"Proprio per noi, che ci definiamo amatori": L’insegnamento di Mennea: “La fatica non è mai sprecata, soffri ma sogni”

Mennea MuraleSe l’ho fatto io, lo può fare chiunque”, così rispondeva Pietro Mennea a chi gli chiedeva di commentare una delle sue tante imprese. “Un ragazzo del sud senza pista” come spesso si autodefiniva che, senza tanti clamori e pubblicità, faceva visita nelle scuole per raccontare ai giovani di porsi sempre degli obiettivi sfidanti e che “dalle sconfitte nascono le grandi vittorie” (riferendosi al deludente 4° posto delle olimpiadi di Montreal nel 1976 seguito dai 4 anni successivi dove stabilì il record del mondo, ancora attuale record europeo e giungendo fino alla medaglia d’oro olimpica di Mosca nel 1980).

È stato l’unico velocista al mondo a fare 5 olimpiadi: longevità atletica, purtroppo Pietro se n’è andato via troppo presto da questa vita, lasciandoci comunque un patrimonio culturale, di umanità e di integrità morale straordinarie. Poco più di un mese fa gli è stato dedicato un murale a Formia, città che lo ospitava durante i suoi allenamenti spesso solitari; restava anche d’inverno ad allenarsi al centro federale, anche in occasione delle festività.

Costanza, coerenza, legalità e integrità morale appunto: “La vita è una pista di 8 corsie: 7 sono per i furbi, ma l’ottava lasciatela libera a noi che vogliamo correre e vincere in maniera corretta” (citazione della moglie Manuela).

Chissà cosa direbbe oggi Pietro del nostro tempo, dello sport che si ferma per chi sì, per chi no. Di certo restano le sue parole che molti allenatori anche di altri sport dovrebbero seguire in momenti come questi, da diffondere ai ragazzi, agli atleti di livello. Valgono anche e soprattutto per noi cosiddetti sportivi che troppo spesso ci sentiamo al centro del mondo, minati dalla mancanza delle libertà individuali in periodo pandemico, privati dell’evento. Proprio per noi, che ci definiamo amatori.

In questa cosiddetta società del tempo libero c’è chi va a caccia, chi a pesca, chi corre quel rito di moda che si chiama maratona dentro la città, un rito tra l’altro molto sponsorizzato, c’è chi va in palestra, chi a donne e chi nei casinò. Io invece ho scelto di correre, ma veloce, per un gusto appreso da ragazzo, quando sfidavo le motorette sui 50 metri, e che non mi è mai passato. Così abbandonata l’attività di atleta vincente, non ho saputo o voluto lasciare quello che per me è stato il divertimento di tutta una vita, l’allenamento. Ogni tanto c’è qualcuno nel parco che mi chiede (mentre corro e mi parla delle proprie imprese di corsa, ndr): e tu che fai? Vorrei avere abbastanza fiato per rispondere: ho già fatto. 5482 giorni, 528 gare, un oro e due bronzi olimpici, più il resto che è tanto. A 60 anni non ho rimpianti. Rifarei tutto, di più. La fatica non è mai sprecata, soffri ma sogni”.

È questo il compito più difficile per lo sport oggi, vittima di un autentico paradosso: riconoscerne il valore relativo e i suoi valori discendenti, confusamente mescolati in noi adulti e di conseguenza a digiuno nei nostri giovani dove un po’ di storia dello sport come materia propedeutica agli esercizi pratici non farebbe mai loro male.

Ecco, rileggere la storia dei campioni, dove sono nati, come sono cresciuti, le difficoltà che hanno attraversato, cosa hanno fatto nella loro vita, come hanno messo a frutto il loro talento sportivo, potrebbe essere una risposta, riportando il tutto nel giusto ordine e fine come ci ha insegnato Pietro Mennea.

Chimenti Murale Mennea

 

 

Stefano Chimenti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Tratto da Arno.it del 20 ottobre 2020 [https://larno.ilgiornale.it/2020/10/20/linsegnamento-di-pietro-mennea-la-fatica-non-e-mai-sprecata-soffri-ma-sogni/]