Sapere per edificarsi: e questa è prudenza

Così vi sono coloro che vogliono sapere per vendere la loro scienza, o per procurarsi denaro od onori: ed è un turpe guadagno. Ma vi sono anche quelli che vogliono sapere per edificare: e questa è carità. E vi sono ancora altri che vogliono sapere per edificarsi: e questa è prudenza.

(Bernardo di Chiaravalle – Sermione XXXVI)


 

Da avvocato delle grandi banche alla Chiesa. Padre Augusto Zampini-Davies

Augusto Zampini Davies Santa SedeA tu per tu. Padre Augusto Zampini-Davies,

Da avvocato delle grandi banche alla Chiesa. Padre Augusto Zampini-Davies, 51 anni, un tempo era un brillante avvocato delle banche e delle corporation, e prima ancora dentro la Banca Centrale argentina. Oggi è sottosegretario del Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale, il “ministero” del Welfare globale della Santa Sede 

Carlo Marroni

Ci scherza su, e parla di «umorismo di Dio». Già, perché un tempo era un brillante avvocato delle banche e delle corporation, e prima ancora dentro la Banca Centrale argentina. Insomma, lavorava per chi i soldi ce li aveva, e parecchi. I ricchi. Oggi è un avvocato difensore dei poveri. Su incarico diretto di Papa Francesco. Una storia che sembra un romanzo, ma che nella chiesa cattolica non è poi così infrequente. Padre Augusto Zampini-Davies sorride quando racconta la sua di storia, delle sue aspirazioni giovanili e della chiamata, dell’incontro con Bergoglio, ma anche con Christine Lagarde. Ad appena 51 anni, è sottosegretario del Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale, il “ministero” del Welfare globale della Santa Sede, potrebbe essere definito anche il think tank della Santa Sede dove si elaborano le strategie sociali del papato di Bergoglio, a partire dalle encicliche. «Per tutta la vita ho voluto essere un avvocato, come mio padre. Sono stato fortunato a studiare all’Universidad Católica Argentina ed entrare nella Banca Centrale della nazione in un momento di ripresa economica da una delle crisi più importanti della nostra storia» racconta poco tempo dopo la sua nomina nella task force voluta dal Papa per studiare le strade di uscita dalla crisi evitando gli errori commessi dopo il 2008.

Ma, come dicevamo, prima di diventare sacerdote è stato anche un avvocato d’élite: «Ho lavorato tre anni presso lo studio legale Baker McKenzie, dove sono stato in grado di conoscere non solo il mondo delle banche, ma anche quello delle società internazionali e di investimento di ogni tipo. È stata un’esperienza meravigliosa; è così che ho saputo cos’è il mondo degli affari». All’epoca il managing partner della legal firm globale con sede centrale a a Chicago – oggi fattura quasi tre miliardi di dollari – era la Lagarde, prima di diventare ministro del governo francese (all’economia prima e poi alle finanze), e poi direttore generale del Fondo Monetario Internazionale e, da novembre, Presidente della Bce. L’ha mai incontrata? «Forse ad un evento. Poi, sono stato con lei nel 2018, durante gli incontri annuali del Fmi e del gruppo della Banca mondiale, in Indonesia. Dalla mia vita precedente ho mantenuto stretti contatti con persone del mondo della finanza e degli affari con i quali adesso lavoro e collaboro da un’altra prospettiva». Prima avvocato, quindi, poi il seminario diocesano e anni spesi tra parrocchie di periferia in Argentina. E una sfilza di nuovi titoli accademici, specie in teologia morale, tra cui uno a Cambridge.

Zampini Santa SedeE il mondo legale e finanziario? «Quando sono entrato in seminario, ho pensato che tutto ciò fosse rimasto nel passato. Ma ora, per l’umorismo che Dio talvolta manifesta nei nostri confronti, sono tornato alle mie vere radici, la ricerca della giustizia, ma con un altro scopo; difendere i poveri, promuovere il bene comune (non solo quello di alcuni) e il benessere di tutte le persone. La mia conoscenza di ciò che sta accadendo nel mondo dell’economia e della finanza forse può aiutare a creare un dialogo costruttivo e a capire cosa funziona e cosa no. L’esperienza è un dono. Ho sempre chiesto a Dio perché mi ha lasciato fare l’avvocato quando ero destinato a una vita nella Chiesa. Sembra che la risposta possa scoprirla ora». La sua è certamente una figura in forte ascesa dentro la Santa Sede, per i temi delicati che tratta.

Forse in futuro potrebbe essere chiamato da Bergoglio ad occuparsi più direttamente di “finanze”, visti i problemi ancora evidenti che i recenti fatti attorno al caso del palazzo di Sloane Avenue – che già ha fatto saltare molte teste e ancora non si vede la fine – hanno rimesso sotto i riflettori. Ma il Papa, si è visto, non è incline a promozioni per affinità nazionali né a disegnare carriere a tavolino, come accaduto per decenni. Conosceva Bergoglio quando era in Argentina? «Ero nella diocesi di San Isidro, non di Buenos Aires, dopodiché ho iniziato a lavorare a stretto contatto con i vulnerabili e i poveri. Una volta la parrocchia stava lavorando con le comunità insediate intorno alla diga di Luján quando la nostra barca si è rotta. In uno scenario drammatico e provvidenziale, il cardinale Bergoglio, che aveva sentito parlare del lavoro che stavamo conducendo, venne in nostro soccorso con un nuovo motore per poter continuare a evangelizzare. Questo è stato il primo dei nostri incontri, ma ci siamo conosciuti a un livello più personale durante il Sinodo pan-amazzonico (due anni fa, ndr)».

Ora padre Zampini risiede a San Calisto, il complesso extra-territoriale vaticano nel cuore di Trastevere, ma il suo pensiero è spesso rivolto al suo Paese, che visse una ventina di anni fa una delle crisi più gravi della sua storia. «Come argentino cresciuto tra gli anni 70 e 90, sfortunatamente, ho dovuto sperimentare molte inadempienze finanziarie. Come per molte persone della mia generazione, tutti i miei risparmi dalle prime fasi del lavoro sono svaniti. Uno dei miei primi lavori è stato presso i tribunali nazionali argentini e ricordo che ho ricevuto il mio primo stipendio durante il periodo di iperinflazione: 300% di inflazione mensile! Dovevi spendere tutto in un giorno a causa dell’instabilità economica e poi vivere senza nulla per un mese. È un’esperienza triste, ma dà resilienza e comprensione di come le finanze influenzano le persone comuni».

La pandemia mette in ginocchio famiglie, imprese, e i Paesi più deboli. «Come sacerdote nei quartieri poveri ho imparato dalla gente; dalla loro resilienza contro entrate insufficienti e molti debiti. Inoltre, in Argentina, tutti, anche la Chiesa, vivono l’esperienza del debito. È quasi una situazione “esistenziale”. Questo ci educa ad avere uno sguardo sulla finanza più ampio di quello che è semplicemente numerico». E cita un classico dell’economia: «Non lo dico solo io: il premio Nobel Robert Schiller afferma che la finanza dovrebbe essere un mezzo per raggiungere obiettivi sociali. Quando questi mezzi diventano un fine in sé, la finanza diventa prepotente e distruttiva. E questo io l’ho imparato da giovane». Il suo dicastero, presieduto dal cardinale ghanese Peter Turkson, è molto ascoltato da Bergoglio, specie ora che si naviga a vista. I numeri che emergono sono drammatici per l’economia. «Penso che uscirà necessariamente un mondo diverso. Dipenderà da noi renderlo migliore o peggiore rispetto a prima di questa crisi, che non è solo sanitaria, ma anche sociale, economica e, direi, anche politica. Infatti, questa crisi del Covid-19, nelle sue varie dimensioni, ha messo in evidenza le contraddizioni e le debolezze inerenti alle nostre strutture e istituzioni socioeconomiche. Come ha detto papa Francesco nell’enciclica “Laudato si’”, l’attuale modello economico mondiale non porta beneficio allo sviluppo di ogni persona né è sostenibile perché si basa sullo sfruttamento della nostra casa comune, nonché su una cultura dello scarto che ha intorpidito il nostro senso di solidarietà e fratellanza. Questo è il motivo per cui insistiamo sul fatto che questa è un’opportunità unica per fare un profondo cambiamento: costruire un mondo più sano e più equo con persone sane, istituzioni sane e un pianeta sano».

Ma di certo come sempre tanti soffriranno, «come tutte le crisi, anche questa colpisce in modo sproporzionato i poveri. Per esempio, i lavoratori del settore informale che non ricevono protezione dallo Stato o dal mercato, ma che sono obbligati a rimanere nelle proprie case, si devono confrontare con il dilemma di uscire per trovare lavoro con il rischio di contagiarsi e di contagiare, o di non poter essere in grado di sfamare la propria famiglia». E il mondo delle banche e della finanza, che lei conosce bene, da cui scaturì la crisi del 2008? «Per quanto riguarda l’industria finanziaria, che è un mezzo per servire l’economia, possiamo dire che negli ultimi decenni si è distorta, servendo sé stessa. La pandemia può essere una chiamata affinché il mondo della finanza serva a rigenerare un’economia sostenibile e inclusiva». Intanto i Paesi poveri sprofondano. «Mi sembra che non si possa uscire da questa crisi indebitando ulteriormente coloro che sono già indebitati. È tempo di ridurre, se non condonare, il debito sovrano dei Paesi in via di sviluppo, in modo che utilizzino tali risorse per mitigare la pandemia e per la loro crescita; e questa è una delle più alte espressioni di solidarietà universale».

Dalla Chiesa, e in particolare dal suo dicastero, potranno uscire delle proposte, come con “Laudato Si’”: salario universale, come ha già proposto il Papa? «È una alternativa che è stata analizzata dalla Commissione ed è una delle tante proposte che stiamo progettando per rispettare il nostro impegno nei confronti dei poveri e garantire che godano di una protezione prioritaria. Di fronte a questi eventi inaspettati e le cui conseguenze incidono in modo sproporzionato su coloro che hanno il minimo, dobbiamo esplorare tutti gli strumenti a nostra disposizione per evitare che i poveri vengano colpiti di nuovo e diventino sempre più poveri. È difficile comprendere la realtà di coloro che affrontano la difficile decisione di uscire al lavoro ed esporsi al contagio o alla fame; di quelli che non hanno acqua corrente per lavarsi le mani; di coloro che vivono in condizioni precarie e mancano di servizi sanitari o spazio fisico per soddisfare la distanza sociale». Insomma, per questa crisi globale «non esiste un’unica ricetta. Poiché si tratta di un problema di comunità, le soluzioni devono essere comuni, recuperando lo spirito dei padri fondatori dell’Unione europea. Inoltre, poiché la crisi è complessa e non esiste un “technofix”, tutte le soluzioni devono essere a lungo termine e senza scorciatoie».

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Da La Domenica - Il Sole 24Ore del 04 ottobre 2020

«Per l'uomo è tempo di ritrovare se stesso»

Parla il sociologo.Sito Blog Morin

Edgar Morin: «Per l'uomo è tempo di ritrovare se stesso»

Alice Scialoja

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Alle soglie dei 100 anni legge l’emergenza ecologica e la pandemia alla luce dell’estemporaneità della storia, invitando i giovani a ricostruire sulle fondamenta di un nuovo umanesimo

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Attento, sorridente, disponibile, Edgar Morin ti guarda negli occhi quando parla e mentre ti ascolta. Il sociologo e filosofo francese, nato nel 1921, ha attraversato un secolo di storia e raccontato la sua in memorie di recente pubblicazione. Alla scrivania del suo studio nell’Istituto di botanica di Montpellier, risponde a queste domande un giorno di febbraio, all’inizio della pandemia da coronavirus. Così legge il presente il padre del “pensiero complesso”.

Pensa che il coronavirus possa segnare per l’umanità una presa di coscienza dell’interdipendenza e comunità di destini di tutti gli esseri umani?

Stiamo vivendo una tripla crisi: quella biologica di una pandemia che minaccia indistintamente le nostre vite, quella economica nata dalle misure restrittive e quella di civiltà, con il brusco passaggio da una civiltà della mobilità all’obbligo dell’immobilità. Una policrisi che dovrebbe provocare una crisi del pensiero politico e del pensiero in sé. Forse una crisi esistenziale salutare. Abbiamo bisogno di un umanesimo rigenerato, che attinga alle sorgenti dell’etica: la solidarietà e la responsabilità, presenti in ogni società umana. Essenzialmente un umanesimo planetario.

Sito Blog Morin 01Lei ha scritto che la storia, in particolare quella umana, è imprevedibile e che il futuro dell’umanità sarà altrettanto inaspettato. Si può, tuttavia, parlare di una qualche lezione della storia?

La prima lezione della storia è che non impariamo lezioni dalla storia, che siamo ciechi a ciò che ci ha insegnato. Per esempio che essa comporta un certo numero di determinismi, come lo sviluppo delle forze produttive o i conflitti di classe indicati da Marx, ma anche una dimensione shakespeariana, di noise and fury. Ai nostri antenati cacciatori e raccoglitori non è saltato in mente che sarebbero diventati contadini, così come gli imperi dell’antichità non pensavano minimamente al proprio crollo, né l’Egitto, né i Sumeri, né Roma. C’è una gran parte d’ignoto e d’inaspettato: è a mio avviso una delle lezioni. Il movimento hitleriano negli anni 20 sembrava condannato alla sterilità. Ma la congiunzione tra la crisi del 29, una Germania umiliata dal trattato di Versailles, la divisione tra socialisti e comunisti, i poteri finanziari che pensavano di manipolare Hitler senza sapere che lui avrebbeSito Blog Morin 02 manipolato loro, ha fatto accadere l’impensabile: che il Paese più colto d’Europa affondasse nella barbarie. La storia, dunque, ci insegna a essere vigili e a pensare che i periodi che appaiono progressisti possono essere seguiti da regressione e barbarie, e che nemmeno questa è eterna. Prima della guerra, la dominazione nazista in Europa sembrava generale e che cosa ha fatto cambiare le cose? Il Duce. Perché ha voluto attaccare la Grecia ma è stato fermato dal piccolo esercito greco, allora ha chiamato Hitler in aiuto, che ha dovuto rimandare di un mese l’at- tacco all’Urss previsto a maggio del ’41, perché si è scontrato con la resistenza serba prima di arrivare a piantare la bandiera con la svastica sull’Acropoli. Così, arrivato alle porte di Mosca, l’esercito tedesco è stato congelato da un inverno precoce. Ma, se avesse attaccato a maggio, avrebbe preso Mosca e il destino sarebbe cambiato.

Significa che la storia è governata dal caso?

Il caso interviene spesso, ma è la complessità dei fattori che operano nella storia a modificarla di più, avvenimenti che fermentano e lavorano sulla realtà. Gorbaciov, per esempio, chi se lo aspettava? O il precedente re di Spagna, che era stato nutrito dal franchismo… Scaturiscono conversioni psicologiche, se così si può dire, uno spirito sotterraneo che rovescia le parti: la storia è anche questo.

Vede una nuova devianza nel presente e ritiene preoccupante la recrudescenza dei nazionalismi?

Siamo in un’epoca regressiva. La regressione si manifesta con la crisi delle democrazie che in molti luoghi, Europa compresa, lascia il posto a regimi semidittatoriali, in Turchia, in Ungheria, in Russia, un po’ anche in Polonia. Una tendenza quasi universale, cui si somma il dominio di gigantesche forze economiche, che nelle condizioni di neoliberismo attuali pesano sui popoli, che si sollevano ma falliscono. Queste rivolte si sgonfiano o vengono schiacciate perché non c’è una forza che le guidi, una voce capace di dare un senso al futuro. Stanno prevalendo fattori negativi. Ogni tanto, interviene un fattore gradevole e inatteso, come l’elezione di Papa Francesco.

Le piace Papa Francesco?

Sì certo, pur essendo io agnostico.Sito Blog Morin 03

Lei sostiene che l’incapacità di gestire la complessità ci porta verso l’autodistruzione. Abbiamo possibilità di salvarci?

Ci sono forze autodistruttive in gioco negli individui come nelle collettività, inconsapevoli di essere suicidi. Fin dove arriveranno questi danni e quando avverrà una reazione, non si sa. Da 50 anni sono tra coloro che lanciano l’allerta. Ma i progressi della coscienza sono lenti. È tardi. Non lo so. Penso possa esserci devastazione, ma non vedo la distruzione della specie umana. La storia insegna anche come a un certo punto tutto sembri crollare, la romanità per esempio; poi da un processo multisecolare scaturisce qualcosa di nuovo e rivoluzionario. Siamo in un mondo incerto e possiamo immaginare un avvenire in cui intervengono forze catastrofiche, ma la probabilità non è mai certezza.

In un libro con Mauro Ceruti, scrive che l’idea dell’Unione europea è figlia dell’improbabile perché è immaginata da uomini al confino durante la guerra. L’improbabile come motore di ottimismo?

Io ci credo. Ma non so quale improbabile possa comparire oggi. Nella storia umana, comunque, i due inconciliabili ma inseparabili nemici che sono Eros e Thanatos continueranno ad affrontarsi, e Thanatos non riuscirà a distruggere Eros Eros a eliminare Thanatos. Ognuno a turno prenderà il sopravvento. Oggi i più forti sono Polemos eThanatos, ma non c’è eternità nella storia.

Alexander Langer diceva che la rivoluzione ecologica potrà affermarsi nella misura in cui sarà desiderabile; è d’accordo?

Ci sono gli ecologisti ma la scienza ecologica non è insegnata da nessuna parte. È una scienza polidisciplinare e in quanto tale non accolta nelle nostre università. La seconda lacuna è che, nonostante si sappia da Darwin in poi che siamo frutto di un’evoluzione biologica, tutta la nostra cultura continua a separare il biologico dall’umano. Abbiamo creato una frattura epistemologica. Le catastrofi, come Chernobyl, scuotono, poi vengono dimenticate, e così i nuovi uragani. Altre culture hanno un senso dell’inglobamento dell’umano nella natura ben superiore al nostro.

Greta Thunberg?

Ha svegliato qualcosa nella gioventù di molti Paesi e questo è davvero positivo.

L’economia procede in modo del tutto incontrollato. Come si potrebbe orientarla e quale controllo sarebbe auspicabile?

L’unico controllo auspicabile sarebbe quello esercitato da organismi economici mondiali, che esistono ma sono al servizio della corrente dominante. Servirebbe una coscienza planetaria della comunità dei destini umani. Oggi, al contrario, l’angoscia fa che ci si richiuda sull’identità nazionale, etnica, sul nazionalismo. Invece di un’apertura della coscienza, vitale, c’è una chiusura, mortale. Questa regressione non possiamo nascondercela, meglio vederla e formare degli isolotti di resistenza. Creare oasi di libero pensiero, fraternità, solidarietà, isolotti di resistenza che difendono valori universali e umanisti, e pensare che un giorno questi possano diventare un’avanguardia. È successo tante volte nella storia, succederà di nuovo.

Crede nell’idea di progresso?

No. Ci sono progressi possibili, progressi incerti e ogni progresso che non si rigeneri degenera. Tutto può regredire.

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Da Avvenire di mercoledì 15 aprile 2020

L'infinito tra Passione e Ragione, a Leopardi da Socrate a Platone a Shakespeare

Recanati. Il FAI (Fondo Ambiente Italiano) apre al pubblico, dopo un attento restauro, l’Orto sul colle che ispirò a Giacomo Leopardi il celeberrimo idillio composto nel 1819Sito Blog Leopardi

L’Infinito affidato ai giovani

Andrea Carandini

Ho rivolto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella le parole che ho mandato, subito dopo, ai giovani del FAI, legando l’inaugurazione dell’Orto sul Colle dell’Infinito quale Bene del FAI alle prossime Giornate FAI di Autunno, che proprio ai nostri giovani sono affidate. Non prima però di aver ringraziato il Presidente per aver accettato l’invito che io e il vicepresidente del FAI Marco Magnifico gli abbiamo rivolto qualche mese fa a presenziare alla cerimonia inaugurale. Grazie Presidente per questa presenza, che suggella, come meglio non si poteva, il bicentenario del L’ Infinito.

Carissimi giovani, cosa vi è oggi di più adatto a voi che il Leopardi ventunenne del 1819? Ma sono passati due secoli, direte voi... Appunto! Sta nel passato l’accumulo di civiltà sul quale possiamo ancora oggi reggerci se lo salvaguardiamo, ed avanzare nel futuro, dopo il tragicomico trionfare del presente strappato alle sue radici.

Sito Blog Infinito LeopardiDa Socrate e Platone si è pensato che se vi era qualcosa di divino negli umani – perfino negli schiavi, hanno pensato gli Stoici –, stava nella ragione, che da centomila anni distingue ogni homo Sapiens dagli altri animali e che costituisce la matrice della libera scelta morale. Sensazioni, sentimenti ed emozioni apparivano, al contrario, propri di una natura animalesca, per la loro propensione all’eccesso.

Ma alla fine del Settecento in Germania è scoppiato il movimento culturale chiamato Sturm und Drang, cioè «tempesta e assalto». Era una reazione all’Illuminismo, che si è basata sulla scoperta di come genio universale, considerato solo pochi anni prima un barbaro, per esempio da Voltaire. Era l’anticamera del Romanticismo, che per la prima volta poneva al centro dell’umano il calore dell’immaginazione e dei sentimenti.

Pochi anni dopo, un giovane nobile di Recanati, passeggiando tra il palazzo avito e il vicino orto delle monache ormai abbandonato, ha pensato in poesia l’idillio de L’Infinito. In pochi versi ha condensato questo sentimento rivoluzionario: vi era una compensazione all’infelicità umana e stava nella capacità d’immaginare e sentire in sé l’infinito, stando al di qua di una siepe che impediva la vista di un grandioso paesaggio. All’infinito si poteva accedere dando spazio alla fantasia, alle sensazioni e alle emozioni, che sorrette da una avveduta dose di ragione, consentono all’uomo di creare un proprio mondo, solcato anche da sprazzi di felicità.

Secondo Leopardi, una parte dell’Europa era troppo gravata da una gelida ragione: quella dei popoli meridionali europei che si erano allontanati dalla grandezza degli antichi di cui erano i più diretti eredi. Era venuto il tempo di guardare ai popoli nordici, i Romani della modernità, capaci di essere di nuovo caldi nello spirito (Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli Italiani, 1824).Sito Blog Leopardi Giovani

Così Leopardi ha capovolto, d’un colpo, la gerarchia tra le due funzioni mentali, intronizzando il sentimento al posto del ragionamento, la poesia al posto della filosofia, in ciò più filosofo dei filosofi, perché ha spinto la ragione oltre sé stessa, gettando luce nelle zone oscure dell’uomo, non ancora indagate.

Agli inizi dell’Ottocento il rapporto tra le due funzioni mentali, quella che tende all’infinito - cioè il sentimento - e quella che lo riporta al finito – cioè la ragione – andava con forza riequilibrato, per recuperare la spontaneità poetica degli antichi nel secolo più meccanico, industrioso e pensieroso che la storia avesse conosciuto.

Cari giovani, spero che questa riflessione - letta per la prima volta al nostro amato Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 26 settembre di questo anno - possa spingervi ad avvalervi, nelle prossime Giornate FAI di Autunno di cui siete gli animatori, di emozioni e di ragione, temperandole al meglio fra di loro. Emozioni e ragione sono realtà antinomiche, ma costituiscono l’acceleratore e il freno indispensabili al muoversi della vita umana.

Infinito e finito competono tra loro per ridurre il cattivo, il brutto, il servile, l’ingiusto, il menzognero, l’avido e l’irresponsabile nella società: ecco il fine che vi propongo - pensando ai destini ambientali, paesaggistici, storici e artistici dell’Italia -, grato per il rilevante e generoso sussidio che recate alla nostra Repubblica, tramite il FAI, come chiede l’articolo 118 della Costituzione, Comma 4: «Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà».

Presidente del FAI

Fondo Ambiente Italiano

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Da Il Sole 24 Ore domenica – 29 SETTEMBRE 2019

"Magia della prospettiva, questa, potenza di un dispositivo prodigioso"

Brunelleschi DuomodiFirenze 4Fu Filippo a dirimere la questione. Disse che la collaborazione sarebbe stata impossibile. Troppo diverse le due formelle, per concezione e fattura. Aggiunse però che la formella di Lorenzo meritava la vittoria: più sapiente la concezione, più squisita la fattura.


Che un artista posponesse la sua opera a quella di un rivale era una cosa stupefacente: non s'era ancora mai vista. Ma ai giurati non parve vero prendere la palla al balzo e risolvere in tal modo la faccenda.

Era sincero Filippo? O la sua dichiarazione nascondeva qualche retropensiero, o addirittura ironia, sarcasmo? Entrambe le cose.

In effetti le due formelle appaiono diversissime, quasi appartengano, benché simili per forma (un po' quadrilobo bronzeo a sbalzo dorato) e contenuto (il sacrificio di Isacco da parte di Abramo), a regioni spirituali agli antipodi. Filippo rappresenta la scena puntando all'opposto di ciò cui mira Lorenzo. Mentre Filippo intende far deflagrare tutto l'assurdo che in essa è contenuto, Lorenzo invece vuole innalzare l'assurdo stesso sul piano di una sua più alta comprensione. Riesce perfettamente nel suo intento, Lorenzo. Al contrario, in Filippo è come se la nuda forza della realtà si imponesse a qualsiasi proposito e perfino all'intenzione artistica.

Lorenzo colloca il sacrificio in una dimensione temporale che non è quella del momento presente, dell' hic et nunc, dell'istante, ma del rito. L'evento appare già da sempre ritualizzato e come ricompreso fin dall'origine in una sorta di temporalità intemporale, se non di vera e propria sospensione del tempo. Tutto è stato deciso da sempre e per sempre. E tutto accade da sempre per sempre, secondo necessità. La potenza del dramma non è che l'impensabile si riveli possibile, ma che il possibile, sia pure il possibile più sconcertante e più sconvolgente, venga fatto rientrare in un ordine che non è l'ordine naturale delle cose ma è l'eterno, e l'assoluto. Insomma, la potenza del dramma non è che un padre possa realmente uccidere suo figlio in ottemperanza a un comando ex alto, e che sia reale e che stia realmente per farlo, e che questa cosa folle e perversa gravi sul mondo come una terribile realtà incombente, ma che questa cosa si scrive in un disegno divino dove essa appare tutta illuminata, giustificata, redenta, come se anche il buio più buio sprigionasse luce.

L'esatto contrario di quanto Filippo vuole mostrare.

Per Filippo il possibile è semplicemente possibile, ma ciò lo rende agghiacciante, tremendo. Che un padre giunga a uccidere suo figlio perché Dio gli ha ordinato di farlo non è che una possibilità tra le altre, ma per l'appunto è una possibilità. Non ancora qualcosa di necessario: lo sarebbe se un destino guidasse la mano omicida, ma da quale passato immemorabile emergerebbe questo destino e in ogni caso come potrebbe dirsi tale un'enormità tanto inconcepibile? E neppure qualcosa di reale: lo sarà fra un istante, non appena dalla gola tagliata spruzzerà il sangue, un istante eterno, però, e dunque separato infinitamente da ogni futuro. Tra la decisione già presa e la sua esecuzione c'è un vuoto spaventoso, e in questo vuoto Filippo lascia implodere la realtà tutt'intera.

Brunelleschi Ghiberti Formella IMG 0006L'azione drammatica è isolata dal resto della scena, pur restandone al centro. Nel lobo in basso a destra, un garzone ignaro e indifferente a ciò che sta per accadere è impegnato a togliersi una spina dal piede. A sua volta nel lobo in basso a sinistra un secondo garzone si guarda le mani, mentre il suo asino bruca la terra. Perfino il montone, già pronto a sostituire la vittima designata, gira la testa sul fianco per scansare il morituro che sta per cadergli addosso e non per evitare lui stesso la morte in agguato. E nel centro della scena? Nel centro della scena Abramo ha disteso il braccio fino a raggiungere il collo di Isacco, quasi a tastare la vena iugulare per meglio affondare il coltello. Un angelo nel lobo in alto a sinistra afferra l'altro braccio di Abramo a fermare il colpo ormai scagliato. Lo fa come sforzando la realtà.

In questa rappresentazione del sacrificio di Isacco nulla induce a pensare ad esso come un sacrificio, se non il piccolo altare su cui la vittima è stata fatta inginocchiare. Come potrebbe essere un sacrificio se i convenuti, tolti i protagonisti, non vi partecipano, ma sono distratti, assenti, occupati in altro? Filippo sembra voler dire, forse addirittura al di là delle sue intenzioni: questo sacrificio non è un sacrificio, ma è un assassinio, per la precisione uno sgozzamento. Il contrario, appunto, di ciò che dice Lorenzo nella sua rappresentazione: questo sgozzamento non è uno sgozzamento, ma un sacrificio. Tutto è luce, in Lorenzo, tutto è trasfigurazione: luce sacrificale, luce di senso, luce che stana l'assurdo dalle tenebre in cui si annida e le dirada, anziché riprecipitarvelo.

Per ottenere questo risultato Lorenzo dovette dar prova di una maestria semplicemente sublime. Non solo le figure della sua formella, ma principalmente la materia di cui sono fatte possiedono una luminosità che le figure di Filippo non hanno e questa luminosità non è un effetto di superficie, ma proviene dal cuore della materia stessa, ed è espressiva dello spirito che anima la scena, muove i personaggi, li fa tutti partecipi dell'evento rappresentato. Se messa a confronto con la formella di Lorenzo, come la gara prescriveva, la formella di Filippo appare bensì illuminata ad una sua luce peculiare, ma che nulla a che fare con la luce di quella: uniforme, fissa, cruda la luce dell'una, mobilissima, trascendente, spirituale l'altra. Come Filippo aveva intuito, con la sua arte mirabile e inarrivabile Lorenzo era riuscito a trasfigurare la realtà, a portarlo in una regione più alta, a strapparla alla opaca insensatezza dell'essere per consegnarla alla gloria del mistero disoccultato. La nuda verità cedeva il passo alla verità che infinite tramature luminose velavano e rivelavano.

Perciò Filippo disse pubblicamente che la palma della vittoria andava data a Lorenzo. E almeno quella volta fu ascoltato anche troppo prontamente.

Tenne invece per sé un pensiero che lo assillava.

Era luce di verità, la luce sacrificale e redentrice che aveva abbagliato tutti, lui per primo. O non piuttosto suadente menzogna, inganno, illusione?

La prova che le cose stessero come lui si aspettava era sotto gli occhi di tutti, anche se nessuno sembrava alzarli, gli occhi, e finalmente vedere, capire, quando sarebbe stato così facile farlo, e prendere atto dell'inoppugnabile. Quale prova? Ma quella! La Chiesa. La Chiesa diruta, anzi, mai costruita, mai finita, lasciata a se stessa. Se il tempio è crollato, come si fa a parlare di sacrificio, di redenzione, di salvezza? E se, peggio, il tempio non è mai stato edificato; se il tempio, che è cosa della terra, non ha innalzato le sue colonne fino a toccare il cielo e se il cielo non si è abbassato ad abbracciare il tempio fino a mostrarsi in esso, come si può evitare di pensare che la sola parola di verità sia quella che dice il non senso di tutte le cose?

Questa era stata la ragione per cui Filippo nel sacrificio di Isacco aveva voluto rappresentare tutta la crudeltà e tutta la proprietà di cui può farsi carico la vita dell'uomo. Avevano capito i fiorentini? No, i fiorentini non avevano capito niente.

Si tenessero Lorenzo. Quel Lorenzo che lui odiava almeno quanto ammirava. Si tenessero l'illusione. E l'inganno. Chi non ha occhi per la verità non può vederla.

[Pagg. 22 - 26]

(...) (...) (...) (...) (...)

Sa anche, però, che questo niente è un niente è ben strano.

Lui gli ha dato un nome e questo nome è: infinito. La stranezza dell'infinito è che esso toglie la differenza fra l'essere e il non essere. Nell'infinito tutto è, anche il non essere. L'infinito non è mai tutto, ma sempre qualcosa in più di questo tutto.

Non basta. L'infinito toglieBrunelleschi anche la differenza fra soggetto e oggetto. Nell'infinito tutto è punto di vista soggettivo, ma ogni punto di vista restituisce l'oggetto allo sguardo nella sua tridimensionalità effettiva.

E non basta ancora. L'infinito toglie la differenza fra apparenza e realtà. Nell'infinito la realtà è apparenza, è rappresentazione. Ma nell'infinito non c'è rappresentazione che non sia rappresentazione della realtà.

Magia della prospettiva, questa, potenza di un dispositivo prodigioso, suggestione di una tecnica che ha dato risultati stupefacenti fin dalle sue prime applicazioni.

Filippo ha scoperto le leggi di quest'arte. Ne ha codificato le regole. Le applicate.

Ma sei un bambino gli chiede se, come lui sta chiedendo se stesso in questo momento, a che cosa serve la prospettiva, non saprebbe rispondere.

Infatti una risposta potrebbe essere: serve a fissare la realtà a se stessa, al suo essere qual è e non altrimenti.

Un'altra risposta, invece: serve a mostrare come la realtà non sia mai soltanto quella che è ma sia anche sempre altra, infinitamente altra. C'è ancora verità, dove la verità si sdoppia? E c'è ancora realtà, dove la realtà esplode in tanti microcosmi quanti sono gli sguardi gettati su di essa?

«Questo è» dice la prospettiva. Così stanno le cose.

Ecco la verità, ecco la realtà: che sono la stessa cosa, in fondo, perché la verità è la realtà messa nella giusta prospettiva, è la realtà colta secondo verità, è la realtà qual'è veramente. La prospettiva volesse, idee, una finestra spalancata sul mondo.

[Pagg. 144 - 145]

[Sergio Givone - Fra Terra e Cielo]

(...) (...) (...) (...) (...)

 

Il Papa al Convegno internazionale “Yes to Life! Prendersi cura del prezioso dono della vita nella fragilità”

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO PROMOSSO DAL DICASTERO
PER I LAICI, LA FAMIGLIA E LA VITA
SUL TEMA “YES TO LIFE! - LA CURA DEL PREZIOSO DONO DELLA VITA NELLE ISTITUZIONI DI FRAGILITÀ”

Sala Clementina
Sabato, 25 maggio 2019

Signori Cardinali, venerati fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,cari fratelli e sorelle,

buongiorno e benvenuti. Saluto il Cardinale Farrell e lo ringrazio per le sue parole di introduziPapa abbraccio bimboone. Saluto i partecipanti al Convegno internazionale “Yes to Life! Prendersi cura del prezioso dono della vita nella fragilità, organizzato dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e dalla Fondazione “Il Cuore in una Goccia”, una delle realtà che nel mondo si adoperano ogni giorno per accogliere alla nascita bambini in condizioni di estrema fragilità. Bambini che, in taluni casi, la cultura dello scarto definisce “incompatibili con la vita”, e così condannati a morte.

Ma nessun essere umano può essere mai incompatibile con la vita, né per la sua età, né per le sue condizioni di salute, né per la qualità della sua esistenza. Ogni bambino che si annuncia nel grembo di una donna è un dono, che cambia la storia di una famiglia: di un padre e di una madre, dei nonni e dei fratellini. E questo bimbo ha bisogno di essere accolto, amato e curato. Sempre! Anche quando piangono, come quello [applausi]. Forse qualcuno potrà pensare: “Ma, fa rumore…portiamolo via”. No: questa è una musica che tutti noi dobbiamo ascoltare. E dirò che ha sentito gli applausi e si è accorto che erano per lui. Bisogna ascoltare sempre, anche quando il bambino ci dà un po’ fastidio; anche in chiesa: che piangano i bambini in chiesa! Lodano Dio. Mai, mai cacciare via un bambino perché piange. Grazie per la testimonianza.

Quando una donna scopre di aspettare un bambino, si muove immediatamente in lei un senso di mistero profondo. Le donne che sono mamme lo sanno. La consapevolezza di una presenza, che cresce dentro di lei, pervade tutto il suo essere, rendendola non più solo donna, ma madre. Tra lei e il bambino si instaura fin da subito un intenso dialogo incrociato, che la scienza chiama cross – talk. Una relazione reale e intensa tra due esseri umani, che comunicano tra loro fin dai primi istanti del concepimento per favorire un reciproco adattamento, man mano che il piccolo cresce e si sviluppa. Questa capacità comunicativa non è solo della donna, ma soprattutto del bimbo, che nella sua individualità provvede ad inviare messaggi per rivelare la sua presenza e i suoi bisogni alla madre. È così che questo nuovo essere umano diventa subito un figlio, muovendo la donna con tutto il suo essere a protendersi verso di lui.

Oggi, le moderne tecniche di diagnosi prenatale sono in grado di scoprire fin dalle prime settimane la presenza di malformazioni e patologie, che a volte possono mettere in serio pericolo la vita del bambino e la serenità della donna. Il solo sospetto della patologia, ma ancor più la certezza della malattia, cambiano il vissuto della gravidanza, gettando le donne e le coppie in uno sconforto profondo. Il senso di solitudine, di impotenza, e la paura della sofferenza del bambino e della famiglia intera emergono come un grido silenzioso, un richiamo di aiuto nel buio di una malattia, della quale nessuno sa predire l’esito certo. Perché l’evoluzione di ogni malattia è sempre soggettiva e nemmeno i medici spesso sanno come si manifesterà nel singolo individuo.

Eppure, c’è una cosa che la medicina sa bene: i bambini, fin dal grembo materno, se presentano condizioni patologiche, sono piccoli pazienti, che non di rado si possono curare con interventi farmacologici, chirurgici e assistenziali straordinari, capaci ormai di ridurre quel terribile divario tra possibilità diagnostiche e terapeutiche, che da anni costituisce una delle cause dell’aborto volontario e dell’abbandono assistenziale alla nascita di tanti bambini con gravi patologie. Le terapie fetali, da un lato, e gli Hospice Perinatali, dall’altro, ottengono risultati sorprendenti in termini clinico – assistenziali e forniscono un essenziale supporto alle famiglie che accolgono la nascita di un figlio malato.

Tali possibilità e conoscenze devono essere messe a disposizione di tutti per diffondere un approccio scientifico e pastorale di accompagnamento competente. Per questo, è indispensabile che i medici abbiano ben chiaro non solo l’obiettivo della guarigione, ma il valore sacro della vita umana, la cui tutela resta il fine ultimo della pratica medica. La professione medica è una missione, una vocazione alla vita, ed è importante che i medici siano consapevoli di essere essi stessi un dono per le famiglie che vengono loro affidate: medici capaci di entrare in relazione, di farsi carico delle vite altrui, proattivi di fronte al dolore, capaci di tranquillizzare, di impegnarsi a trovare sempre soluzioni rispettose della dignità di ogni vita umana.

In tal senso, il confort care perinatale è una modalità di cura che umanizza la medicina, perché muove ad una relazione responsabile con il bambino malato, che viene accompagnato dagli operatori e dalla sua famiglia in un percorso assistenziale integrato, che non lo abbandona mai, facendogli sentire calore umano e amore.

Tutto ciò si rivela necessario specialmente nei confronti di quei bambini che, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, sono destinati a morire subito dopo il parto, o a breve distanza di tempo. In questi casi, la cura potrebbe sembrare un inutile impiego di risorse e un’ulteriore sofferenza per i genitori. Ma uno sguardo attento sa cogliere il significato autentico di questo sforzo, volto a portare a compimento l’amore di una famiglia. Prendersi cura di questi bambini aiuta, infatti, i genitori ad elaborare il lutto e a concepirlo non solo come perdita, ma come tappa di un cammino percorso insieme. Quel bambino resterà nella loro vita per sempre. Ed essi lo avranno potuto amare. Tante volte, quelle poche ore in cui una mamma può cullare il suo bambino lasciano una traccia nel cuore di quella donna, che non lo dimentica mai. E lei si sente – permettetemi la parola – realizzata. Si sente mamma.

Purtroppo la cultura oggi dominante non promuove questo approccio: a livello sociale il timore e l’ostilità nei confronti della disabilità inducono spesso alla scelta dell’aborto, configurandolo come pratica di “prevenzione”. Ma l’insegnamento della Chiesa su questo punto è chiaro: la vita umana è sacra e inviolabile e l’utilizzo della diagnosi prenatale per finalità selettive va scoraggiato con forza, perché espressione di una disumana mentalità eugenetica, che sottrae alle famiglie la possibilità di accogliere, abbracciare e amare i loro bambini più deboli. Delle volte noi sentiamo: “Voi cattolici non accettate l’aborto, è il problema della vostra fede”. No: è un problema pre – religioso. La fede non c'entra. Viene dopo, ma non c'entra: è un problema umano. È un problema pre-religioso. Non carichiamo sulla fede una cosa che non le compete dall’inizio. È un problema umano. Soltanto due frasi ci aiuteranno a capire bene questo: due domande. Prima domanda: è lecito eliminare una vita umana per risolvere un problema? Seconda domanda: è lecito affittare un sicario per risolvere un problema? A voi la risposta. Questo è il punto. Non andare sul religioso su una cosa che riguarda l’umano. Non è lecito. Mai, mai eliminare una vita umana né affittare un sicario per risolvere un problema.

L’aborto non è mai la risposta che le donne e le famiglie cercano. Piuttosto sono la paura della malattia e la solitudine a far esitare i genitori. Le difficoltà di ordine pratico, umano e spirituale sono innegabili, ma proprio per questo azioni pastorali più incisive sono urgenti e necessarie per sostenere coloro che accolgono dei figli malati. Bisogna, cioè, creare spazi, luoghi e “reti d’amore” ai quali le coppie si possano rivolgere, come pure dedicare tempo all’accompagnamento di queste famiglie. A me viene in mente una storia che io ho conosciuto nella mia altra Diocesi. C’era una ragazzina di 15 anni down che è rimasta incinta e i genitori erano andati dal giudice per chiedere il permesso di abortire. Il giudice, un uomo retto sul serio, ha studiato la cosa e ha detto: “Voglio interrogare la bambina”. “Ma è down, non capisce…” “No no, che venga”. È andata la ragazzina quindicenne, si è seduta lì, ha incominciato a parlare con il giudice e lui le ha detto: “Ma tu sai cosa ti succede?” “Sì, sono malata…” “Ah, e com’è la tua malattia?” “mi hanno detto che ho dentro un animale che mi mangia lo stomaco, e per questo devono fare un intervento” “No… tu non hai un verme che ti mangia lo stomaco. Tu sai cos’hai lì? Un bambino!” E la ragazza down ha fatto: “Oh, che bello!”: così. Con questo, il giudice non ha autorizzato l’aborto. La mamma lo vuole. Sono passati gli anni. È nata una bambina. Ha studiato, è cresciuta, è diventata avvocato. Quella bambina, dal momento che ha capito la sua storia perché gliel’hanno raccontata, ogni giorno di compleanno chiamava il giudice per ringraziarlo per il dono della nascita. Le cose della vita. Il giudice è morto e adesso lei è diventata promotore di giustizia. Ma guarda che cosa bella! L’aborto non è mai la risposta che le donne e le famiglie cercano.

Grazie, dunque, a tutti voi che lavorate per questo. E grazie, in particolare, a voi famiglie, mamme e papà, che avete accolto la vita fragile – la parola fragilità va sottolineata – perché le mamme, e anche le donne, sono specialista in fragilità: accogliere la vita fragile; e che ora siete di sostegno e aiuto per altre famiglie. La vostra testimonianza d’amore è un dono per il mondo. Vi benedico e vi porto nella mia preghiera. E vi chiedo per favore di pregare per me.

Grazie!

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http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/may/documents/papa-francesco_20190525_yes-to-life.html

Un Puccini femminista Chailly: in «Tosca» sottolinea la brutalità di un uomo

Verso la prima Il direttore d’orchestra spiega perché il 7 dicembre non ripropone l’edizione più eseguita

Chailly Sapere Edificarsi Sito Blog

Alla Scala dirigo l’originale con otto passaggi inediti

Pierluigi Panza

La «prima» scaligera del 7 dicembre sarà la primaTosca, ovvero quella che andò in scena il 14 gennaio 1900 al Teatro Costanzi di Roma, poi modificata infinite volte. Con questa Tosca, che è una delle opere più rappresentate nel mondo, il maestro Riccardo Chailly giunge a una tappa fondamentale del suo scavo su Puccini, che ha il senso di dimostrarne la ricchezza attraverso i ripensamenti.

Maestro, ci sta insegnando a comprendere che le partiture sono un non – finito.

«Più che non – finito vorrei sottolineare l’infinito pucciniano. Aveva un rapporto contrastante con se stesso, i ripensamenti erano inevitabili. Non tutti i compositori sono così. Lo era anche Felix Mendelssohn. Puccini era così autocritico da essere nocivo a se stesso. Doveva avere più fiducia nel suo talento».

Eppure era un uomo vitalistico: amava donne, macchine, sigari…

«Il vitalismo nascondeva il tormento, i conflitti nei confronti della sua creatività».

Cambiava per travaglio o per esigenze di marketing?

«Anche per esigenze esterne. In genere abbreviava. In questa Tosca ci sono otto passaggi inediti che è importante conoscere. Non è una imposizione, ma fare tutto Puccini in prima edizione consente di capire quanto fosse un perfezionista».

Rispetto all’edizione più eseguita cosa cambia?

«Il Te deum è una diversa melodia corale e senza raddoppio degli ottoni, tutto a cappella; in Vissi d’arte il dialogo con Scarpia continua con queste battute: “Risolvi. No. Bada il tempo è veloce. Mi vuoi supplice ai tuoi piedi?” e queste due battute in più sono un collante con il resto dell’opera; quando Scarpia dice “Tosca, finalmente mia” ci sono 14 battute concitatissime orchestrali che toccano quasi un linguaggio espressionista, come se volesse sfondare il mondo tonale. Infine, all’affermazione “Scarpia, avanti a Dio…” c’è una coda di 12 battute che riprende E lucevan le stelle».

Tosca Chailly Sapere EdificarsiPuccini amava le donne ma torturava i soprani con ruoli difficilissimi.

«Le donne erano le sue muse. La donna è sempre la figura centrale, nel più alto profilo di sensualità, erotismo, classe, rispetto. Il canto è sempre eseguibile, sebbene al limite, e richiede grandi interpreti».

«Tosca» è anche un’opera politica: cosa c’è di attuale?

«Il coraggio di rappresentare la brutalità, la sopraffazione di un uomo su una donna nel modo più bieco e più infimo. L’agire non onestamente: questo aspetto è molto attuale e quasi ossessivo nell’evolversi del secondo atto. Fino a che la vittima si ribella e agisce come una tigre».

I tre protagonisti, Netrebko, Meli, Salsi sono voci adatte? Qui hanno cantato la Tebaldi, Di Stefano, Pavarotti, Domingo…

«Sono perfettamente adeguati. Anna Netrebko è idonea alle intemperie di queste vocalità. La prima donna pucciniana è sempre molto esposta nella scrittura, ma lei ha la vocalità giusta. Meli è preparatissimo, ha già cantato Cavaradossi e negli ultimi tre anni la sua voce si è ampliata e cresciuta. Salsi torna dopo lo Chénier ed è formidabile come vocalità e arte scenica. Si lavora bene anche con Davide Livermore: nelle scene ci saranno i tre tradizionali luoghi di Roma, ma in maniera sorprendente. Con il coro di Bruno Casoni e l’orchestra si lavora dai tempi della nostra prima incisione pucciniana insieme, La bohème con Alagna e la Gheorghiu».

Veniamo alle interpretazioni. Il primo a dirigerla alla Scala fu Toscanini…

«L’opera arrivò qui due mesi dopo la prima romana, ma non è mai stato considerato un titolo per il 7 dicembre. La prima incisione di Tosca parte da questo teatro nel 1929 con il maestro Sabaino. L’incisione odierna si collega alla tradizione scaligera».

Rispetto alle altre prime?

«Vive del beneficio di aver avuto una frequentazione e assidua con quasi tutto Puccini: Trittico, Turandot con il finale di Berio e le prime versioni di La fanciulla del West, Madama Butterfly e Manon Lescaut. Conto di eseguire tutto l’integrale di Puccini».

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Da Corriere della Sera di Mercoledì 20 novmbre 2019

Il sapere del passato. La conoscenza del futuro. Insomma: il presente

Antichi mestieri, rischio estinzioneArtigianato 03

Cna: «Poco attrattivi per i giovani». Ma c’è chi resiste: ecco le storie

CRONACA FIRENZE

di ROSSELLA CONTE

UN TEMPO c’erano l’arrotino, il calderaio, lo stagnino o i canestrai. Antichi mestieri che si tramandano di generazione in generazione ma che ora sono a rischio estinzione perché considerati poco attrattivi per i giovani. Secondo un’indagine svolta da Cna sulla base del Registro nazionale delle imprese storiche sono solo 112 le aziende nella città metropolitana, per la precisione 35 nell’agricoltura, 28 nel commercio, 18 nell’artigianato, 17 nell’industria e 14 nei servizi. «L’artigianato soffre di scarsa attrattività verso i giovani e di difficoltà nel ricambio generazionale» spiega Fabrizio Cecconi, direttore generale di Cna Firenze. Infatti, le imprese attive nel settore dei mestieri più antichi, come per esempio intaglio del legno o lavorazione del vetro, continuano ad esistere ma hanno vita non facile. Un’indagine della Camera di Commercio di Milano ne ha contate, nel 2018, 7.142 a Firenze che danno lavoro a 13.222 addetti con un business di 737 milioni all’anno. «I dati in Italia e in Toscana sono in calo – prosegue Giacomo Cioni, presidente Cna Firenze – mentre a Firenze, rispetto allo scorso anno, resta stabile. La strada però è tutta in salita». Ma ci sono anche aziende che ce la stanno mettendo tutta e che resistono nonostante le difficoltà grazie a strategie di diversificazione e internazionalizzazione. E’ il caso della Giusto Manetti Battiloro: l’impresa, a conduzione familiare (Bernardo, Lorenzo, Jacopo, Niccolò, Bonaccorso e Angelica Manetti costituiscono la 15ª generazione), produce foglie d’oro e d’argento seguendo i metodi di una volta ma, allo stesso, utilizzando tecnologie tra le più all’avanguardia nel mondo. Oggi hanno con 130 dipendenti e 27 milioni di fatturato. I Pestelli sono un’altra famiglia che fa scuola: la storia inizia nel 1908 quando Edoardo Pestelli dà vita a quella che, attraverso i figli Luigi e Francesco, il nipote Luigi fino ad arrivare al bisnipote Tommaso, è diventata la Pestelli Creazioni. Una gioielleria con la G maiuscola che oggi esporta le sue creazioni in tutto il mondo da Parigi a New York. Una passione che si tramanda di padre in figlio anche quella di Fedeli Restauri: sono restauratori dal 1899 quando Fedele Fedeli aprì il laboratorio che, passando al figlio Luigi, poi al nipote Andrea e quindi al pronipote Tommaso, è oggi la Fedeli Restauri. Quattro generazioni e oltre un secolo di conservazione, restauro e valorizzazione di beni culturali: l’azienda nel 2010 ha partecipato persino all’Expo di Shanghai e nel 2015 all’Expo di Milano in quanto Eccellenza del restauro in Italia. Con 5 milioni di immagini è uno degli archivi più importanti al mondo, tutelato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali: l’Archivio storico Foto Locchi. Tutto inizia nel 1924 con il fotografo Tullio Locchi. Dopo la sua morte a proseguire l’attività sono la vedova con un collaboratore, Silvano Corcos che ben presto fa sì che la bottega si affermi come «fotografo ufficiale» della città. Da Silvano alla figlia Deanna con il marito Giampaolo Ghilardi e da loro, oggi, alla figlia Erika: la storia continua.

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Da La Nazione del 21 marzo 2019 – Cronaca di Firenze

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Artigianato 02 ALBEROÈ boom per la manifattura: in 5 anni crescita del 63,8%

CATERINA MACONI

Diecimila persone sono state assunte in aziende manifatturiere milanesi dal 2012 al 2017. Un incremento del 63,8% che mostra come il comparto stia vivendo un momento storico positivo, nonostante le difficoltà dell’economia italiana. Entrando nello specifico: le attività manifatturiere hanno prodotto 5.400 posti di lavoro nel 2017, erano 4.800 nel 2014. Un segno più importante, anche perché la manifattura ha compiuto importanti passi nell’ultimo decennio, sotto il segno dell’innovazione e supportata dalla tecnologia. Tecnologia che quindi non ha sottratto occupazione ma ha giocato il ruolo di driver, in grado invece di crearla. Sono alcuni dei dati emersi nello studio del Centro studi Pim e di Stefano Micelli, presidente dell’advisory board Manifattura Milano, spiegati ieri a Palazzo Marino durante l’incontro di presentazione del 'Manifattura Milano camp', che si terrà domani negli spazi di via D’Azeglio 3 dalle 11 alle 19 nell’ambito della Milano Digital Week. Un appuntamento voluto dall’amministrazione in collaborazione con Milano Luiss Hub dove saranno messe a confronto le esperienze e le storie di botteghe storiche, nuovi artigiani digitali, designer, FabLab e imprenditori 4.0 per testimoniare e promuove le opportunità offerte dalla manifattura digitale. Che è una manifattura nuova, che si distanzia molto da quella del passato: è connessa con il mondo della cultura, del turismo e del commercio, intreccia nuove relazioni con il consumatore e con il territorio, potendo fare leva sul turismo e sulla presenza di fiere ed eventi. E che punta sulla tecnologia grazie a forti link con la ricerca e con i makerspace e 'FabLab' cittadini.

«Manifattura Milano camp si inserisce nella più ampia strategia dell’amministrazione per incentivare il ritorno della manifattura leggera in città con l’obiettivo di creare buona occupazione», ha commentato ieri alla presentazione dell’evento l’assessore al Lavoro Cristina Tajani. Non tutte le imprese manifatturiere italiane si sono già adeguate alle opportunità offerte dalla tecnologia. Ieri hanno portato la loro testimonianza tre realtà milanesi che stanno vivendo fasi diverse del percorso di affiancamento tecnologico: la gioielleria Rino Merzaghi del 1870, legata alla tradizione dell’alto artigianato e abituata a Artigianato 01 testa orologirealizzare creazioni con macchinari che risalgono all’Ottocento, si sta affacciando ora a questo mondo. Storia diversa per Fontana Milano 1915, attiva nella pelletteria, che da tempo fa affidamento sull’innovazione. E per SuperForma, specializzato nella creazione di prototipi e artefatti di grandi volumi mediante la stampa 3D. Manifattura Milano Camp ospiterà anche l’Official Arduino Day 2019, il compleanno di Arduino, la piattaforma open – source che ha sviluppato un metodo di apprendimento basato sul fare e mirato a rendere accessibili le tecnologie più complesse.

Le attività milanesi del comparto hanno prodotto 5.400 posti di lavoro nel 2017, erano 4.800 nel 2014 La tecnologia non ha sottratto occupazione, anzi è stata un volano per lo sviluppo delle realtà storiche e per quelle di nuova concezione

LO STUDIO

Da domani scatta 'Manifattura Milano camp', negli spazi di via D’Azeglio 3, dalle 11 alle 19 Un appuntamento voluto da Comune e Milano Luiss Hub nell’ambito della Milano Digital week

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Da Avvenire del 15 marzo 2019

Chirping:

Chirping: La tecnologia sostitutiva del lavoro umano: uno stereotipo superato dall’esperienza che si forma nel presente per trasmettere la conoscenza

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- 8 maggio 2014

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