Nossignori. Per me, io sono colei che mi si crede!

Nossignori. Per me, io sono colei che mi si crede!

 SIGNORA PONZA - Nossignori. Per me, io sono colei che mi si crede. (Guarderà attraverso il velo, tutti, per un istante; e si ritirerà. In   silenzio.) LAUDISI - Ed ecco, o signori, come parla la verità. (Volgerà attorno uno sguardo di sfida derisoria.) Siete contenti?

Luigi Pirandello - Così è (se vi pare) Edizione 1925

 

 

Nobel per l'economia

La teoria dei contratti è uno strumento potente, un rivelatore ‘buco della serratura' da cui guardare a molti problemi dell'economia. E il premio Nobel dell'economia 2016 – assegnato a Oliver Hart e Bengt Holmström – riconosce il contributo di questi due economisti a un fertile campo di indagine.

Sito Nobel Economia 2016La scienza economica – lo si è detto più volte – sta cambiando pelle per due grandi ragioni. Una legata al funzionamento del sistema economico propriamente detto: la Grande recessione ha rivelato – e il prezzo pagato è stato alto – gli anelli mancanti nell'analisi economica per quel che riguarda le interazioni fra finanza ed economia.

La seconda ragione sta nel fatto che l'economia si sta aprendo sempre più ad altre ‘scienze dell'uomo', dalla sociologia alla politologia, dalla psicologia alla storia, dal diritto alla neurologia... I due premiati appartengono a un fecondo ramo di questi connubi delle scienze sociali: diritto ed economia, ‘Law and Economics', per usare la dizione inglese.

Ormai da tempo l'Accademia delle Scienze svedese ha riconosciuto questi legami, e sempre più spesso premia studiosi che si sono distinti in queste nuove frange della scienza economica. Forse uno dei problemi più noti fra quelli legati a questi studi è quello della relazione fra mandante e mandatario (Principal/Agent): come assicurarsi che l'agente faccia gli interessi del mandante? Bengt Holmström ha dato un importante contributo in questo campo.

Nelle cronache recenti il problema è balzato sotto i riflettori con i compensi spropositati concessi a grandi banchieri e grandi managers; pagati, magari, anche quando se ne vanno, malgrado le società gestite avessero patito perdite milionarie. Il problema, allora, sta nel come disegnare un pacchetto di remunerazione che allinei gli interessi del mandante (l'azionista, ma qui si potrebbero inserire anche gli altri ‘stakeholders' della società, dai dipendenti ai fornitori, dalla comunità locale allo Stato...) con quelli del manager. Questo ‘allineamento' pone problemi complessi, ed è stato merito di Holmström di espandere queste analisi ad assetti più realistici di quelli esaminati nei modelli: si tratta di come distribuire la remunerazione nel tempo, della forma in cui darla (non solo monetaria, ma anche con opzioni sulle azioni o anche, per manager non apicali, con potenziali promozioni), si tratta di tener conti di possibili conflitti di interessi, di casi in cui il manager è caricato di più compiti, di casi in cui un manager può approfittarsi (free ride) del lavoro di altri, e infine di come stipulare non solo premi ma anche penalità...

Un altro campo in cui le diverse forme di contratti analizzate dai due vincitori sono cruciali è quello dell'assicurazione. Un tipo di contratto in cui l'informazione è asimmetrica: l'assicurato sa di più dell'assicuratore sulla probabilità di eventi da cui dipende l'erogazione di somme da parte di quest'ultimo. Anche qui, come disegnare i contratti per evitare forme di ‘selezione avversa'?

La teoria dei contratti va poi anche più in là. Oliver Hart ha studiato i ‘contratti incompleti' (lo sono quasi tutti), cioè quelli che non prevedono tutte le eventualità che potrebbero dar corso a reinterpretazioni e liti. Quante e quali eventualità prevedere? I risultati gettano fasci di luce radente su molte diverse questioni: da quali sono le fusioni societarie che potrebbero avere successo alla desiderabilità o meno di privatizzare scuole o penitenziari...

Da Il Sole24Ore, 10 ottobre 2016, HART E HOLMSTRÖM, Nobel per l’Economia agli studi sulla teoria dei contratti, di Fabrizio Galimberti

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http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-10-10/nobel-l-economia-ad-hart-e-holmstrom-la-teoria-contratti-le-parti--152256.shtml?uuid=ADAvATZB

TESTIMONIANZA INEDITA DI UN COLLABORATORE DEL GIUDICE RAGAZZINO

 

Articolo di Antonio Maria Mira

TESTIMONIANZA INEDITA DI UN COLLABORATORE DEL GIUDICE RAGAZZINO

«Livatino, nemico delle mafie e vero amico dell’ambiente»

«Per lui la Natura un dono di Dio che noi trascuriamo»

«Il primo incontro col giudice Rosario Livatino fu fantastico».

Sito livatino rosarioSì, usa proprio questo aggettivo Domenico Bruno, commissario del Corpo forestale regionale siciliano, per ricordare la sua collaborazione col 'giudice ragazzino' ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990. Era il 1983 e il magistrato già allora era molto attivo nel contrasto a chi attentava all’ambiente, a chi distruggeva la natura. Con una forte sensibilità che anticipava i tempi. Bruno, allora giovane maresciallo e comandante del distaccamento forestale di Agrigento, ci racconta questo impegno. Una storia inedita. «Mi colpì subito l’attenzione a quei principi di amore per la terra che ritrovo in Papa Francesco. Parlava della 'nostra madre terra' e diceva: 'Dio ci ha fatto questo dono e noi lo trascuriamo'. Davvero aveva una grande passione per questo tema. E addirittura andava in giro per conoscere la natura del nostro territorio». Una sensibilità che Livatino trasferì nel suo lavoro di magistrato. «Allora – ricorda Bruno – occuparsi di ambiente era un tabù, anche per la magistratura.

L’attenzione che avrebbe dovuto esserci invece mancava. C’erano parecchie connivenze e lui l’aveva capito».

Fu proprio una vicenda di connivenze in campo ambientale a farli conoscere. «Avevo mandato in Tribunale una notizia di reato relativa a un incendio doloso di un rimboschimento a Licata, zona a forte densità mafiosa. Invece di mettere le piante avevano messo dei 'cippi', dei semplici ramoscelli. Ma prima della verifica del lavoro, tutto era stato bruciato, per far sparire le prove». Questa vicenda interessò subito il giovane magistrato. «Mi chiamò per fare delle ulteriori indagini, perché sospettava una complicità tra la ditta che aveva eseguito il rimboschimento e funzionari regionali.

Così indagò il direttore dei lavori e un dipendente regionale». Da lì partì una stretta collaborazione tra Livatino e Bruno. «Era molto interessato agli incendi boschivi. Erano tanti, troppi. E non scoppiavano a caso.

Lui scavava in quelle vicende. Non guardando solo a chi appiccava le fiamme, ma anche a chi c’era dietro. Il giudice Livatino era l’unico ad avere questa prospettiva».

Il tema lo appassionava e ci si era impegnato. E voleva conoscere tutto. «Così gli portai alcuni volumi con le leggi regionali sugli incendi. Ricordo che mi disse: 'Domani torni a riprenderli'. Io pensavo che fosse troppo presto e gli diedi qualche giorno in più, ma davvero aveva letto tutto in un giorno. Studiava molto, non si fidava e voleva verificare di persona». Anche perché il mondo della gestione forestale e del servizio antincendio era inquinatissimo. E Livatino ci lavorò a lungo.

«C’era un piano regionale anti-incendi che nessuno attuava – è il ricordo del forestale –, non c’era prevenzione e la qualifica del personale era clientelare. I ranghi dei forestali erano pieni di mafiosi e alcuni di loro furono ammazzati. C’era manovalanza spicciola, dietro però si nascondevano interessi speculativi, politico/economici a partire dall’abusivismo edilizio. Il dottor Livatino l’aveva capito benissimo. Era davvero un magistrato molto attento a queste tematiche. Era unico.

Da magistrato andava oltre il suo dovere. Era profondo, difendeva 'Madre Natura'. Per questo era così odiato dai mafiosi». E qui la voce di Bruno si incrina per l’emozione.

«Non sono mai riuscito a dargli del tu. Per lui provavo affetto, pur in un rapporto professionale». Ricorda il giorno dell’omicidio. «Quel giorno potevo essere lì. Spesso lo incrociavamo proprio in quel luogo, noi con la Fiat Campagnola di servizio e lui con la sua Fiesta. Era solo, come un comune cittadino. Dicevo ai colleghi: 'Ma come fa?'. Ma non mi permettevo di dirlo a lui». E arriva quel 21 settembre di 26 anni fa. «Ero stato convocato a Palermo e quindi quel giorno non passai alla solita ora. Al ritorno vidi tante auto delle Forze dell’ordine e capì subito che era successo qualcosa di grave».

I ricordi si affastellano mentre gli occhi di Bruno si inumidiscono. «La sera partecipai alla fiaccolata ad Agrigento. Sapevo che il giudice aveva toccato interessi importanti. Ma i vigliacchi e i venduti erano e sono anche al nostro interno». E il ricordo diventa personale. «Sentivo che era una grande perdita. Anche per me. Ci penso sempre, ma ci penso positivamente. E ancora mi emoziono». Dopo quella drammatica giornata Bruno non ha però smesso di indagare sui nemici dell’ambiente: ecomafie, abusivismo, cemento. E per due anni dopo l’uccisione di Livatino finì lui sotto scorta per un’inchiesta sui rifiuti. Ma le vite del magistrato e del forestale sono tornate a incrociarsi dopo la pensione. «Quando passò alla giudicante il dottor Livatino si occupò moltissimo della confisca dei beni dei mafiosi. E anche qui non ci andò leggero. Addirittura confiscò 250 ettari a gente del suo paese, Canicattì». In particolare, alcuni terreni a Naro nellecontrade Gibbesi e Virgilio. «Conoscevo bene quel 'feudo' – ricorda ancora Bruno –. Così quando nel 2004 sono andato in pensione, ho deciso di collaborare con Libera e proprio per i beni confiscati. E proprio per quel bene».

Nella provincia di Agrigento ci sono 260 beni confiscati e assegnati ai comuni ma, denuncia Bruno, «quasi nessuno è stato destinato. Quel 'feudo' era ipotecato per 5 milioni di euro con due banche. Allora mi sono dato da fare. Così siamo riusciti a salvare prima 100 ettari e poi tutto il resto.

Ero molto soddisfatto di lavorare per qualcosa di cui si era occupato il giudice. Su quel bene ci ho messo tutto me stesso così si è completata la sua opera».

P arole che riportano la commozione sul viso dell’ex investigatore. Anche perché proprio su quei terreni nel giugno 2012 è nata una cooperativa di giovani che porta il nome di Rosario Livatino ed è sorta una base scout dell’Agesci intitolata a Antonino Saetta, altro magistrato ucciso dalla mafia, nel 1988, e amico di Livatino. Bruno ha saputo della lettera che Domenico Pace, uno dei killer di Livantino, ha scritto al Papa per chiedere perdono. E ha qualche dubbio. «Da cattolico non mi permetto di giudicare. Certo, il perdono c’è per tutti, ma dopo così tanti anni...». E tanti anni, ancor di più, sono trascorsi da quel primo incontro 'fantastico', eppure il ricordo del 'giudice ragazzino' è ancora vivissimo. Non solo professionale. «Lo vedevo fare quotidianamente il tragitto dalla chiesa di San Giuseppe, dove si fermava a pregare, e il tribunale. 'Martire della giustizia e indirettamente della fede', lo definì Giovanni Paolo II. Una determinazione così forte come la sua doveva per forza avere qualcosa dietro, una fede profondissima». E Papa Wojtyla torna nell’ultimo ricordo. «Ero nella Valle dei Templi con mia moglie e i due figli quando Giovanni Paolo II lanciò la sua invettiva contro la mafia. Fu una grande emozione. Finalmente qualcuno gettava un sasso nello stagno. Pensai: 'L’ha fatta proprio grossa!'. Seppi poi che poco prima il Papa aveva incontrato i genitori di Livatino ed era rimasto molto toccato...». Già, di nuovo un incontro 'fantastico'.

Domenico Bruno nel 1983 era comandante del distaccamento forestale di Agrigento Lavorò con il magistrato, poi assassinato, ad alcune indagini sugli incendi dolosi e sugli interessi dei clan nell’abusivismo edilizio. «Aveva una fede profonda, che gli dava la forza di lavorare tanto e di non temere per la sua vita»

Da Avvenire del 27 aprile 2016

Fuga / rientro di cervelli

Sito FugaCervelli

 

 

 

Durante la pausa pranzo che ci si accorge di come l’esperimento multidisciplinare funzioni a meraviglia. Poco dopo le 13, nella mensa al sesto (e ultimo) piano della struttura, si fa fatica a trovare una sedia libera tra le decine di tavolate bianche. Fra un piatto di pasta e una pietanza etnica, i ricercatori si aggiornano su come procedono i test nei diversi dipartimenti in cui sono collocati. È il momento in cui si può toccare con mano la sinergia tra i vari gruppi: da quelli di robotica al team che lavora nella sezione dedicata agli smart materials.

Si parla in inglese. Inevitabile, del resto, visto che il personale è composto da cittadini provenienti da 56 Paesi.

Salta subito all’occhio, inoltre, che la netta maggioranza dei commensali è giovanissima. Ecco perché non stupisce, quando, più tardi, ci informano che l’età media (amministrativi inclusi) non supera i 34 anni.

Difficile da credere, ma siamo in Italia. Potremmo essere tranquillamente al Mit di Cambridge o al Cern di Ginevra, invece ci troviamo all’Istituto italiano di tecnologia (Iit), nella sua sede centrale di Genova. È un polo d’eccellenza competitivo con i più prestigiosi centri di ricerca a livello mondiale. Oggi lo staff conta 1.470 persone, di cui ben l’85% occupato nell’area scientifica. Si tratta di una fondazione di diritto privato, finanziata dallo Stato attraverso 96 milioni di euro all’anno (circa l’1% del totale destinato dal pubblico alla ricerca), a cui si aggiunge una media di 25-30 milioni ricavati attraverso iniziative dell’Unione Europea o fondi privati. Contando su questo budget, dal 2009 – anno di avvio effettivo dell’attività – ad oggi, l’Iit può vantare circa 7mila pubblicazioni scientifiche, oltre 130 progetti europei portati avanti, quasi 400 brevetti registrati e 14 startup costruite in casa e strutturate in modo tale da diventare gradualmente autonome e creare nuovi posti di lavoro. In questi anni sono stati aperti anche alcuni laboratori congiunti con realtà industriali come Nikon e Moog.

Sono i numeri, insomma, che autorizzano a parlare di un progetto riuscito. «Non esiste un unico modello vincente per la ricerca – spiega nel suo ufficio Roberto Cingolani, direttore scientifico del-l’istituto –. In questo campo, un po’ come avviene nello sport, la differenza la fanno i campioni. A cui, nel caso della ricerca scientifico-tecnologica pura, bisogna aggiungere anche l’importanza di avere a disposizione infrastrutture adeguate».

Il sistema del Iit fa perno su un piano scientifico triennale (È una sorta di business planindustriale) e su un meccanismo di governance che prevede anche un comitato di valutazione esterno. Ma, se deve indicare la peculiarità del Iit, Cingolani non ha dubbi: «Il reclutamento. Perché investire sui talenti non è mai uno spreco». Il processo di selezione dei profili è impostato secondo regole valide in tutto il mondo, ma pressoché sconosciute in Italia. Il sistema prevede anche le call internazionali. «Se ci serve uno specialista mettiamo un annuncio sulle principali riviste di settore, riceviamo le domande con i curriculum e li sottoponiamo a un panel internazionale e indipendente che li valuta», aggiunge. È una prassi seguita soprattutto per la scelta dei principal investigator,ovvero per i responsabili delle aree di ricerca, a cui viene garantita grande autonomia d’azione. Al contrario di quanto avviene in tante università, qui non ci sono cattedre a vita. La struttura è snella e il ricambio è continuo: il flusso in entrata è bilanciato da quello in uscita. «I responsabili di laboratorio vengono pagati un 30-40% in più rispetto alla media naziona-le, ma in compenso hanno contratti a tempo determinato e vengono valutati ogni quattro anni – racconta Cingolani –. Il periodo massimo di permanenza per i giovani ricercatori è di tre anni, a cui si aggiungono 12 mesi di cuscinetto per trovare un’altra sistemazione all’altezza».

Dall’Europa agli Stati Uniti, passando per l’Asia: tutti sono abituati a queste regole. Anche per questa ragione a Genova sono stati attirati in sette anni migliaia di cervelli stranieri: dai chimici ai fisici, dagli ingegneri ai neuroscienziati. «Abbiamo 21 profili diversi, perché non si può pensare di andare su Marte senza mettere insieme tante competenze. Oggi il 46% del personale proviene dall’estero – afferma il direttore scientifico –. E nel 16% dei casi si tratta di cervelli italiani rientrati da fuori». Come Paolo Decuzzi, attuale direttore del laboratorio di Nanotecnologia per la medicina di precisione del Iit e con alle spalle un’esperienza da professore associato di Bioingegneria all’Università del Texas a Houston. Stesso discorso per Giuseppe Vicidomini, ingaggiato dal celebre Max Planck Institute tedesco (modello a cui si ispira l’Iit) che ora a Genova si occupa di microscopia ottica a super risoluzione.

È grazie a questa fucina di talenti nazionali e stranieri che si sfornano scoperte scientifiche in grado di migliorare la vita dell’uomo e di proteggere l’ambiente. Tra le ultime, ad esempio, R1: un prototipo di robot umanoide (costruito con materiali il più possibile economici ed ecosostenibili) concepito per operare in ambienti professionali come la corsia di un ospedale o in casa, aiutando anziani e persone non autosufficienti a prendere oggetti altrimenti irraggiungibili. Per adesso il prezzo resta proibitivo, ma a pieno regime di commercializzazione può arrivare a costare quanto uno scooter o una tv di ultima generazione. Altra invenzione recente è una spugna realizzata a partire dagli scarti del caffè (quindi biodegradabile) e capace di assorbire gli olii separandoli dall’acqua. Rimedio utile, per esempio, nei casi di incidenti in mare con sversamenti di petrolio.

«Al centro delle nostre ricerche c’è – e ci sarà sempre – l’uomo, e ci chiederemo costantemente che cosa gli potrà servire tra venti o trent’anni, non fra un secolo», afferma Cingolani. Per le scelte future il direttore scientifico invita a tener presente un parametro su tutti, ovvero l’indice di sviluppo umano: «Attualmente il 20% della popolazione mondiale ha a disposizione l’80% delle risorse idriche ed energetiche. Il mondo ha bisogno di equilibrio. La ricerca e l’innovazione devono essere orientate in modo tale da provare a ridurre questo gap. Per cui servono tecnologie per migliorare la qualità della vita nella società industriale, ma anche in grado di fare diagnosi laddove non esistono gli ospedali». Ora alle sfide del Iit (legate all’Industria 4.0) si aggiungeranno quelle dello Human Technopole di Milano, il polo di scienze della vita che occuperà una parte dell’area Expo. Il governo ha affidato a Cingolani il ruolo di coordinatore del progetto. «Al di là delle polemiche inutili e delle invidie esplose nelle ultime settimane – confida il diretto interessato – la verità è che l’IIT sta contribuendo a costruire un signor concorrente dentro casa. Ma in fondo è meglio così. Messi è un campione, ma da solo non vincerebbe niente se nel Barcellona non ci fossero giocatori del calibro di Neymar, Suarez e Iniesta. Ecco, l’Italia deve iniziare a ragionare come un grande club, perché la competizione non è interna, ma fuori. E più talenti si hanno in squadra, maggiori sonole probabilità di successo».

Cfr. «Libertà d’azione, merito, regole» Così l’Iit attrae cervelli nel mondo. Cingolani: l’Italia cominci a ragionare come un grande club

di LUCA MAZZA, INVIATO A GENOVA – Avvenire del 11 ottobre 2016

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Il reportage

In 7 anni l’Istituto italiano di tecnologia può vantare 7mila pubblicazioni scientifiche, oltre 130 progetti realizzati, quasi 400 brevetti registrati e 14 start up costruite in casa che danno nuovi posti di lavoro

Roberto Cingolani

La legge 54 del 2006 sull'affido condiviso: a dieci anni dalla sua approvazione si attende la sua piena realizzazione

 

Rembrandt wb550Nel quadro di Rembrandt “Il padre misericordioso” [dipinto a olio su tela (262x206 cm) databile al 1668 e conservato nel Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo] nell'abbraccio con il quale iil genitore cinge suo figlio e nel quale si riassumono i sentimenti che uniscono visceralmente entrambi, sono ben evidenti le due mani del padre: la mano sinistra, visibilmente maschile, è ritratta nell'atto di una leggera pressione, una piccola stretta diretta a sorregere; la mano destra, invece, dolcemente posta sulla spalla del figlio come per accarezzare, calmare, in una parola accudire.

Insomma il padre di Rembrandt non è solo un padre ma anche madre, nel quadro (è proprio il caso di dire, ad ulteriore conferma del grande valore anche storico dell'opera di Rembrandt) di una genitorialità che, in parte, è ovviamente presente in entrambi i genitori ma nella quale spicca la più evidente attitudine dell'uno a orientare, sospingere ma anche sorreggere, e quella dell'altro, a sostare, a fare mente di sé, entro il riconoscimento dela propria umanità.

Guardando alla legge 54/2006 ed alla sua applicazione, specie se confrontata con le intenzioni che l'avevano accompaganata al momento della sua tanto attesa approvazione, si rileva, come la sua realizzazione risulti ancora in cantiere, specie avuto riguardo al fatto che la c.d. bigenitorialità dovrebbe realizzarsi nel preminete interesse dei minori che vivono situazioni di grave criticità poe ril loro equilivbrato sviluppo nel momento della disgregazione del nucleo famigiare nel quale sono nati e cresciuti.

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Articoli tratti Da Avvenire del 27 marzo 2016

Sono 1,5 milioni i minori “orfani” di padri vivi

LUCIANO MOIA

L’opportunità di intervenire su una legge non dovrebbe essere determinata solo dai numeri. Ma, quando le carenze della norma sono palesi e riconosciute in modo bipartisan, il fatto che queste ingiustizie si ripercuotano su un gran numero di persone dovrebbe convincere il legislatore a valutare la possibilità di un intervento. Invece, mentre si intrecciano le proposte per la riforma della legge sulle adozioni (184 del 1983), tutto tace per quanto riguarda un’altra norma, quella sull’affido condiviso.

I numeri dell’adozione sono stati ricordati tante volte in queste settimane. Ogni anno in Italia vengono adottati circa mille minori con l’adozione nazionale. Poco meno di duemila con quella internazionale. Per ogni bambino che arriva in una nuova famiglia, ci sono circa dieci coppie disponibili.

Tutt’altra rilevanza per le cifre sull’affido condiviso. I genitori separati in Italia sono circa 4 milioni, quelli che hanno 'beneficiato' dell’affido condiviso 2,4 milioni. E poi ci sono i figli. Secondo le stime delle associazioni di separati dovrebbero superare quota 1,5 milioni solo nell’ultimo decennio. Basta così? No, sarebbe miope dimenticare che in questi drammi familiari allargati i nonni diventano vittime in modo altrettanto pesante.

E forse il loro ruolo, come quello di tutti coloro che non hanno opportunità di far sentire la propria voce, finisce per risultare ancora più scomodo perché causa di una sofferenza impotente e marginalizzata. Quanti sono i 'nonni della separazione'? Almeno 4-5 milioni. Insomma, non si è troppo lontano dalla realtà ipotizzando che le ingiustizie determinate dall’affido condiviso coinvolgano quasi otto milioni di persone. Eppure, come detto, per la legge 54 non c’è in vista alcuna nessuna concreta proposta di riforma.

Meno datata di quella sulle adozioni – è stata approvata esattamente dieci anni fa, nel marzo 2006 – ma senz’altro più fallimentare, se è vero che non ha spostato di una virgola l’atteggiamento dei giudici per garantire l’impegno educativo dei genitori dopo separazioni e divorzi. Forse anche perché, a differenza della legge sulle adozioni – riformata almeno in tre occasioni, l’ultima pochi mesi fa – quella sull’affido condiviso non ha subito nel frattempo alcun ritocco. Risultato? Prima dell’approvazione della legge 54, l’affido dei minori veniva deciso nel 93% dei casi in favore della mamma.

Oggi il genitore 'collocatario' rimane 9 volte su 10 sempre lei. E la maggior parte dei padri separati continuano a lottare, lanciare appelli, presentare ricorsi e spendere una fortuna in pratiche legali per veder garantito un diritto che dovrebbe essere assicurato dalla legge. Quando questo non succede, si arriva non di rado a gesti estremi. Inutile ricordare l’elenco tragico e sempre più folto di padri che non reggono alla sofferenza della separazione e, soprattutto, al distacco forzato dai figli.

La necessità di intervenire sulle legge è stata sollecitata qualche giorno fa anche nell’ambito di un convegno organizzato a Milano dall’Associazione famiglie separate cristiane, presieduta da Ernesto Emanuele, a cui hanno preso parte tra gli altri l’ex senatrice Emanuela Baio, che all’epoca fu relatrice della legge, e Luisa Santolini, già deputato, che nel 2006 come presidente del Forum delle associazioni familiare, condusse una battaglia culturale per l’affermazione della bigenitorialità.

Sforzo che – come entrambe hanno riconosciuto con un velo di amarezza – è poi naufragato di fronte all’impermeabilità di certa magistratura e all’impossibilità politica di operare le aggiustature necessarie all’impianto della norma. Una deriva tutta italiana se è vero che l’Europa, a cui spesso facciamo riferimento per modelli tutt’altro che invidiabili, sull’affido condiviso sembra aver visto giusto. E infatti ha condannato il nostro Paese con la risoluzione del 2 ottobre 2015 e ci ha imposto – proprio per garantire la bigenitorialità – di passare dall’affido 'teoricamente' condiviso a quello 'materialmente' condiviso.

«Nel documento – spiega Vittorio Vezzetti, pediatra e dirigente nell’International Council of Shared Parenting,unico esperto italiano che abbia collaborato al documento – si spiega con chiarezza che i figli di genitori separati vivono meglio se trascorrono tempi più o meno uguali con mamma e papà, tranne nel caso in cui vi siano storie palesi di violenza, abuso o trascuratezza. I minori italiani invece sono trattati spesso in modo contrario ai loro interessi, con gravi conseguenze sociali e sanitarie ».

Non sono soltanto parole. Le due storie che presentiamo in questa pagine sono la punta di un iceberg che ingrossa giorno dopo giorno, con il suo carico di sofferenze e di ingiustizia. Nell’indifferenza di chi, politica in testa, dovrebbe porvi rimedio.

CORRUZIONE, GIUSTIZIA, POLITICA L’ILLUSIONE BELLICA

Da Avvenire del 24 aprile 2016

EDITORIALE

CORRUZIONE, GIUSTIZIA, POLITICA L’ILLUSIONE BELLICA

MARCO OLIVETTI

La settimana che si conclude oggi ha visto una nuova tappa nell’ormai pluridecennale conflitto fra politica e giustizia in Italia. Una raffica di interviste di Piercamillo Davigo, neopresidente dell’Associazione nazionale magistrati – eletto a larga maggioranza dai suoi colleghi – sulla corruzione dei politici (che a suo avviso sarebbe in crescendo, senza neppure più il correttivo della vergogna per gli atti di corruzione) hanno infatti avviato una nuova escalation.

Tutto sembra ricondotto a uno stucchevole confronto fra 'guardie e ladri', come nell’ultimo decennio della Prima Repubblica e come negli anni roventi del berlusconismo. L’Italia appare ferma lì, e uno dei protagonisti della stagione di Mani Pulite rivendica le sue posizioni più radicali, con frasi come «non esistono innocenti, esistono solo colpevoli non ancora scoperti» (in barba alla presunzione di non colpevolezza solennemente proclamata dalla Costituzione e dall’art. 6 Cedu) o «non ci sono troppi prigionieri; si sono troppe poche prigioni» (in barba all’idea del diritto penale, e della carcerazione, come extrema ratio).

Il problema è serio. Perché il dottor Davigo, persona certamente integerrima e co-protagonista in vicende chiave nella storia d’Italia, è oggi la voce più alta dei magistrati italiani. Non parla per sé, ma per la categoria che rappresenta. Occorre dunque chiedersi se sia legittimo ridurre i conflitti fra politica e giurisdizione a una lotta fra 'guardie e ladri', magari partendo dal dato di fatto dei livelli preoccupanti del fenomeno corruttivo in Italia (livelli più da America Latina o da Est Europa postcomunista che da Europa occidentale). E la risposta a questa domanda non può che essere negativa, almeno in due direzioni, entrambe le quali devono indurre alla prudenza ( prudentia tout court, non solo juris prudentia) nell’uso delle parole. Da un lato il conflitto fra politica e giustizia è ineliminabile da qualsiasi società liberaldemocratica evoluta, che si basa, appunto, su un equilibrio instabile fra jurisdictio e gubernaculum.

Ma questo conflitto ha assunto in Italia forme patologiche: e se alcune ragioni di esso sono quelle che indica Davigo (una corruzione più elevata), ne esistono tuttavia altre, che hanno la loro causa nell’esistenza in Italia della magistratura (requirente e giudicante) più potente del mondo occidentale. E se il potere corrompe, il potere assoluto corrompe in maniera assoluta, diceva Lord Acton.

Si pensi alla folta e continua presenza di magistrati nell’agone politico (deputati, ministri, presidenti di regione, sindaci, addirittura capi partito); all’avvio di enormi inchieste mediante le quali alcune procure partecipano, condizionandola, alla politica industriale del Paese (Ilva e Tempa Rossa sono solo due casi fra molti).

E si pensi al continuo ricorso ai provvedimenti cautelari per intervenire d’urgenza – e anche – arbitrariamente su questioni assai problematiche (si pensi al 'caso Stamina') e ai molteplici volti dell’attivismo giudiziale, cioè a giudici che tendono a farsi legislatori nei settori più vari, dalle unioni gay all’eutanasia (non si può dimenticare la sentenza Englaro). Anche in questi giorni si assiste a magistrati che scendono in campo in vista del referendum costituzionale, mentre altri negli scorsi mesi lo hanno fatto – sui due versanti della controversia – sulla stepchild adoptionnelle unioni di persone dello stesso sesso. Sicché la causa prima del conflitto politica-giustizia non è la corruzione, ma lo smarrimento dei confini fra le due sfere.

L’altro versante della dialettica politica-giustizia in materia di corruzione sta nel fatto che se la lotta contro quest’ultima è essenziale, occorre definirne bene i confini (ad esempio non spacciando per corruzione ciò che, pur eticamente discutibile, non rientra nella sfera di operatività delle fattispecie penali: e proprio alcuni aspetti dell’inchiesta su Tempa Rossa offrono buoni esempi al riguardo) e, soprattutto, avere consapevolezza che la repressione penale non può essere l’unico mezzo per contrastare il fenomeno. Esistono – e devono essere efficaci – azioni sul piano educativo, dell’opinione pubblica, del costume civile, della prevenzione. E non si può negare che l’istituzione dell’Autorità anticorruzione (palesemente 'non amata' da alcuni settori della magistratura) costituisca finalmente un passo significativo in questa direzione. Insomma, assieme ai segnali inquietanti non mancano segni di un nuovo impegno, nella direzione di un contrasto effettivo. Compito che è irrinunciabilmente (anche se non esclusivamente) proprio della classe politica, che in nessuna sua parte dovrebbe più illudersi di poter 'usare' tatticamente lo strumento della lotta 'guardie e ladri' per regolare i conti con l’avversario. La storia recente dimostra che certe guerre rischiano di non finire mai, non debellano la corruzione e non incoronano vincitori.

Marco Olivetti

Nobel, Pace e Guerra

Sito AlfredNobelL’assegnazione del Premio Nobel per la Pace al presidente della Colombia Juan Manuel Santos dà da pensare non solo sul premiato per l’anno 2016, ma anche sul concetto stesso di pace.

Santos è stato protagonista di un accordo di pace con i guerriglieri delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane), accordo storico, ma smentito dal referendum popolare che ha votato contro, sia pure con una maggioranza risicatissima.

Ingrid Betancourt, che fu prigioniera dei guerriglieri per ben sette anni, ha affermato che il Nobel andava assegnato a pari merito sia a Santos sia alle Farc, l’organizzazione guerrigliera che da sempre combatte contro lo Stato colombiano.

Ma che cos’è un accordo di pace smentito dal popolo (o, più precisamente dalla sua, per quanto minima, maggioranza?). E perché premiare un personaggio politico, il quale, per quanto protagonista di quell’accordo storico, a ben guardare la sua biografia, ha un passato piuttosto oscuro di morti e di assassinii al tempo in cui era ministro della difesa?

Non mi era piaciuta neanche l’assegnazione del Premio Nobel a Barack Obama, per quanto si possano nutrire simpatie politiche e umane. Un uomo che, dopo l’uccisione di Bin Laden, dichiara: “giustizia è fatta!” e governa un paese dominante anche perché presente nelle guerre del pianeta, può essere forse compreso e giustificato politicamente. Ma ciò non lo rende un campione della pace. D’altra parte, a meno di non essere ipocriti, sappiamo che pace e giustizia non vanno di pari passo. Quando si celebrò il processo di Norimberga all’indomani della seconda guerra mondiale e della sconfitta del nazismo, dopo la terribile e tragica scoperta dell’Olocausto, si fece una giustizia che si poteva comprendere politicamente e soprattutto moralmente, non certo giuridicamente.

La domanda è: se un processo non è corretto formalmente, può essere giusto? Anche se è fatto per scopi giusti e avendo come fine la pace? “La giustizia è l’utile del più forte”, dichiarò Trasimaco e Socrate ebbe difficoltà a rispondergli. La pace può mai essere il risultato di una giustizia del più forte? Storicamente la risposta è affermativa. Ma ciò la rende giusta? Tacito, nel De Agricola, riportò la frase di Galgaco, re dei Caledoni: “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant “(“laddove fanno il deserto, lo chiamano pace”), frase ripresa nel ’68 dagli studenti contro la guerra americana del Vietnam.

Al di là di ciò, perché assegnare il Premio Nobel per la Pace a capi di governo, a uomini potenti, a persone che con la guerra, direttamente e indirettamente, hanno avuto a che fare? Ha senso assegnare un Premio Nobel per ragioni di opportunità politica? E’ quello che troppo spesso avviene. Nel 1994 fu assegnato a Shimon Peres, Yitzhak Rabin e Yasser Arafat in vista di una pace che non ci fu. La voglia di assegnare il Nobel per la Pace allo scopo di influenzare gli eventi ha, a mio parere, qualcosa di insano e arrogante.

Certo, non si può pretendere che nel mondo vi siano moltitudini di San Francesco o di Gandhi, ma di sicuro esso è pieno di donne e di uomini che contribuiscono alla pace senza per questo stare in cima al potere e all’attenzione dei mass media e che erano, a quanto sembra, effettivamente tra i candidati possibili.

E’ come se ancora una volta, perfino in un premio come il Nobel debba prevalere l’arroganza del potere che celebra se stesso nel momento in cui si mostra buono. L’idea che la pace debba essere lo scopo dei popoli e delle nazioni è, nonostante un diffuso senso comune, relativamente recente. E’ moderna. E fu sancita dalla Rivoluzione francese e poi da Kant. Nel passato la guerra era uno dei modi di vivere di un popolo. Purtroppo lo è ancora, anche se i ministeri non sono più chiamati come un tempo “della guerra”, ma “della difesa”.

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Cfr. Alfonso M. Iacono, IL TIRRENO, 10 ottobre 2016

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Nella Foto: Alfred Nobel, un chimico e industriale svedese: nel suo testamento (27.11.1895) Nobel ha espresso la volontà che tutto il suo patrimonio (oggi equivalente di circa 1,7 miliardi svedesi, cioè 200 milioni di euro, ottenuti grazie all’invenzione della dinamite), fosse impiegato per questa onorificenza.

Nel 1888, quando morì il fratello di Alfred Nobel, comparve, per errore, sulla stampa proprio il “Necrologio” ad Alfred Nobel, nel quale si narrava di come egli fosse divenuto ricco per aver scoperto la dinamite, anche strumento di morte delle persone. In seguito a questo episodio, Alfred Nobel iniziò a riflettere su come sarebbe stato ricordato dopo la sua morte e pensò pertanto di lasciare tutto il suo patrimonio in funzione di un miglior ricordo della sua persona e della sua immagine di scienziato.

Commissione Nazionale di Biodiritto del Movimento per la Vita Italiano

Sito AudizioneCommissioneNazionaleBiodirittoIl link

http://www.pensareildiritto.it/indagine-conoscitiva-sullo-stato-di-attuazione-delle-disposizioni-legislative-in-materia-di-adozioni-e-affido-audizione-del-movimento-per-la-vita-italiano/

riporta il testo dell'Audizione tenutasi il 16 maggio 2016, in Parlamento dinanzi alla Commissione Giustizia (il pdf è stato inserito nel sito dei Giuristi Cattolici “Pensare il diritto” cui si riferisce il link indicato) in riferimento al delicatissimo tema della riforma della legislazione vigente in tema di adozione.

Questa audizione è il primo immediato frutto del lavoro della Commissione Nazionale di Biodiritto del Movimento per la Vita Italiano, appena con il determinante impegno dell'Onorevole Gian Luigi Gigli, Presidente del Movimento per la Vita Italiano, insediatasi nello scorso mese di aprile 2016, coordinatrice Marina Casini.

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- 8 maggio 2014

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