Nobel, Pace e Guerra

Sito AlfredNobelL’assegnazione del Premio Nobel per la Pace al presidente della Colombia Juan Manuel Santos dà da pensare non solo sul premiato per l’anno 2016, ma anche sul concetto stesso di pace.

Santos è stato protagonista di un accordo di pace con i guerriglieri delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane), accordo storico, ma smentito dal referendum popolare che ha votato contro, sia pure con una maggioranza risicatissima.

Ingrid Betancourt, che fu prigioniera dei guerriglieri per ben sette anni, ha affermato che il Nobel andava assegnato a pari merito sia a Santos sia alle Farc, l’organizzazione guerrigliera che da sempre combatte contro lo Stato colombiano.

Ma che cos’è un accordo di pace smentito dal popolo (o, più precisamente dalla sua, per quanto minima, maggioranza?). E perché premiare un personaggio politico, il quale, per quanto protagonista di quell’accordo storico, a ben guardare la sua biografia, ha un passato piuttosto oscuro di morti e di assassinii al tempo in cui era ministro della difesa?

Non mi era piaciuta neanche l’assegnazione del Premio Nobel a Barack Obama, per quanto si possano nutrire simpatie politiche e umane. Un uomo che, dopo l’uccisione di Bin Laden, dichiara: “giustizia è fatta!” e governa un paese dominante anche perché presente nelle guerre del pianeta, può essere forse compreso e giustificato politicamente. Ma ciò non lo rende un campione della pace. D’altra parte, a meno di non essere ipocriti, sappiamo che pace e giustizia non vanno di pari passo. Quando si celebrò il processo di Norimberga all’indomani della seconda guerra mondiale e della sconfitta del nazismo, dopo la terribile e tragica scoperta dell’Olocausto, si fece una giustizia che si poteva comprendere politicamente e soprattutto moralmente, non certo giuridicamente.

La domanda è: se un processo non è corretto formalmente, può essere giusto? Anche se è fatto per scopi giusti e avendo come fine la pace? “La giustizia è l’utile del più forte”, dichiarò Trasimaco e Socrate ebbe difficoltà a rispondergli. La pace può mai essere il risultato di una giustizia del più forte? Storicamente la risposta è affermativa. Ma ciò la rende giusta? Tacito, nel De Agricola, riportò la frase di Galgaco, re dei Caledoni: “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant “(“laddove fanno il deserto, lo chiamano pace”), frase ripresa nel ’68 dagli studenti contro la guerra americana del Vietnam.

Al di là di ciò, perché assegnare il Premio Nobel per la Pace a capi di governo, a uomini potenti, a persone che con la guerra, direttamente e indirettamente, hanno avuto a che fare? Ha senso assegnare un Premio Nobel per ragioni di opportunità politica? E’ quello che troppo spesso avviene. Nel 1994 fu assegnato a Shimon Peres, Yitzhak Rabin e Yasser Arafat in vista di una pace che non ci fu. La voglia di assegnare il Nobel per la Pace allo scopo di influenzare gli eventi ha, a mio parere, qualcosa di insano e arrogante.

Certo, non si può pretendere che nel mondo vi siano moltitudini di San Francesco o di Gandhi, ma di sicuro esso è pieno di donne e di uomini che contribuiscono alla pace senza per questo stare in cima al potere e all’attenzione dei mass media e che erano, a quanto sembra, effettivamente tra i candidati possibili.

E’ come se ancora una volta, perfino in un premio come il Nobel debba prevalere l’arroganza del potere che celebra se stesso nel momento in cui si mostra buono. L’idea che la pace debba essere lo scopo dei popoli e delle nazioni è, nonostante un diffuso senso comune, relativamente recente. E’ moderna. E fu sancita dalla Rivoluzione francese e poi da Kant. Nel passato la guerra era uno dei modi di vivere di un popolo. Purtroppo lo è ancora, anche se i ministeri non sono più chiamati come un tempo “della guerra”, ma “della difesa”.

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Cfr. Alfonso M. Iacono, IL TIRRENO, 10 ottobre 2016

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Nella Foto: Alfred Nobel, un chimico e industriale svedese: nel suo testamento (27.11.1895) Nobel ha espresso la volontà che tutto il suo patrimonio (oggi equivalente di circa 1,7 miliardi svedesi, cioè 200 milioni di euro, ottenuti grazie all’invenzione della dinamite), fosse impiegato per questa onorificenza.

Nel 1888, quando morì il fratello di Alfred Nobel, comparve, per errore, sulla stampa proprio il “Necrologio” ad Alfred Nobel, nel quale si narrava di come egli fosse divenuto ricco per aver scoperto la dinamite, anche strumento di morte delle persone. In seguito a questo episodio, Alfred Nobel iniziò a riflettere su come sarebbe stato ricordato dopo la sua morte e pensò pertanto di lasciare tutto il suo patrimonio in funzione di un miglior ricordo della sua persona e della sua immagine di scienziato.

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- 8 maggio 2014

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