Nel rumore delle cose che affollano l’esistenza, il silenzio del «Quarto d’ora granata», un sogno, tesoro speciale di un’antica realtà.

Un giorno, quando tutti avranno motori, e asfalti, e la casa e il frigo, ... allora ciascuno dovrà ritrovare il suo sentiero nel bosco, da solo.

Giovanni Arpino (Pola 27 gennaio 1927 – Torino 10 dicembre 1987, descritto da Gianfranco Ravasi come «un autore dalla scrittura poliedrica, ora ironica, ora elegiaca, ora psicologica»)

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https://www.youtube.com/watch?v=XMbvcp480Y4

 

«Finisce qui la partita» chiude lo speaker: «Lazio batte Torino 4 – 0. A seguire le interviste e il commento tecnico».

Anche la pioggia, cospargendo di chiazze, che sembrano nuvole, la rossa superficie della pista di atletica distesa davanti a curve e tribune,sembra prendersi gioco degli sconfitti nel malinconico scherzo della consueta illusione ottica dello stadio uggioso d'autunno.

Il suono dei tacchetti sulle scale è solo un tappeto dal quale si teme di poter scivolare, reso incerto dalla tenera eclissi di una sicurezza svanita dentro a un’età che si credeva matura e che viene ora percorsa da un malinconico brivido, frutto di un grande benessere che tanto ti ha dato ma qualcosa, fatalmente, ti ha tolto, in quel frequente sentirsi arrivati che talvolta appesantisce le gambe ed annebbia la vista e nel quale è facile, ma proprio facile, smarrirsi.

Riaffiora così, dal nulla indistinto dei cori e del chiasso, la paura di quando, bambini, si temeva di restar fuori e di non poter mai arrivare su un campo di serie A.

Torino Rincon«Certo, no, adesso non succederà: ma figurati non mi ricapiterà certo di dover stare a guardare gli altri che giocano. E’ tutto a posto. Il contratto, la carriera. Tutto al suo posto. Macché tutto a posto... No. Mah sì. Una bella doccia e passa tutto. Mannaggia, però!! (…) Mi spiace, non guardarmi così, lo so non hai neanche smesso la tuta, oggi meritavi tu, anche se non me la sento di venirtelo a dire, lo sai.... lo spogliatoio, ma in campo, beh! Si va in undici e, poi, se va bene, o male per qualcuno, si entra ancora in tre. Queste sono le regole. Non lo so se ho dato tutto. Forse ti sei allenato meglio di me. Lo so (…) Meno male, finalmente sono davanti allo spogliatoio, ora sì, una doccia e passa tutto, come sempre.Ohi, fanno male le scarpe, cavolo, meno male che oggi ce le fanno come guanti, neanche la necessità di sciogliere i lacci. Meno male, sì, in questo dannato silenzio, oggi si sarebbe sentito sciogliere anche quelli. (…) Uffa…. Non mi va di alzarmi, ora poggio la testa due minuti…. Dai! Solo due minuti. Sono stanco. E questa poltroncina, si questa …. è così comoda, è fatta come i sedili delle auto … le auto sportive …. due minuti.. chiudo gli occhi ….. ».

«Ehi!! ma che ti prende… stavo riposando un attimo, mi hai spaventato…».

«Il Mister, dicono che sia furioso e che stia venendo qui».

«Ma che dici, non è mica la prima partita che perdiamo?!».

«Appunto…».

«No, mi hai svegliato cavolo».

«Hai fatto tardi ieri? Vero?».

«Ma che dici! Sono stanco, mi ero appena appisolato un momento, è stata dura oggi, faceva freddo. E voi? Beh? Non dite niente? Che avrete mai da guardarmi, solo perché dormivo ma giusto da due minuti ...».Torino Magazziniere

«Non hanno voglia di parlare, come ti chiamano? Ah sì, El General» una voce roca e ferrosa da dietro la fila degli armadietti «Non ne hanno proprio voglia. Oggi: silenzio».

«Ehi Tony (magazzieniere) non mettertici anche tu, piuttosto, ma che hai fatto alla voce? Ehi mi hai sentito? Tony?! Che hai fato alla voce?» con il viso proiettato verso gli armadietti. Niente. Sulle prime nessuna risposta.

«Basterebbe un quarto d’ora, QUEL quarto d’ora» continuò la voce di Tony «mica poi tanto, rimboccarsi le maniche, come faceva Valentino (Mazzola), quasi a dire “adesso si comincia” e provare la gioia di stare in quel che fai, adesso, in quel momento che è l’unico ad esistere. E tu lo afferri: un quarto d’ora. Loro lo ribaltarono quel tre a zero in uno splendido quattro a tre, al suonare della tromba del ferroviere … da tre a zero a quattro a tre, in poco più di un quarto d’ora, in quel lontanissimo Torino – Lazio, ma, poi, in fondo come tante e tante altre volte, prima e dopo di allora».

«Ehi! Tony, ma di che parli? Tony ma ti senti? Ti va di fare il filosofo vah! Senti, Tony, non ho capito nulla.. di quale partita parli? Un quarto d’ora?».

«Mister?!» che ci dirà?

Ancora Tony: «Inutile ragazzi che vi guardiate gli uni con gli altri… tanto quello che ha da dirvi ve lo dirà, ma a ciascuno di voi, in privato».

«Cosa? Tony non ho capito niente.... Ma se siamo tutti qui?»

Il mister muove qualche passo, ma in silenzio, e il pavimento diventa un manto

Torino Verdi

 di foglie d’autunno, gialle e rosse, secche, perché il Mister non parla, fino a quando, giunto in fondo alla stanza, si volta, sempre senza dire niente.

 E ad ognuno si volge, perché le ascoltino quelle parole non dette e le leggano quelle non scritte.

«Simone (Verdi), sei arrivato quest’anno, non avere fretta, a Napoli non ti sarebbe andata meglio».

Torino Nkoulou«Nicolas (Nkoulou), com’è facile ritrovarsi così, eh? Ti ricordi quando sei entrato negli spogliatoi a prendere in giro Andrea (Belotti) con il tuo vestito nuovo di zecca? Sembravi un modello, è bastato qualche titolo sul giornale per un squadra più blasonata a farti perdere la testa, a crearti tensione con gli amici, quelli che hai trovato qui; ma, soprattutto l'allegria, che ne è stato di quella? E pensi che in campo non si veda? Ritrova l’allegria ragazzo mio. Fai in fretta, che fai il lavoro più bello del mondo».

Il mister continuava a guardarli senza parlare ma loro lo sentivano, si fermava qualche secondo davanti a loro e li guardava severo ma come può esserlo un papà.

Torino Belotti

«Andrea (Belotti), a te che devo dire? Ti batti sempre come un leone, sei un uomo ma giochi sempre pensando a quanto ancora potresti crescere, hai persino imparato a battere i rigori: non posso dirtelo davanti a tutti, non capirebbero, sei l’unico che mi fa dare ragione ai giornalisti quando parlano di “sano individualismo”…. Quello di un vero attaccante che guarda, anzi, sente, la porta prima ancora di averla intravista».

«Non posso invece dire la stessa cosa di te, SimoneTorino Zaza (Zaza), quanto ancora pensi di farcela pagare per il fatto di non avere un posto da titolare? Io non mollo! Ti lascio in panchina. Pensi che entrare in campo e spingere l’avversario che ti marca, ogni volta, ogni volta che ti arriva il pallone ti servirà a qualcosa? Continua a stare in panchina tutti i primi tempi, quando sarai abbastanza umile da tornare sulla terra, vedrò, non dipende solo da me come pensi tu».

Poi si avvicina a lui, bello come un attore di Hollywood ma, oggi, con la testa bassa, a nascondere quegli occhi di un ghiaccio nei quali solitamente si esprime il suo coraggio, quando vola tra i pali, quando spedisce la sua voce fin quasi al centro del campo, tagliando l'atmosfera spessa, fitta del pubblico quando è teso e preoccupato perché la palla la fan girare gli altri, ma che adesso sono immersi nei guantoni che li coprono, mentre inseguono quella voce nell'eco delle istruzioni che ogni volta regala con un'instancabile generosità: Salvatore (Sirigu) condannato ad essere sempre l’ultimo a mollare, «a te che devo dire, sei sempre il migliore in campo, ma se il migliore è il portiere, qualcosa questo dovrà pur dire?? E non è niente di buono».

 Torino Meité«Soualiho, (Meïté) quanto è lontana Parigi con la tua nazionale under 19? Voglio dirti che la misura della tua forza cambia ma, fossi in te, manterrei la stessa tranquillità che avevi allora, ti conosco poco, ma puoi giocar bene solo se non rinunci a divertirti».

«Koffi (Djidji), Gleison (Bremer), ah se vi potessi unire, il senso dellaTorino DjidjiTorino Bremer posizione, Koffi, e la potenza che, se non fosse stato per quell’errore l’anno scorso su Ronaldo…, Gleison, a ventidue anni, dai! E’ possibile, lui ha avuto una gigantesca carriera, tu pensa solo ad imparare».

Torino Lyanco«Lyanco, preferisco chiamarti con il cognome, ti voglio bene come agli altri, ma è che non ho mai allenato un giocatore con tutti i nomi che hai tu, Evangelista Silveira Neves Vojnović; peccato per i tuoi infortuni, lo schiererei sempre un gigantesco armadio a quattro ante di quasi un metro e novanta come te al centro della difesa».

Il Mister si aggirava per lo spogliatoio e ci guardava mentre lo ascoltavamo.

Nel silenzio, solo la voce roca da dietro gli armadietti, «ascoltate il Mister, in fondo basterebbe un quarto d’ora».

«Ehi Tony, non è proprio il mome…» mi si annodò la voce in gola a trovarmelo davanti. «Mister ....»

«Thomas (Rincon)» e, spostando lievemente lo sguardo accanto a me, «Armando (Izzo), El General, sì, dovrebbero dare anche a te il soprannome di Thomas, mi ricordo di avervi visto sbagliare, qualche volta, ma mai, davvero mai di avervi visto mollare».

Torino BaselliCi siamo guardati interrogandoci su quello che avevamo sentito ma il Mister era già alla porta, da una parte Daniele (Baselli), dall’altra Ola (Aina),Torino Aina «parlatevi, siete i due rintocchi di una stessa storia di eterna giovinezza non sbocciata, tu Ola, però, hai solo ventitré anni e ancora tanta, tantissima strada da fare».

Ad inizio corridoio, in piedi, Cristian (Ansaldi) e Jago (Falque), gli unici capaci di strappargli un sorriso, appena accennato e che, in quella sua Torino Ansaldifaccia larga e paciosa, lo fece assomigliare per un attimo a quell’emoticon che accompagna i messaggini allo smartphone strizzandoti l’occhio, «non so se oggi è la giornata adatta ma vorrei proprio ringraziarvi per averci riportato in campo un’eleganza ch’era un po’ che non si vedeva da queste parti».

Infine Saša (Lukić) che se ne sta lì appoggiato alla Torino Lukicparete, in corridoio, attento più di quanto non voglia mostrare, anche adesso; fa finta che la cosa non lo riguardi ma, forse, solo perché è un timido, quel ragazzone serbo alto un metro e ottantadue di quasi ottanta chili di muscoli. «Abbiamo finito per oggi. Va’ a cambiarti» ma questo a lui il Mister davvero lo disse pronunciandone le parole, prima diTorino Falque allontanarsi definitivamente.

«Ma che avrà voluto dirci? Ah, chiediamo al magazziniere: ehi Tony?!?, Ci sei? Dai lo so che sei lì, non fare il furbo, non ti ho visto uscire… vabbè». Non saprei dire perché, ma quelle parole, fate scivolare dentro a ciascuno di noi, il fatto che il Mister avesse voluto parlarci uno ad uno, mi aveva messo di buon umore «allora vengo io, ma non attaccarmi il tuo raffreddore» scherzai.

«Non ho il raffreddore».

«Sì sì, come no?!? ora vengo. Oh, eccoci qua! Allora…. Mah? Dove sei? Ehi! Tony, dove sei finito?» mi guardai avanti, indietro: nulla. «Cristian tu l’hai visto uscire?».

«Io? No! Chi?».

«Ma come chi? Tony, macché cavolo» imprecando uscii, eccolo lì, «oh ti ho trovato finalmente» sovrastato come sempre dalla rete piena di palloni sulle spalle, in una sagoma curva che faceva pensare a Shrek a Notre Dame.

«Eccoti qua, Tony, hai visto il Mister?» Lui mi guarda….. «Il Mister? Ma di che parli Thomas?».

«Ehi, gli dico io, ma che hai fatto alla voce? Un attimo fa’ eri così rauco, adesso la tua voce è limpidissima».

«Cosa?» Guardandomi con la smorfia di chi ti sente parlare un’altra lingua e vuole in tutti modi manifestarti quanto tu gli risulti incomprensibile ...».

«Sì, dai, la voce che avevi prima quando eri negli spogliatoi».

«Ehi ragazzo ma di che parli? Io vengo dal campo, non li vedi

i palloni? Che diavolo ci avrei dovuto fare negli spogliatoi…. dai! Non è proprio giornata. Torna dentro, adesso vengo a ritirare tutto e partiamo».

«Ma che roba» proseguì borbottando mentre si avvicinava alla porta dello spogliatoio «Questa decisamente mi mancava… sto in campo a recuperare i palloni sotto la pioggia e mi dicono "che ci facevi negli sogliatoi"».

Non seppi che dire… né come spiegarmelo, ma chi? Chi c'era allora dietro gli armadietti? Feci allora per seguirlo ma sentivo le gambe pensatissime, tentai allora di rispondergli ma non ci riuscii. Subito però mi sentii come risucchiato, trovandomi, finalmente, ad occhi aperti, per un istante soltanto non sapendo dove fossi: una mano mi scuoteva la spalla cadenzando il ritmo di una voce «Thomas… Ehi! Thomas, sveglia … dai! Non è ora di dormire, a fare la doccia, su, il pullmann ci aspetta». Dovetti ricomporre un attimo l’orientamento nello spazio e nel tempo ma feci come mi diceva: la doccia, poi una sistematina alla barba, appena un po' largo il nodo alla cravatta che volgeva al contrario mentre andavo cercandomi dentro allo specchio.

Salii come sempre e mi sedetti al finestrino: le gocce di pioggia sul vetro confondevano gli indistinti contorni del paesaggio, ora ingoiato nell’avvio del "gigante", come lo chiamavo da bambino, il pullman che ci trasportava ovunque andassimo.Torino La Voce Della Luna

Decisi di mettere le cuffie ma questa volta niente rock, no. Meglio l’aria dei nostri nonni, Cavalleria Rusticana (https://www.youtube.com/watch?v=K28B9GJMOzA): non potevo fare a meno di pensare a quella voce: il “Quarto d’ora”, Valentino Mazzola che si rimbocca platealmente le maniche della maglietta girandosi, umile e fiero al contempo, verso gli spalti, quasi a voler fare una carezza ai tifosi, in quell’attimo, quello che non ti sfugge più, mentre l’obiettivo lo cattura in una foto oggi sbiadita ma che rivela come fosse una splendida giornata di sole. Il Quarto d’ora granata: un sogno, una leggenda? Forse. Sul pullman nessuno aveva voglia di parlare: così cercai di riaddormentarmi, alla ricerca di quel sogno nel quale ero stato spinto dalla realtà, quella di un ferroviere, un uomo semplice, appassionato di calcio ed eroe per caso allo stadio, che chiama la carica e fa esplodere il quarto d'ora granata.

Joseph Rà

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«Credo che se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse potremmo capire»

Roberto Benigni in “La Voce della Luna” di Federico Fellini (1990)

 

Torino 1949 BolmidaIl famoso quarto d'ora granata era un momento particolare della partita, dedicato al pubblico dello Stadio Filadelfia, dove il Torino giocava le partite casalinghe. Sugli spalti la gente aspettava quei quindici minuti e i giocatori si divertivano a farlo attendere. Quando la squadra avversaria non era temibile, i calciatori del Torino erano soliti giocare volutamente al di sotto delle loro potenzialità, finché partivano tre squilli di tromba dalla tribuna di legno dove era presente tale Oreste Bolmida, un tifoso particolare di professione ferroviere. Da quell'istante partiva il quarto d'ora granata: Valentino Mazzola si rimboccava le maniche, dando il segnale del cambiamento, e la squadra aumentava il ritmo.

Il tutto ebbe inizio nella primavera 1946, allorché si ebbero diverse partite sfociate in goleade realizzate in quindici minuti, la più incredibile lo 0-7 allo Stadio Nazionale contro la Roma il 28 aprile 1946. Una volta messo al sicuro il risultato, il Torino addormentava la partita, limitandosi al controllo della stessa, praticamente facendo il minimo necessario in un quarto d'ora.

A volte la tromba veniva suonata anche quando il Torino era in difficoltà, oppure quando era sotto, come successe il 30 maggio 1948 quando perdeva 0-3 in casa contro la Lazio e il risultato fu ribaltato per il definitivo 4-3.