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PRIMA ITINERA:

Volgerassi senza armatura

 Volgerassi senza armatura

Tutti in una sentenzia dicevano: «come s'armerà?» e ritornando lui sempre in su quello: «volgerassi senza armatura»

A. Manetti, Vita di Filippo di Ser Brunellesco

 

 

 

"Abbiamo bisogno di discrezione, ed è possibile con la poesia"

JoyHarjo The first NATIVE American U.S.

poet laureate on her new book. An american Sunrise, and the state of poetrySito Blog JoyHarjo

JoyHarjo La prima nativo americano degli Stati Uniti poetessa vincitrice con il suo nuovo libro. Un'alba americana e lo stato della poesia.

You found your voice as a poet in 1973, a time when a  lot of Americans found theirs. How much was that a factor?

I didn’t set out to be a writer. I was shy, quiet, and I loved art because I didn’t have to speak with anyone. At one point, my spirit said, “You have to learn how to speak.” I think poetry came to me because there was a lot of change. In 1973, I was 23, a mother of two children, and I was in a very active Kiva club [that was raising awareness about Native American issue] during the native – right moviment. We were dispersed Americans, totally disgarged, and I felt our voices needed to be heard. I started writing poetry out of a sense of needing to speak not only for me but all Native America women

Hai trovato la tua voce di poeta nel 1973, un'epoca in cui molti americani hanno trovato la loro. Quanto è stato decisivo?

Non avevo intenzione di fare la scrittrice. Ero timida, tranquilla e amavo l'arte perché non dovevo parlare con nessuno. Ad un certo punto, il mio spirito ha detto: "Devi imparare a parlare". Penso che la poesia sia nata da me perché erano in atto molti cambiamenti. Nel 1973, avevo 23 anni, una madre di due figli, ed ero in un club Kiva molto attivo [che era molto attivo sul tema dei nativi americani] nell’ambito del movimenti nativi, un movimento di destra. Eravamo americani dispersi, totalmente amareggiati e sentivo che le nostre voci dovevano essere ascoltate. Ho iniziato a scrivere poesie per la necessità di parlare non solo per me ma per tutte le donne dei nativi americani.

What do people get wrong about Native Americans?

A loto of images [of Native Americans] are based on fairy tales or Wild West shows. We are human beings, not just peolple who have been created for people’s fantasy worlds. There’s not just one Native American. We’re diverse by community, by land, by language, by culture. Ini fact, we go by by our tribal names, and there are 573 tribal nations.

Cosa sbaglia la gente sui nativi americani?

Una serie di immagini [di nativi americani] sono basate su fiabe o spettacoli del selvaggio West. Siamo esseri umani, non solo persone che sono state create per i mondi fantastici della gente. Non c'è solo un nativo americano. Siamo diversi per comunità, per terra, per lingua, per cultura. In effetti, usiamo i nostri nomi tribali e ci sono 573 nazioni tribali.

Do you write every day?

Sito Blog JoyHarjo 02I’m often writing something almost every day. I keep journals: one ion the computer, one for dreams, one for general observations and overheard things, and one for learning jazz standard, so I look up the History of the song, then I rehearse it make notes.

Scrivi tutti i giorni?

Scrivo spesso qualcosa quasi ogni giorno. Tengo i diari: uno per il computer, uno per i sogni, uno per osservazioni generali e cose ascoltate, e uno per l'apprendimento dello standard jazz, quindi cerco la storia della canzone, e poi ripercorro gli appunti.

What advice would you give poets?

It’ about learning to listen, much like in music. You can train your ears to history. You can train your ears to the earth.You can train your ears to the wind. It’s important to listen and then to study the world, like astronomy or geology or the names of birds. A lot of poets can be semihistorians. Poetry is very mathematical. There’s a lot in the theoretical parts is similar. Quantum physiscist remind me of mystics. They are aware of what happens in timelessness, though they speak of it through theories and equations.

Quale consiglio daresti ai poeti?

Si tratta di imparare ad ascoltare, proprio come nella musica. Puoi allenare le tue orecchie alla storia. Puoi allenare le tue orecchie sulla terra e allenare le tue orecchie al vento. È importante ascoltare e poi studiare il mondo, come l'astronomia o la geologia o i nomi degli uccelli. Molti poeti possono essere semistorici. La poesia è molto matematica. C'è molto nelle parti teoriche è simile. Il fisico quantista mi ricorda i mistici. Sono consapevoli di ciò che accade nell'eternità, sebbene ne parlino attraverso teorie ed equazioni.

What are you plans as the poet laureate?

I can remind people that they use poetry, go to poetry, frequently, and may not even know they are. A lot of song lyrics are poetry. They go to poetry for a transformational moment, to speak when there are non words to speak.

Che progetti hai adesso che sei riconosciuta come poeta?

Posso ricordare alle persone che fanno poesia, vanno verso la poesia, frequentemente, e forse non sanno nemmeno che lo sono. Molti brani lirici sono poesie. Tendono alla poesia attraverso un momento di trasformazione, per parlare quando non ci sono parole per poter parlare.

How would you describe the state of poetry?Sito Blog JoyHarjo 03

Audiences for poetry are growing because of a turmoil in our country – political shifts, climate shifts. When there’s uncerainty, when you’re looking for meaning beyond this world – that takes people to poetry. We need something to counter the hate speech, the diviveness, and it’s possibile with poetry.

Come descriveresti lo stato della poesia?

Il pubblico per la poesia sta crescendo per effetto di un tumulto nel nostro paese – cambiamenti politici, cambiamenti climatici. Quando c'è incertezza, quando cerchi un significato al di là di questo mondo – ciò porta le persone alla poesia. Abbiamo bisogno di qualcosa per contrastare il tema dell'odio, la discrezione, ed è possibile con la poesia.

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Da: TIME September 2 / 2019

«La questione ambientale e quella sociale, le ragioni dell’uomo e quelle dell’ambiente, che sono le stesse»

«La questione ambientale e quella sociale, le ragioni dell’uomo e quelle dell’ambiente, che sono le stesse»Città Resilienza new york high line 1

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Strategie di adattamento metropolitano al «climate change»

Con il clima che sta cambiando le città ora fanno «resilienza»

Dalle piazze allagate alle isole ambientali Così i centri urbani più innovativi si adattano imparando dalla natura I giovani alla guida della trasformazione

EMANUELA

CITTERIO

Le piazze d’acqua a Rotterdam sono l’invenzione dell’assurdo. Mentre il resto del mondo lavora per far defluire il più possibile le acque piovane, lì si è rovesciata la logica. Le piazze sono predisposte per allagarsi. Quando c’è bel tempo sono spazi pubblici attrezzati per il gioco dei bambini. Se le piogge sono intense – fenomeno sempre più frequente – si trasformano in temporanei bacini di raccolta e stoccaggio dell’acqua, alleggerendo così la pressione sulle falde e scongiurando gli allagamenti. Quello che all’inizio era solo il piccolo progetto di una società olandese, con gli anni è diventato uno dei modi della città di rispondere alle variazioni climatiche. I centri urbani più innovativi del ventunesimo secolo imparano dalla natura. Si adattano ai cambiamenti. Danno nuova vita a vecchie infrastrutture degradate. Valorizzano processi creativi che partono dal basso, dall’iniziativa di cittadini,quartieri, associazioni. F ino a pochi anni fa l’High Line di New York era solo una vecchia ferrovia abbandonata. Una ferita inferta alla città, lungo la quale la natura si era ripresa il suo spazio. Oggi, grazie alla tenacia di un’associazione e di un gruppo di architetti, è un parco sopraelevato che alterna erbe spontanee a piante coltivate e orti urbani. Il vecchio mostro di ferro si è trasformato in un corridoio ambientale, in luogo del tempo libero e seconda attrazione turistica della grande mela. I centri urbani sono considerati i primi responsabili dei cambiamenti climatici. Consumano il 75% delle risorse naturali e sono responsabili di oltre il 70% delle emissioni globali di CO2. Da essi originano molti dei comportamenti più distruttivi per il pianeta e gran parte delle politiche nemiche della natura. U n impatto destinato a essere sempre più rilevante, se si considera che entro il 2030 il 60% della popolazione mondiale sarà urbanizzata. D’altra parte, oggi sono proprio le metropoli a essere laboratori possibili e praticabili per i cambiamenti ecologici. Non è un caso che Fridays for future, l’iniziativa che ha portato in piazza ragazzi di tutto il mondo in difesa della natura, sia partita dalle città. Il 19 aprile Greta Thunberg – la sedicenne attivista svedese diventata simbolo di questo nuovo ambientalismo – è stata a Roma. E, mentre c’è chi analizza questo movimento chiedendosi fin dove arriverà, c’è chi sta intercettando un nuovo fenomeno di reazione creativa che parte dai luoghi a più alto impatto ambientale del pianeta.

Città E Resilienza High Line 64388820In 'Biodivercity: città aperte, creative e sostenibili che cambiano il mondo' (Giunti), Elena Granata, architetto a urbanista, professore associato al Politecnico di Milano, sostiene che a rendere le metropoli i principali attori del cambiamento sia la loro biodiversità. «La varietà di persone, con le loro disuguaglianze e contraddizioni, con le loro lingue e culture che si mescolano e confliggono, la prossimità che diventa rete e porta alla condivisione di beni e servizi: tutto questo rende le città un laboratorio accelerato di cambiamento» afferma Granata, che nel libro racconta i casi più eclatanti di rigenerazione urbana, che vanno nella direzio- ne di una vita più sostenibile e in armonia con la natura. Una vita più felice, dopotutto. Ed è proprio questa la chiave con la quale leggere, secondo la docente del Politecnico, il movimento che si è aggregato attorno a Greta Thunberg. «La risposta degli studenti è stata istintiva perché i temi ambientali sono sentiti a livello di coscienza di base. Io ho tre figli dai 13 ai 18 anni e tutti e tre sono andati in manifestazione. È una generazione pronta, e lo sapevamo.

Da anni, almeno dal 2015, in università assistiamo a un aumento delle domande di iscrizione ad agraria e a un interesse sempre crescente per i temi legati alla sostenibilità. C’è chi dice che i ragazzi dovrebbero passare dalla protesta al cambiamento degli stili di vita. Ma questa è una strada già percorsa, che riguarda una nicchia. La novità di questo movimento è che ha portato in piazza i 'non convinti', non chi è cresciuto in un contesto eticamente orientato o ha respirato in famiglia determinati valori sociali o di consumo critico. Le città stanno abbracciando modi di abitare, muoversi, studiare completamente diversi e a fare presa sarà la seduzione nei confronti di questi modelli. Il cambiamento degli stili di vita avverrà di conseguenza. Sta già avvenendo. Molti dei nostri ragazzi, per esempio, non sono interessati a possedere un’auto o a fare la patente».

Un certo ambientalismo colpevolizzante, che parlava dell’essere umano come 'cancro' del pianeta, secondo la docente del Politecnico, non ha più nulla da dire a questa generazione. «Si sta risvegliando un modo di raccontare il rapporto con la natura e con l’ambiente che ha un linguaggio completamente diverso. Il movimento di Greta è lucidissimo nella critica ma non è moralista, a riprova che si può essere determinati nell’indicare il problema senza colpevolizzare il mondo, perché non serve». A fare da spartiacque rispetto a un certo ambientalismo del passato è stata la

Laudato si’ di papa Francesco. «È riuscita, con una lucidità che non ho trovato in nessun altro testo, a congiungere quello che era disgiunto: la questione ambientale e quella sociale, le ragioni dell’uomo e quelle dell’ambiente, che sono le stesse», afferma Granata. La pensa così anche Piero Pellizzaro, 38 anni, manager della resilienza del Comune di Milano. La sua è una nuova figura professionale, che nasce all’interno del progetto internazionale '100 Resilient cities', finanziato da Rockefeller Foundation. «La Laudato si’ ha segnato un nuovo approccio, e lo dico da non credente», afferma. «Ha parlato di scienza senza essere un testo scientifico. Ha unito il piano tecnico e quello etico».

Il manager della resilienza lavora in modo trasversale ai diversi uffici dell’amministrazione pubblica. «Stiamo concludendo in questi giorni la strategia di resilienza del Comune», spiega Pellizzaro. «E con l’ufficio Urbanistica abbiamo dato il nostro contributo al piano di governo del territorio ». L’approccio è multisettoriale: «Quando ripensiamo una piazza esposta al calore, è necessario progettare elementi di verde, ma anche favorire il dialogo fra le persone inserendo panchine o strumenti di gioco, attivare diversi tipi di mobilità, agire sul piano educativo». Non ha dubbi che le città svolgano un ruolo chiave nella lotta al cambiamento climatico. «Molti sindaci si sono impegnati fin dal 2008. E pochi giorni fa Milano, Torino e Genova hanno firmato un patto permigliorare le politiche di resilienza. Mentre i governi si prendono tempo per capire se l’interpretazione di alcuni fenomeni sia giusta o sbagliata, le città devono rispondere nel quotidiano all’aumento di temperatura o a precipitazioni elevate. Non possono permettersi di aspettare, anche perché devono evitare che le fasce più deboli della popolazione soffrano o che siano interrotte funzioni essenziali». Fondamentale è fare rete con altre città. «È un motore essenziale: si crea quello spirito di comunità che permette di confrontare le buone pratiche e fare passi avanti».

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L’architetto e urbanista Elena Granata: «La biodiversità, la varietà di persone e culture, rende le metropoli laboratori accelerati di cambiamento I ragazzi stanno già cambiando gli stili di vita» Le aree urbane consumano il 75% delle risorse e sono responsabili del 70% delle emissioni di CO2.

Ma è qui che si elaborano le soluzioni

Nella foto: L’High Line di New York, la vecchia ferrovia urbana abbandonata trasformata in isola pedonale

Emanuela Citterio Avvenire mercoledì 24 aprile 2019

"Search Engine Results Page" tra diritto all'oblio e deindicizzazione - I limiti entro i quali il Garante per la protezione dei dati personali tutela il diritto all'oblio

Sentenza GoogleSecondo nozione di comune esperienza la tecnologia applicata ai sistemi di comunicazione digitale fonda un’esigenza di tutela dell’identità personale legata alle diffusione, tendenzialmente illimitata, dei contenuti e della rintracciabilità degli stessi da parte di una comunità potenzialmente indeterminata di persone. Per tali motivi potrebbe tuttavia crearsi una confusione tra il Diritto all’oblio”, ossia il diritto di essere sostanzialmente cancellati alla conoscenza che altri ne possano avere, anche rispetto alla produzione precedente all’intervento giurisdizionale, e la deindicizzazione”, ossia l’operazione tecnologica mediante la quale, stante la rimozione dalla piattaforma informatica dei link veicolo dell'informazione on line, si ottiene di risultare sostanzialmente irrintracciabili sul web unitamente ai contenuti con i quali vi si era stati inseriti.

Questa distinzione ha identificato il Tribunale di Milano, nella sentenza 7846 del 05 settembre 2018, nel dirimere la controversia tra Google LLC e Google Italy srl contro il Garante per la protezione dei dati personali, con riferimento al provvedimento 557 del 21 dicembre 2017 con il quale l’Autorità Garante aveva ordinato «la rimozione del motore di ricerca Google di una lista di link (…) contenenti notizie asseritamene false e lesive della dignità e reputazione del ricorrente».

La posizione di Google era molto chiara: l’ordine di deindicizzazione globale oltrepassava i limiti propri dellaDirettiva 95/46/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati, impedendo di «operare quel bilanciamento tra diritto all’oblio e libertà di informazione, che doveva avvenire sulla base delle leggi applicabili in ciascuno stato membro». Alla base di questa vicenda è il concetto di SERP acronimo di Search Engine Results Page ossia la pagina di risultati prodotti dal motore di ricerca: la SERP offre la totalità dei riferimenti che, attraverso anche solo l’inserimento di un nome, consente agli utenti di essere successivamente reindirizzati a tutti i contenuti informativi disponibili connessi a quel nome.

L'originario ricorrente al Garante ha «richiesto al motore di ricerca di rimuovere i contenuti (...)dall’elenco dei risultati generati durante la ricerca con nome e cognome dell’interessato, e dopo aver ricevuto una risposta parzialmente negativa, ha fatto valere le proprie istanze anche nei confronti del Garante» che lo ha invece pienamente accontentato. Il Tribunale di Milano, chiamato a decidere, chiarisce che il motore di ricerca «non persegue interessi pubblici ma (come, condivisibilmente scrive la Corte di Giustizia nella sentenza» n. 131 del 13 maggio 2014 (Google Spain e Google In. Contro Agenzia Espanola de Proteccion de datos (AEPD) e Mario Costeja Gonzalez) «un semplice interesse economico e non può, pertanto, esercitare compiti di bilanciamento di diritti di rango costituzionale, quali il diritto all’onore e il diritto alla libertà di espressione». A fronte di tutto ciò il diritto all’identità personale «piuttosto che un autonomo diritto della personalità sub specie di diritto all’oblio costituisce un aspetto del diritto all'identità personale, segnatamente del diritto alla dis-associazione del proprio nome da un dato risultato di ricerca. Il c.d. ridimensionamento della propriavisibilità telematica, difatti, rappresenta un aspetto funzionale del diritto all’identità personale, diverso dal diritto ad essere dimenticato, che coinvolge e richiede una valutazione di contrapposti interessi: quello dell’individuo a non essere (più) trovato on line e quello del motore di ricerca (nel senso poco sopra specificato)».

In tema di bilanciamento degli interessi coinvolti, nel caso deciso dal Tribunale di Milano, è rimasto accertato «l’interesse pubblico alla conoscenza di vicende relative ad un docente universitario candidato alle elezioni politiche» e, specificamente, «candidato alle ultime elezioni politiche nel Centro e nel Nord America» avuto riguardo al fatto che «le esternazioni negative e i commenti personali spiacevoli» nei confronti del candidato medesimo non potevano «ritenersi inesatte in termini reali» come anche emerso da inchieste giornalisticherispetto a «numerosissime circostanze che non consentono di escludere – prima di un’attenta verifica in sede giudiziaria – la sussistenza dei requisiti previsti dalla disciplina in materia di trattamento dei dati personali». Per effetto di questa ricostruzione, in fatto e in diritto, con la chiara distinzione tra diritto all'identità personale e diritto all'oblio, da unaparte, e deindicizzazione globale, dall’altra, il Tribunale di Milano ha disposto la revoca del provvedimento adottato del Garante ritenendo infondata la deindicizzazione globale così come originariamente richiesta dall’interessato.

https://www.prontoprofessionista.it/articoli/search-engine-results-page-tra-diritto-alloblio-e-deindicizzazione.html

Istruzione opzione per la crescita, ad ogni latitudine

Istruzione 02report scuola Commissione Ue 675Why American parent’s can’t afford to relax

American parents are often told to be more like Scandinavians and encourage free play and discovery. But what many don’t realize is that a lot of the way they raise theri children in dictated by economics.

Within the industrialized world, the U.S. has the higest income inequality. Education plays a big role: colege-educated workers earn about twice as mich on overage as their less-educated peers. Compare this with Sweden, where economic inequality is much lower, admissions are less competitive, and the gap is earnings between those who attend college and those who attend college and those who attend college and those who don’t is narrower.

Istruzione 01istruzione i trend del 2016 e le previsioni per il 2017 di getting smartIf some of the choices of parents in the U.S. seem overly invasive, this merely reflects the high stakes in educational achievement.

Instead of critiquing parents, Americans should press for policy changes, including access to high-quality preschool for all children, more-equal school funding and investiments in vocational training. Only if they succeed will parents be able to embrace a more relaxed approach to raising yheir kids.

Matthias Doepke (Northwestern University Department of Economics)

and Fabrizio Zilibotti (Tuntex Professor of International and Development Economics)

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Da Time del 18 marzo 2019

"Concepire" la creatività

A Marina di Carrara ancora un altro lager per anziani, ancora violenze, ancora maltrattamenti e umiliazioni. Secondo il rapporto delle Guardie di Finanza, veniva lesinata addirittura l’acqua, mentre le urla di disperazione erano coperte dal rumore delle segherie. Quale incubo, l’ennesimo, deve essere stato per i degenti, legati con le cinture, gettati a forza nel letto, presi a schiaffi, imbottiti a forza di tranquillanti.

Per i disabili, insufficienti nel corpo, si è fatto molto anche con le leggi che mirano a favorire le migliori condizioni di autonomia. E per i vecchi? È strano. Platone scrisse la sua opera più complessa, Le Leggi, a ottant’anni. Un po’ meno vecchio di lui, Galileo, a settantaquattro anni, scrisse il trattato scientifico dal titolo Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti la mecanica e i moti locali che è considerato l’inizio dell

Creatività Iacono

a scienza moderna. Alla stessa età di Platone, Michelangelo Buonarroti fino a due giorni prima di morire lavorò a quel capolavoro artistico e filosofico che è noto come La pietà Rondanini, e che chiunque può ammirare al Castello Sforzesco di Milano. Sempre alla stessa età Giuseppe Verdi compose quell’opera straordinaria che è il Falstaff, le cui note annunciano la musica contemporanea e Claude Monet dipinse le Ninfee. Gli esempi potrebbe proseguire riempiendo pagine su pagine. La creatività non si perde con gli anni. Gli studiosi hanno addirittura parlato di stile tardo cioè di un modo particolare di essere creativi a tarda età. Si dirà: Platone, Galileo, Michelangelo, Verdi, Monet sono eccezioni, sono geni. Ma lo erano già prima di diventare vecchi. Il dato interessante è che con la vecchiaia hanno continuato ad essere straordinariamente creativi.

A meno che non si sia ricchi o benestanti o coperti economicamente e familiarmente, la vecchiaia assume l’infamante marchio dell’inutilità e l’idea del giusto riposo di chi ha dato e lavorato tutta una vita si trasforma culturalmente in un peso. E così alcune case di riposo nel loro chiuso, nel loro porsi come luoghi dell’esclusione e degli esclusi, diventano lager, dove tutto è possibile, dove sadismo, disprezzo, umiliazione diventano desideri irrefrenabili di chi esercita il proprio potere e la propria forza e può rovesciare sui vecchi le sue frustrazioni.

Una società che non sa accogliere in sé ogni età della vita, dalla nascita alla vecchiaia fino alla morte, è una società malvagia.

Alfonso M. Iacono

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Per la lettura integrale dell’articolo cfr. Il Tirreno, 07 agosto 2017

 

Chirping: Una società che decide quando la vita inizia, prescindendo arbitrariamente dal concepimento, arriva a decidere anche quando dovrebbe finire.

 

«La riflessione è: così sono i Karamazov, così siamo noi» Glauco Mauri

Glauco Mauri Karamazov«NEL ’52 ero alla Pergola coi Karamazov e quella volta ero il giovane, tra giganti come Benassi, la Brignone, Santuccio. Oggi, anno 2018 per me è un bel ritorno: perché amo il Teatro della Pergola e adoro stare nel camerino numero 1. E non posso dimenticare il grande Alfonso Spadoni, direttore di un modo di fare teatro che non c’è più, che mi omaggiò con un premio: la Chiave aurea». Imperdibile spettacolo con personaggio unico, fino a domenica 3 febbraio in scena, debutta in prima nazionale alla Pergola «I Fratelli Karamazov» di Dostoevskij con il re del teatro italiano, Glauco Mauri. Con lui da 38 anni un altro ottimo inteprete, Roberto Sturno: entrambi diretti da Matteo Tarasco. Un inferno dantesco, una comédie humaine alla russa, dove bestie umane si agitano sulla scena del mondo, dove denaro, fango, sangue scorrono insieme. Un capolavoro che ci restituisce il coraggio di essere nuovamente eloquenti e profondamente umani.

Mauri, qual è il messaggio attuale di un autore immenso come Dostoevskij?

«Che non giudica mai i suoi personaggi e racconta la vita anche nei suoi aspetti più negativi con sempre una grande pietà per quell’essere meraviglioso, e a volte orrendo, che è l’essere umano. Dostoevskij è il poeta dell’animo e anche da una terribile storia riesce, comunque, a donarci bellezza e poesia».

La battuta dei Karamazov?

«‘Dio e Satana sono sempre in lotta e il loro campo di battaglia il cuore degli uomini’. Io la considero la tenera pietà del vivere dell’uomo. Dico che per approssimazione sono il simbolo della società di oggi dove anche l’amore diventa un fatto delittuoso e gli uomini non hanno più la capacità di capirsi. Mentre il segreto sarebbe parlare».

Perché riproporre un testo così?

Glauco Mauri Karamazov 02«Contiene tanti punti interrogativi, cose che mettono in agitazione e fanno pensare alla modernità. In testi come questo ritroviamo tutti gli interrogativi che servono agli uomini di oggi. La famiglia Karamazov è devastata da litigi, violenze, incomprensioni, da un odio che può giungere al delitto. Vedi i classici? Oggi come oggi appare, purtroppo, quasi un esempio di questa nostra società così incline all’incapacità di comprendersi e di aiutarsi».

E l’amore?

«Anche questo sentimento spesso viene distorto in un desiderio insensato di violenza. La riflessione è: così sono i Karamazov, così siamo noi».

Il sodalizio con Sturno?

«Insieme abbiamo questa meravigliosa responsabilità di salire sul palco e raccontare le favole. Formiamo compagnia da quasi quarant’anni, lui era un ragazzo. E’ un sodalizio non solo artistico, ma un’amicizia che dura da anni: i suoi figli sono i miei nipoti veri».

Negli anni è diventato più bello lo sa ?

(Sorride) «No che non lo so, dici? Non ci ho mai pensato nè fatto caso. Guardandomi allo specchio mi accorgo solo del tempo che passa».

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Da: La Nazione del 31 gennaio 2019, di TITTI GIULIANI FOTI.

Non occorre essere in molti per cambiare la nostra vita: basta che il sale e il lievito non si snaturino.

Blog PapaFrancesco EDC SantaSedeLa Santa Sede

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI PARTECIPANTI ALL'INCONTRO "ECONOMIA DI COMUNIONE",

PROMOSSO DAL MOVIMENTO DEI FOCOLARI

Aula Paolo VI

Sabato, 4 febbraio 2017

Cari fratelli e sorelle,

sono lieto di accogliervi come rappresentanti di un progetto al quale sono da tempo sinceramente interessato. A ciascuno di voi rivolgo il mio saluto cordiale, e ringrazio in particolare il coordinatore, Prof. Luigino Bruni, per le sue cortesi parole. E ringrazio anche per le testimonianze.

Economia e comunione. Due parole che la cultura attuale tiene benBlog PapaFrancesco EDC ChiaraLubich separate e spesso considera opposte. Due parole che voi invece avete unito, raccogliendo l’invito che venticinque anni fa vi rivolse Chiara Lubich, in Brasile, quando, di fronte allo scandalo della diseguaglianza nella città di San Paolo, chiese agli imprenditori di diventare agenti di comunione. Invitandovi ad essere creativi, competenti, ma non solo questo. L’imprenditore da voi è visto come agente di comunione. Nell’immettere dentro l’economia il germe buono della comunione, avete iniziato un profondo cambiamento nel modo di vedere e vivere l’impresa. L’impresa non solo può non distruggere la comunione tra le persone, ma può edificarla, può promuoverla. Con la vostra vita mostrate che economia e comunione diventano più belle quando sono una accanto all’altra. Più bella l’economia, certamente, ma più bella anche la comunione, perché la comunione spirituale dei cuori è ancora più piena quando diventa comunione di beni, di talenti, di profitti.

Pensando al vostro impegno, vorrei dirvi oggi tre cose.

La prima riguarda il denaro. È molto importante che al centro dell’economia di comunione ci sia la comunione dei vostri utili. L’economia di comunione è anche comunione dei profitti, espressione della comunione della vita. Molte volte ho parlato del denaro come idolo. La Bibbia ce lo dice in diversi modi. Non a caso la prima azione pubblica di Gesù, nel Vangelo di Giovanni, è la cacciata dei mercanti dal tempio (cfr 2,13-21). Non si può comprendere il nuovo Regno portato da Gesù se non ci si libera dagli idoli, di cui uno dei più potenti è il denaro. Come dunque poter essere dei mercanti che Gesù non scaccia? Il denaro è importante, soprattutto quando non c’è e da esso dipende il cibo, la scuola, il futuro dei figli. Ma diventa idolo quando diventa il fine. L’avarizia, che non a caso è un vizio capitale, è peccato di idolatria perché l’accumulo di denaro per sé diventa il fine del proprio agire. E’ stato Gesù, proprio Lui, a dare categoria di “signore” al denaro: “Nessuno può servire due signori, due padroni”. Sono due: Dio o il denaro, l’anti-Dio, l’idolo. Questo l’ha

detto Gesù. Allo stesso livello di opzione. Pensate a questo.

Quando il capitalismo fa della ricerca del profitto l’unico suo scopo, rischia di diventare una struttura idolatrica, una forma di culto. La “dea fortuna” è sempre più la nuova divinità di una certa finanza e di tutto quel sistema dell’azzardo che sta distruggendo milioni di famiglie del mondo, e che voi giustamente contrastate. Questo culto idolatrico è un surrogato della vita eterna. I singoli prodotti (le auto, i telefoni…) invecchiano e si consumano, ma se ho il denaro o il credito posso acquistarne immediatamente altri, illudendomi di vincere la morte.

Si capisce, allora, il valore etico e spirituale della vostra scelta di mettere i profitti in comune. Il modo migliore e più concreto per non fare del denaro un idolo è condividerlo, condividerlo con altri, soprattutto con i poveri, o per far studiare e lavorare i giovani, vincendo la tentazione idolatrica con la comunione. Quando condividete e donate i vostri profitti, state facendo un atto di alta spiritualità, dicendo con i fatti al denaro: tu non sei Dio, tu non sei signore, tu non sei padrone! E non dimenticare anche quell’alta filosofia e quell’alta teologia che faceva dire alle nostre nonne: “Il diavolo entra dalle tasche”. Non dimenticare questo!

La seconda cosa che voglio dirvi riguarda la povertà, un tema centrale nel vostro movimento. Oggi si attuano molteplici iniziative, pubbliche e private, per combattere la povertà. E tutto ciò, da una parte, è una crescita in umanità. Nella Bibbia i poveri, gli orfani, le vedove, gli “scarti” della società di quei tempi, erano aiutati con la decima e la spigolatura del grano. Ma la gran parte del popolo restava povero, quegli aiuti non erano sufficienti a sfamare e a curare tutti. Gli “scarti” della società restavano molti. Oggi abbiamo inventato altri modi per curare, sfamare, istruire i poveri, e alcuni dei semi della Bibbia sono fioriti in istituzioni più efficaci di quelle antiche. La ragione delle tasse sta anche in questa solidarietà, che viene negata dall’evasione ed elusione fiscale, che, prima di essere atti illegali sono atti che negano la legge basilare della vita: il reciproco soccorso.

Ma – e questo non lo si dirà mai abbastanza – il capitalismo continua a produrre gli scarti che poi vorrebbe curare. Il principale problema etico di questo capitalismo è la creazione di scarti per poi cercare di nasconderli o curarli per non farli più vedere. Una grave forma di povertà di una civiltà è non riuscire a vedere più i suoi poveri, che prima vengono scartati e poi nascosti.

Gli aerei inquinano l’atmosfera, ma con una piccola parte dei soldi del biglietto pianteranno alberi, per compensare parte del danno creato. Le società dell’azzardo finanziano campagne per curare i giocatori patologici che esse creano. E il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia!

L’economia di comunione, se vuole essere fedele al suo carisma, non deve soltanto curare le vittime, ma costruire un sistema dove le vittime siano sempre di meno, dove possibilmente esse non ci siano più. Finché l’economia produrrà ancora una vittima e ci sarà una sola persona scartata, la comunione non è ancora realizzata, la festa della fraternità universale non è piena.

Bisogna allora puntare a cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale. Imitare il buon samaritano del Vangelo non è sufficiente. Certo, quando l’imprenditore o una qualsiasi persona si imbatte in una vittima, è chiamato a prendersene cura, e magari, come il buon samaritano, associare anche il mercato (l’albergatore) alla sua azione di fraternità. So che voi cercate di farlo da 25 anni. Ma occorre agire soprattutto prima che l’uomo si imbatta nei briganti, combattendo le strutture di peccato che producono briganti e vittime. Un imprenditore che è solo buon samaritano fa metà del suo dovere: cura le vittime di oggi, ma non riduce quelle di domani.

Per la comunione occorre imitare il Padre misericordioso della parabola del figlio prodigo e attendere a casa i figli, i lavoratori e collaboratori che hanno sbagliato, e lì abbracciarli e fare festa con e per loro – e non farsi bloccare dalla meritocrazia invocata dal figlio maggiore e da tanti, che in nome del merito negano la misericordia. Un imprenditore di comunione è chiamato a fare di

tutto perché anche quelli che sbagliano e lasciano la sua casa, possano sperare in un lavoro e in un reddito dignitoso, e non ritrovarsi a mangiare con i porci. Nessun figlio, nessun uomo, neanche il

 più ribelle, merita le ghiande.

Infine, la terza cosa riguarda il futuro. Questi 25 anni della vostra storia dicono che la comunione e l’impresa possono stare e crescere insieme. Un’esperienza che per ora è limitata ad un piccolo numero di imprese, piccolissimo se confrontato al grande capitale del mondo. Ma i cambiamenti nell’ordine dello spirito e quindi della vita non sono legati ai grandi numeri. Il piccolo gregge, la lampada

, una moneta, un agnello, una perla, il sale, il lievito: sono queste le immagini del Regno che incontriamo

 nei Vangeli. E i profeti ci hanno annunciato la nuova epoca di salvezza

indicandoci il segno di un bambino, l’Emmanuele, e parlandoci di un “resto” fedele, un piccolo gruppo.

Blog PapaFrancesco EDC LuiginoBruni Il grande lavoro da svolgere è cercare di non perdere il “principio attivo” che li anima: il sale non fa il suo mestiere crescendo in quantità, anzi, troppo sale rende la pasta salata, ma salvando la sua “anima”, cioè la sua qualità. Tutte le volte che le persone, i popoli e persino la Chiesa hanno pensato di salvare il mondo crescendo nei numeri, hanno prodotto strutture di potere, dimenticando i poveri. Salviamo la nostra economia, restando semplicemente sale e lievito: un lavoro difficile, perché tutto decade con il passare del tempo. Come fare per non perdere il principio attivo, l’ “enzima” della comunione?

Quando non c’erano i frigoriferi, per conservare il lievito madre del pane si donava alla vicina un po’ della propria pasta lievitata, e quando dovevano fare di nuovo il pane ricevevano un pugno di pasta lievitata da quella donna o da un’altra che lo aveva ricevuto a sua volta. È la reciprocità. La comunione non è solo divisione ma anche moltiplicazione dei beni, creazione di nuovo pane, di nuovi beni, di nuovo Bene con la maiuscola. Il principio vivo del Vangelo resta attivo solo se lo doniamo, perché è amore, e l’amore è attivo quando amiamo, non quando scriviamo romanzi o quando guardiamo telenovele. Se invece lo teniamo gelosamente tutto e solo per noi, ammuffisce e muore. E il Vangelo può ammuffirsi. L’economia di comunione avrà futuro se la donerete a tutti e non resterà solo dentro la vostra “casa”. Donatela a tutti, e prima ai poveri e ai giovani, che sono quelli che più ne hanno bisogno e sanno far fruttificare il dono ricevuto! Per avere vita in abbondanza occorre imparare a donare: non solo i profitti delle imprese, ma voi stessi. Il primo dono dell’imprenditore è la propria persona: il vostro denaro, seppure importante, è troppo poco. Il denaro non salva se non è accompagnato dal dono della persona. L’economia di oggi, i poveri, i giovani hanno bisogno prima di tutto della vostra anima, della vostra fraternità rispettosa e umile, della vostra voglia di vivere e solo dopo del vostro denaro.

Il capitalismo conosce la filantropia, non la comunione. È semplice donare una parte dei profitti, senza abbracciare e toccare le persone che ricevono quelle “briciole”. Invece, anche solo cinque pani e due pesci possono sfamare le folle se sono la condivisione di tutta la nostra vita. Nella logica del Vangelo, se non si dona tutto non si dona mai abbastanza. Queste cose voi le fate già. Ma potete condividere di più i profitti per combattere l’idolatria, cambiare le strutture per prevenire la creazione delle vittime e degli scarti; donare di più il vostro lievito per lievitare il pane di molti. Il “no” ad un’economia che uccide diventi un “sì” ad una economia che fa vivere, perché condivide, include i poveri, usa i profitti per creare comunione.

Vi auguro di continuare sulla vostra strada, con coraggio, umiltà e gioia. «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7). Dio ama i vostri profitti e talenti donati con gioia. Lo fate già; potete farlo ancora di più.

Vi auguro di continuare ad essere seme, sale e lievito di un’altra economia: l’economia del Regno, dove i ricchi sanno condividere le loro ricchezze, e i poveri sono chiamati beati. Grazie. 

 

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/february/documents/papa-francesco_20170204_focolari.html

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- 8 maggio 2014

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