai giovani nel suo primo viaggio a Milano, nel 1973     

MADRE TERESA

Sito Madre TeresaI poveri sono la nostra gioia

MADRE TERESA DI CALCUTTA

Sono riconoscente a Dio di avermi dato questa possibilità di ringraziare ognuno di voi e l’intera città di Milano per quell’amore e quella premura che avete dimostrato attraverso tutti quei missionari che da qui sono venuti ad aiutare la nostra gente in India.

Sono molti i missionari di Milano che hanno consacrato e dedicato le loro vite al servizio dei loro fratelli in India e in altre parti del mondo. Le mie suore, le Missionarie della Carità, e così pure i Fratelli Missionari della Carità, hanno offerto le loro vite per portare ai poveri l’amore di Cristo – un amore che si esprime mediante il loro servizio – e per dimostrare loro che Dio li ama.

La vita vissuta dalle nostre suore e dai nostri fratelli è il frutto di quell’unione con Dio che nasce dalla preghiera e dalla fedeltà ai voti che hanno professato. La nostra attività, il nostro lavoro, il nostro servizio ai poveri non sono che l’espressione concreta del nostro amore per Dio.

Nell’intento di portare un po’ di sollievo alla vita dei poveri, noi scegliamo liberamente di essere poveri come loro, in modo da poter comprendere la loro povertà. La povertà, per noi, è la libertà di servire i più poveri tra i poveri.

Abbiamo bisogno della vita di preghiera per essere capaci di vedere Cristo sotto le sembianze del volto sfigurato dei poveri. La vita religiosa che cerchiamo di vivere è intessuta con la vita di Gesù nel Santissimo Sacramento. Cominciamo la giornata con la Messa e la Santa Comunione e la concludiamo con l’adorazione del Santissimo Sacramento. Ogni ora di adorazione ha rafforzato in noi l’amore che abbiamo l’una per l’altra e l’amore verso i poveri. Non soltanto scegliamo di vivere la povertà, ma anche una completa obbedienza, abbandonandoci completamente a Dio per fare la sua volontà, secondo le parole di Gesù: «Sono venuto a fare la volontà del Padre mio».

Cristo è stato il primo missionario della carità. Il servizio che offriamo è un lavoro umile tra i più poveri dei poveri. Non riteniamo che sia una perdita di tempo spendere l’intera nostra vita sfamando gli affamati, vestendo gli ignudi, assistendo i malati, dando una casa ai senza tetto, insegnando agli ignoranti, amando chi non è amato, accettando chi non è voluto, perché Gesù ha detto: «Voi l’avete fatto a me».

Questo è il motivo per cui in molte zone dell’India abbiamo case per i moribondi e per i malati, ci prendiamo cura di più di 46.000 lebbrosi, abbiamo case per bambini abbandonati e molte altre attività che ci permettono di rimanere in contatto con i più poveri tra i poveri.

In molti Paesi fuori dall’India non abbiamo incontrato questa povertà e questa miseria materiali, ma in Europa e in America dedichiamo il nostro servizio a quelli che consideriamo i più poveri tra i poveri spiritualmente, e questi sono coloro che non sono amati, non sono voluti, non sono assistiti, persone che nessuno ama.

La malattia più grave, oggigiorno, non è la lebbra o la tubercolosi, ma la solitudine, il sentirsi ignorati, non amati, non voluti. Questa è la causa di tanti disordini, divisioni e guerre che oggi ci affliggono.

Ed è per questo che tutti noi, non soltanto noi che portiamo il nome e che cerchiamo di vivere la vita dei missionari della carità, ma anche ciascuno di voi qui presenti e ogni persona nel mondo, tutti dovremmo diventare missionari della carità e portare l’amore di Cristo prima di tutto nella nostra famiglia e poi al vicino, così da estendere la pace in tutto il mondo. Le nostre suore hanno bisogno l’una dell’altra: la vita di comunità è necessaria perché, prima di tutto, dobbiamo saper riconoscere Cristo in ciascuna di noi per poter poi essere capaci di continuare a riconoscerlo nel Povero. Dobbiamo conoscerci profondamente, amarci sinceramente e servirci reciprocamente con generosità e delicatezza. Insieme preghiamo, insieme viviamo, insieme amiamo per essere capaci, come dice san Paolo, di «completare quello che manca alle sofferenze di Cristo». Il nostro pregare insieme è la nostra forza, il nostro lavorare insieme è la nostra gioia e il nostro servire i poveri insieme è la luce che Cristo porta oggi al mondo per mezzo di noi. Lo Spirito della nostra congregazione è un abbandono totale a Dio, una fiducia amorosa l’una nell’altra e una gioia da condividere con tutti. I poveri hanno bisogno di quella gioia che Gesù è venuto a portare nel mondo. Il tema di questo incontro è «I poveri sono speranza». La speranza non è altro che gioia. Quando veramente conosceremo i poveri, potremo sperimentare la gioia che loro sanno donare.

(per i testi di Madre Teresa: © Mother Teresa of Calcutta Center © EMI, 2016)

Per la lettura integrale dell’articolo cfr. Avvenire del 22 luglio 2016

 

"Concepire" la creatività

A Marina di Carrara ancora un altro lager per anziani, ancora violenze, ancora maltrattamenti e umiliazioni. Secondo il rapporto delle Guardie di Finanza, veniva lesinata addirittura l’acqua, mentre le urla di disperazione erano coperte dal rumore delle segherie. Quale incubo, l’ennesimo, deve essere stato per i degenti, legati con le cinture, gettati a forza nel letto, presi a schiaffi, imbottiti a forza di tranquillanti.

Per i disabili, insufficienti nel corpo, si è fatto molto anche con le leggi che mirano a favorire le migliori condizioni di autonomia. E per i vecchi? È strano. Platone scrisse la sua opera più complessa, Le Leggi, a ottant’anni. Un po’ meno vecchio di lui, Galileo, a settantaquattro anni, scrisse il trattato scientifico dal titolo Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti la mecanica e i moti locali che è considerato l’inizio dell

Creatività Iacono

a scienza moderna. Alla stessa età di Platone, Michelangelo Buonarroti fino a due giorni prima di morire lavorò a quel capolavoro artistico e filosofico che è noto come La pietà Rondanini, e che chiunque può ammirare al Castello Sforzesco di Milano. Sempre alla stessa età Giuseppe Verdi compose quell’opera straordinaria che è il Falstaff, le cui note annunciano la musica contemporanea e Claude Monet dipinse le Ninfee. Gli esempi potrebbe proseguire riempiendo pagine su pagine. La creatività non si perde con gli anni. Gli studiosi hanno addirittura parlato di stile tardo cioè di un modo particolare di essere creativi a tarda età. Si dirà: Platone, Galileo, Michelangelo, Verdi, Monet sono eccezioni, sono geni. Ma lo erano già prima di diventare vecchi. Il dato interessante è che con la vecchiaia hanno continuato ad essere straordinariamente creativi.

A meno che non si sia ricchi o benestanti o coperti economicamente e familiarmente, la vecchiaia assume l’infamante marchio dell’inutilità e l’idea del giusto riposo di chi ha dato e lavorato tutta una vita si trasforma culturalmente in un peso. E così alcune case di riposo nel loro chiuso, nel loro porsi come luoghi dell’esclusione e degli esclusi, diventano lager, dove tutto è possibile, dove sadismo, disprezzo, umiliazione diventano desideri irrefrenabili di chi esercita il proprio potere e la propria forza e può rovesciare sui vecchi le sue frustrazioni.

Una società che non sa accogliere in sé ogni età della vita, dalla nascita alla vecchiaia fino alla morte, è una società malvagia.

Alfonso M. Iacono

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Per la lettura integrale dell’articolo cfr. Il Tirreno, 07 agosto 2017

 

Chirping: Una società che decide quando la vita inizia, prescindendo arbitrariamente dal concepimento, arriva a decidere anche quando dovrebbe finire.

 

Flick

Il progetto del futuro sta nel linguaggio dell'erba, dei fiori, degli alberi, dell'acqua, della terra e dell'aria che ci circondano

Il dialogo tra passato e futuro, fondato sulla cultura, ci permette di vivere l'unica realtà possibile, la complessità del presente; ed è premessa e condizione della nostra dignità. Sia quella che spetta a tutti noi – cittadini e stranieri – in astratto, in quanto persone. Sia quella che spetta a ciascuno di noi – cittadino o straniero – in concreto, nello svolgimento della propria personalità atttraverso gli ostacoli di ordine economico e sociale che ne impediscono il pieno sviluppo e ne limitano la libertà e l'uguaglianza.

La memoria del passato sta nel linguaggio delle pietre e degli oggetti che esprimono quel passato. Il progetto del futuro sta nel linguaggio dell'erba, dei fiori, degli alberi, dell'acqua, della terra e dell'aria che ci circondano e che continuiamo sempre più a violentare e a ceracre di far tacere, con la nostra pretesa dissennata di dominio e di sfruttamento dell'ambiente.

Il nostro rapporto con la bellezza e con la ricchezza del passato e con quelle della natura è componente essenziale della dignità oggi e soprattutto domani (se riusciamo a salvarle).

Giovanni Maria Flick

Elogio del Patrimonio. Cultura, arte, paesaggio

Libreria Editrice Vaticana

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- 8 maggio 2014

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