BARTOLOMÉ ESTEBAN MURILLO: Il restauro e la scoperta

Murillo 01C’è una figura misteriosa, un altro quadro dipinto sotto al quadro che si ammira oggi, di cui non si sapeva nulla. C’è una vicenda legata all’origine di quest’opera e a come arrivò a Roma, ancora da ricostruire. E c’è un accenno di erotismo — un capezzolo prima coperto, poi svelato dopo vari ripensamenti — là dove mai ce lo si aspetterebbe da un pittore consegnato alla storia come il grande cantore delle Inmaculadas, alfiere della devozione e della religiosità popolare.

Per la serie, dunque, un restauro e mille storie: quelle che stanno emergendo dai «lavori in corso» su una celebre tela del XVII secolo, la cosiddetta Madonna del latte di Bartolomé Esteban Murillo (1618-1682), conservata da secoli nella Galleria Corsini di Roma, sede, con Palazzo Barberini, delle Gallerie Nazionali d’Arte Antica. Il quadro dall’estate scorsa è stato sottoposto, per la prima volta, a una serie di indagini diagnostiche: raggi X e multispettrale (riflettografia infrarosso, Uv, X-Ray Fluorescence analysis), di cui si attendono ancora i risultati definitivi. Ma tanto è bastato a individuare, sotto all’imponente tela (164 centimetri di altezza per oltre un metro) un precedente dipinto in avanzato stato di composizione, raffigurante un San Francesco in preghiera.

Non sono rari, soprattutto nel corso del XVII secolo, i quadri che hanno rivelato diversi stati di composizione. Tra i casi più noti, i Caravaggio della Cappella Contarelli nella chiesa romana di San Luigi dei Francesi, dove indagini diagnostiche simili confermarono anni fa il percorso travagliato delle tele del Merisi. Ma se cambi di composizione in corso d’opera sono documentati, «raro ed eclatante — racconta Alessandro Cosma, storico dell’arte, funzionario delle Gallerie Nazionali d’Arte Antica — è il caso di un quadro, già dipinto, con volto e mani praticamente finiti, cui se ne sovrappone un altro dal soggetto totalmente diverso. Non si tratta qui di una tela riutilizzata, ma di una figura precedente di cui parti vengono riusate per costruire il nuovo quadro. Le pieghe del saio del santo, ad esempio, con cui Murillo crea la gamba della madonna».

Un’astuzia del pittore, forse per guadagnare tempo, che in queste ore, a restauro in corso, si riesce a osservare perfino a occhio nudo: «Si vedono anche un libro, un albero sullo sfondo e altri dettagli — osserva Cosma —. Date le dimensioni del dipinto, non certo una tela da cavalletto, è probabile che si sia trattato di una commissione importante, interrotta per chissà quale motivo; al momento possiamo fare solo ipotesi». Cosma, insieme alla responsabile del Laboratorio di restauro del museo, Chiara Merucci, e ad Alessandra Percoco, che sta eseguendo materialmente il lavoro, è ora impegnato nello studio della tela, il cui restauro sarà presentato a marzo con una pubblicazione che ripercorrerà anche la storia del quadro, vera icona di successo nella Roma tra Sette e Ottocento, fonte di ammirata ispirazione per scrittori, artisti e viaggiatori del Grand Tour.

Murillo 02A restare folgorato dal Murillo di casa Corsini anche Gustave Flaubert durante un viaggio a Roma nel 1851. L’autore di Madame Bovary in una serie di lettere al fratello raccontò di non riuscire addirittura a dormire, ossessionato dalla visione di quella che le guide dell’Ottocento avevano già ribattezzato, con azzardato esotismo, la Madonna zingara (Murillo è di Siviglia, città dei gitani). «Sono innamorato della Vergine della Corsini — scrive Gustave —. La sua testa mi perseguita e i suoi occhi continuano a passarmi davanti come due lanterne danzanti». E che tra i punti focali dell’opera ci siano proprio quegli occhi lo confermano le indagini in corso: «Velature, spostamenti, ritocchi, un lavoro infinito», dicono le restauratrici, le quali hanno anche individuato un quasi certo ripensamento del pittore per la veste appena scollata sul seno di Maria, prima coperto, poi svelato. Un’immagine esplicita e poco consona ai canoni dello spirito post-tridentino, di cui era ancora permeato il XVII secolo. D’altronde l’erotismo in Murillo — che la storiografia ha restituito a lungo come il pittore devoto per antonomasia, quello più riprodotto fino ai santini da comunione, ma che in realtà fu uomo tormentato, ossessionato dai denari, finito in carcere per debiti — non è più da tempo argomento tabù: un tema affrontato nel 1982 da Jonathan Brown e più volte confermato da Benito Navarrete, tra i massimi studiosi dell’artista.

MurilloMa come entrò questa conturbante raffigurazione sacra in collezione Corsini? Di pari passo con il restauro stanno procedendo gli studi sulle sue origini, che però restano ignote. Murillo, in vita e fino a tutto l’Ottocento, fu una stella del mercato collezionistico, pagato come e più del genio indiscusso del Siglo de Oro, quel Velázquez che nel mite Bartolomé Esteban vide un rivale facendo di tutto per tenerlo alla larga dalla corte di Madrid. Una leggenda, di cui si trova traccia anche in articoli di stampa del XIX secolo, voleva che il quadro della Madonna zingara fosse un regalo del re di Spagna al cardinale Neri Maria Corsini (1685-1770), nipote di papa Clemente XII, esponente di spicco del casato, collezionista e fondatore della raccolta nel Palazzo di via della Lungara, dove ha ancora sede la Galleria. La prima notizia del quadro di Murillo è però un inventario corsiniano tardo, del 1784, motivo per cui si pensò che a comprarlo fosse stato Andrea, nipote di Neri Maria. Ma Alessandro Cosma ha recentemente intercettato un diario poco noto di un altro innamorato celebre della Virgen gitana, il pittore Jean-Honoré Fragonard. Il quale già dieci anni prima, 24 marzo 1773, annotando le sue impressioni su una visita a Palazzo Corsini citava proprio la merveilleuse madonna di Murillo nella camera da letto del cardinale Neri Maria, morto tre anni prima.

Le lancette vanno perciò spostate indietro, con i documenti più antichi rintracciati che rimandano sì a un regalo al Gran cardinale di famiglia, ma non del re di Spagna, bensì del suo segretario particolare per testamento, Gian Battista Pontici, poeta e arcade, cavaliere dell’Ordine di Santiago, dunque legato ai circoli spagnoli nella Roma settecentesca. Come e quando il quadro dell’allora costosissimo Murillo sia giunto nelle mani di Pontici è quanto resta da scoprire. Nota invece l’immensa fortuna dell’opera, almeno fino a quando l’astro Murillo non si spegnerà con il prevalere di un gusto legato alle avanguardie. Da ricordare, almeno, la vendita forzata della Gipsy Madonna durante l’occupazione francese del 1799 (poi ricomprata dai Corsini) per la cifra record di 600 scudi, sei volte più del Rembrandt di famiglia; e le innumerevoli richieste di copie del quadro, ancora oggi sparse nel mondo: Victoria & Albert Museum, Russia, Messico, Usa. C’è poi la piccata testimonianza di un puritano avvocato e diarista inglese, Henry Crabb Robinson, che nel XIX secolo si compiaceva della neutra dicitura con cui in Galleria era indicato il quadro: A Mother and Child, non riconoscendo dunque a quella peasant girl (contadina) il sacro appellativo di Vergine. Infine, l’aulico omaggio di Tito Alacci, alias Alacevich, biografo delle dive del muto, che in un libro del 1919 sui volti del cinematografo sentenziava: «La deliziosa Madonna di Murillo dai grandi occhi è la più bella delle donne».

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Da La Lettura del Corriere . Domenica 24 Gennaio 2021

 

BARTOLOMÉ ESTEBAN MURILLO (SIVIGLIA 1618 – CADICE 1682)

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Galiziane alla finestra (o Las Gallegas) è un dipinto di Bartolomé Esteban Murillo realizzato a olio su tela 124 × 104 cm. È conservata alla National Gallery di Washington.

 

IL GIOVANE MENDICANTE (1645 CIRCA) MUSEO DEL LOUVRE DI PARIGI - TELA CM. 137 X 115

 

Madonna del latte

1675 ca. - olio su tela - cm 164 x 108 - Galleria Corsini - Inv: 464