Le cinque decisive risorse dei giovani e il loro linguaggio

«Non hanno forse ragione i cantanti J-Ax e Fedez quando si domandano: «E come faranno i figli a prenderci sul serio con le prove che negli anni abbiamo lasciato su Facebook?» Armando Matteo

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Questo dilagante «amore per la giovinezza» rende semplicemente impossibile la vita di coloro che Giovani 01 Armando Matteogiovani lo sono davvero, gettando alle ortiche la generatività, ovvero quel tratto qualificante dell’età matura che si preoccupa di mettere al mondo, crescere, educare e poi lasciare spazio.

Generatività significa soprattutto suscitare curiosità e domande cruciali: perché esisto? Per chi e per cosa vale la pena vivere? Il Bene, la Verità, Dio sono invenzioni dell’uomo pensante o realtà a cui affidarsi?

Si tratta della sempre più frequente mancata volontà degli adulti di favorire il processo e il percorso di crescita dei giovani, cosa che inevitabilmente porta i secondi in conflitto con quel senso di “immortalismo” (voler vivere senza invecchiare e senza morire) e di “insostituibilità” che caratterizza molti adulti e anziani di oggi.

Giovani 02 CHAGALLjpgNella loro mente è più conveniente che i giovani restino semplicemente figli piuttosto che i figli assumano pienamente il loro destino di essere “i giovani” cioè di coloro che sono chiamati a rinnovare e a ringiovanire la società e le sue dinamiche vitali. Ciascuno vede da sé cosa questa seconda opzione comporta per coloro che adulti lo sono già.

È, dunque, un grido contro una società di adulti che, in nome di un giovanilismo imbecille e becero, sottrae alle nuove generazioni la possibilità di onorare la missione di ereditare il mondo per renderlo migliore, la possibilità di essere i giovani e non semplicemente giovani. Dove tutti sono giovani, non c’è più spazio per alcun giovane vero.

Piaccia o meno, gli adulti appartenenti alle due generazioni che in modo e peso diverso dominano oggi il mondo – quelli della generazione dei Boomers (1946-1964) e quelli appartenenti alla “generazione X” (1964-1980)non hanno favorito una qualche forma di testimonianza circa l’importanza di credere, pregare, leggere qualche testo sacro, il Vangelo per esempio, nei confronti della loro prole.Giovani 03 generations

Le indagini parlano chiaro. Nelle famiglie, e in ciò che spesso sopravvive o si reinventa delle famiglie, non vi è più spazio per la preghiera, per la lettura della Bibbia e infine per discussioni che possano in qualche modo pur lontanamente sfiorare le grandi domande dell’esistenza umana, dal significato delle diverse età della vita alla ricerca di ciò che potrebbe permettere la coltivazione efficace della propria interiorità, dal senso dell’ineluttabile necessità di dover morire a quello della radicale precarietà della nostra specie.

Quel testo (Lumen Fidei, ndr) fu composto da papa Benedetto e poi definito e pubblicato da papa Francesco, appena qualche mese dopo l’inizio del suo pontificato. Al numero 18 si trova quella “rivoluzione” sul credere cui abbiamo fatto diverse volte cenno:

«Nella fede, Cristo non è soltanto Colui in cui crediamo, la manifestazione massima dell’amore di Dio, ma anche Colui al quale ci uniamo per poter credere. La fede, non solo guarda a Gesù, ma guarda dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere.»

L’adulto credente è immaginato innanzitutto come il buon cittadino e il buon genitore, sostanzialmente come colui che si assume con responsabilità gli oneri legati alla ricerca del bene comune e all’educazione delle nuove generazioni. L’adulto credente è ancora rappresentato come colui che accetta di buon grado ciò che il suo prete gli comunica come normativo a proposito dell’esperienza morale, nella logica di una giusta obbedienza al suo prete, che trova la sua ragione d’essere nell’obbedienza del prete al suo vescovo, di quest’ultimo al papa e infine del papa direttamente alla voce divina. L’adulto credente è ancora pensato come colui che accetta, anche contro le istanze della propria intelligenza, ciò che la Chiesa proclama come dogma. L’adulto credente è infine delineato come colui che “ci tiene” alla Chiesa: ne sostiene le attività attraverso i diversi sistemi di finanziamento previsti dalle autorità statali, ne difende pubblicamente le “battaglie culturali” ed esprime da ultimo un voto politico in linea di principio conforme alle indicazioni offerte dai vescovi.

Questi profili dell’adulto credente, certamente qui tratteggiati in modo veloce, costituiscono tuttavia ancora in troppi casi il metro di giudizio per la qualità dell’effettivo cristianesimo presente all’interno delle famiglie e nel più ampio ambito della società. Oltre che il modello di riferimento delle prassi vigenti circa la formazione religiosa dei bambini e degli adolescenti.

Ai cattolici, e soprattutto alle loro guide pastorali, non è più lecito mantenere in piedi, e soprattutto nella testa, un profilo di adulto credente non più contraddistinto proprio da quel “vedere come Gesù”, da quell’assimilazione interiore dello sguardo, del respiro, dell’atteggiamento di fondo che sono stati di Gesù, da quel fare proprio – e qui a parlare è l’apostolo Paolo – i sentimenti di Gesù. Questo è l’adulto credente.

Documento preparatorio del Sinodo sui giovani che fissa, una volta per tutte, di che cosa veramente si nutrono il passaggio delle nuove generazioni da una fede bambina a una fede adulta e l’accesso a una condizione veramente adulta dell’umano.

«Il ruolo di adulti degni di fede, con cui entrare in positiva alleanza, è fondamentale in ogni percorso di maturazione umana e di discernimento vocazionale. Servono credenti autorevoli, con una chiara identità umana, una solida appartenenza ecclesiale, una visibile qualità spirituale, una vigorosa passione educativa e una profonda capacità di discernimento. A volte, invece, adulti impreparati e immaturi tendono ad agire in modo possessivo e manipolatorio, creando dipendenze negative, forti disagi e gravi controtestimonianze, che possono arrivare fino all’abuso.»

Dal sano funzionamento delle relazioni educative, invece, dipende la possibilità dei giovani di vivere pienamente la missione che essi portano inscritta nel loro stesso essere: ereditare il mondo per renderlo più forte e più bello.

Ed è per questo che, mentre alcuni di loro sono in fuga, in marcia permanente verso altre, forse più ospitali, patrie, altri si lasciano andare a una sconfinata depressione che abbiamo imparato a nominare come la condizione dei NEET (la condizione di chi non è impegnato né in un percorso di studio né in un’occupazione, e che per di più non si impegna nemmeno a cercarne una), altri infine giocano all’unico gioco cui loro è possibile giocare: a “restare” alle dipendenze di mamma e papà sino a 35, 40, 45 anni e oltre.

Gentiori 04Neet immagineEvangelii Gaudium, che risale già al novembre del 2013, ha in verità utilizzato parole chiare e assai difficili da non intendere o da sottostimare circa questo settore di impegno ecclesiale:

«La pastorale giovanile, così come eravamo abituati a svilupparla, ha sofferto l’urto dei cambiamenti sociali. I giovani, nelle strutture abituali, spesso non trovano risposte alle loro inquietudini, necessità, problematiche e ferite. A noi adulti costa ascoltarli con pazienza, comprendere le loro inquietudini o le loro richieste, e imparare a parlare con loro nel linguaggio che essi comprendono. Per questa stessa ragione le proposte educative non producono i frutti sperati.»

Ecco il vero nodo: l’incredulità giovanile è l’altra faccia della fatica dei giovani a entrare nel mondo adulto, a causa di un mondo di adulti che semplicemente li teme come concorrenti e attentatori, e fa di tutto per mantenerli in una condizione di minorità. L’incredulità giovanile discende direttamente da quella nuova figura di “adulto”, che le attuali generazioni occidentali hanno inventato e fedelmente incarnato. Un adulto dispensato da ogni responsabilità generativa e da ogni legame autentico verso Dio, una comunità religiosa, la società, il futuro e dunque verso i propri stessi figli; un adulto che ama, onora, sostiene la propria giovinezza più che gli stessi giovani; un adulto che, proprio per questo, nulla ha più a che fare con tutto ciò che essenzialmente indica il termine “cristiano”. Questo è il punto. E come non pensare che nella lingua italiana, per esempio, ancora oggi il termine “cristiano”, almeno a livello familiare, è sinonimo di “uomo”? Il tempo che viviamo sta appunto cancellando memoria di tale sinonimia.

Ed è cosa, questa, che papa Francesco ha decisamente in mente e a cuore. Si rileggano, ad esempio, le parole che ha pronunciato il 31 dicembre del 2016, durante la liturgia di ringraziamento per l’anno appena trascorso, detta del Te Deum dalle prime parole di un’antica preghiera cristiana che i credenti recitano tutti insieme proprio in quell’occasione:

«Abbiamo creato una cultura che, da una parte, idolatra la giovinezza cercando di renderla eterna, ma, paradossalmente, abbiamo condannato i nostri giovani a non avere uno spazio di reale inserimento, perché lentamente li abbiamo emarginati dalla vita pubblica obbligandoli a emigrare o a mendicare occupazioni che non esistono o che non permettono loro di proiettarsi in un domani. Abbiamo privilegiato la speculazione invece di lavori dignitosi e genuini che permettano loro di essere protagonisti attivi nella vita della nostra società. Ci aspettiamo da loro ed esigiamo che siano fermento di futuro, ma li discriminiamo e li “condanniamo” a bussare a porte che per lo più rimangono chiuse.»

«Per millenni, un doppio comandamento ha retto la morale ebraico – cristiana: ama Dio e ama il prossimo tuo come te stesso. Alla fine dell’Ottocento, Nietzsche ha annunciato: Dio è morto. Passato il Novecento, non è tempo di dire quel che tutti vediamo? È morto anche il prossimo

«Quando Nietzsche disse che Dio era morto non voleva riferire di aver visto una morte: voleva solo dire che, diversamente dai secoli precedenti, Dio non era più necessario per spiegare le relazioni sociali, familiari, politiche, le forme dell’arte e del sapere: la vita, insomma. Dopo l’industrializzazione del secolo XIX, dopo lo stretto legame tra guerra e produzione del XX secolo, e con la globalizzazione del XXI, non si può più descrivere una società senza parlare di merci e commerci. Si può, invece, spiegare la stessa società facendo a meno non solo di Dio ma anche del prossimo: come se le relazioni economiche non avvenissero in una comunità, come se non fossero una sottospecie delle relazioni umane. Tutte e due le idee su cui si basa la morale giudeo – cristiana sono diventate superflue (cioè optional) sia per le nostre azioni sia per la nostra mente.»

Ecco il punto: non giudica la sua parabola esistenziale facendo assegnamento sul fatto di avere più vita ovvero una vita più lunga, quanto al fatto di avere a sua disposizione più vite, ovvero più cicli di esistenza, nei quali poter ogni volta mettere in discussione quanto sino a quel momento era ritenuto centrale o decisivo in ordine al proprio cammino e poter avviare un percorso del tutto nuovo e a volte in pieno contrasto con quello sin lì percorso.

Questo rende, per esempio, ragione del fatto che oggi, qualunque sia l’età in cui si muoia, per coloro che sopravvivono quello è sempre morto giovane, se non addirittura troppo giovane. Il punto è – così si stima – che il defunto non solo aveva altri anni da trascorrere, bensì altre vite, altre esistenze, altri possibili cammini.

«La nozione di postmortalità si riferisce […] alla volontà ostentata di vincere grazie alla tecnica la morte, di “vivere senza invecchiare”, di prolungare indefinitamente la vita.»

Con l’incredibile attuale allungamento della vita, la morte, infatti, non ha più il carattere della questione ultima di fronte cui porsi per decidere di sé e del mondo, quanto piuttosto quello di un’ultima questione cui si offrirà il minimo indispensabile di attenzione quando sarà tempo, eventualmente con una disposizione anticipata di trattamento.

Questo è poi all’origine del carattere assolutamente egoistico della popolazione adulta attuale. La sua indotta esigenza di avere sempre più risorse economiche per le possibili altre vite che l’attenderebbe fa sì che alle nuove generazioni restino poco più che le briciole che cadono dalla tavola imbandita di ogni ben di Dio.

 

«Rilassati. Non sei Dio.»

Un secondo elemento che il cristianesimo deve di nuovo e con maggiore intensità immettere all’interno della cultura attuale – per risvegliare gli adulti alla loro vera vocazione di traghettatori di vita nei confronti delle nuove generazioni – deriva dal postulato teologico fondamentale per il quale solo Dio ha il diritto di essere Dio. Nessun essere umano può dunque attribuire assolutezza a sé stesso. Nessuno, ma proprio nessuno è indispensabile. La storia del mondo procede anche senza/dopo ciascuno di noi.

Questo dato elementare contrasta, tuttavia, con quell’aspetto di investimento narcisistico che ha afferrato la popolazione adulta attuale e che si traduce nei fatti nella costante rincorsa per l’ottuso quanto dispendiosissimo mantenimento della propria eterna giovinezza. Prima di me il nulla, dopo di me il nulla, insomma.

È a tutti noto quel segreto di Pulcinella secondo il quale l’arma vincente del mercato è quella di offrire al consumatore una qualche soddisfazione grazie ai suoi prodotti, alimentandone tuttavia una più profonda e decisiva insoddisfazione. L’incubo di ogni venditore è appunto una completa soddisfazione del consumatore, la quale lo renderebbe libero di non acquistare altro. Il dispositivo che oggi è davvero in grado di assicurare questo movimento “della soddisfazione a termine” è proprio il mercato dell’eterna giovinezza, tanto fasullo quanto potente, una volta che si è impossessato dell’anima dei poveri malcapitati. Per questo ciò che, di volta in volta, gli adulti acquistano non è tanto il bene materiale in sé, quanto – per suo tramite – l’assicurazione che la loro “fede” nella possibilità di vivere senza invecchiare e senza dover morire non sia una stupida illusione. Che si possa davvero restare giovani per sempre, insomma!

E invece si invecchia e si deve morire. E fa parte della struttura portante dell’adultità il suo confronto con il pensiero della personale destinazione alla morte, che invece oggi risulta del tutto inagibile.

In un intenso piccolo saggio del 2016, intitolato Senza adulti, il giurista Gustavo Zagrebelsky registrava tale situazione con vera e più che condivisibile preoccupazione.

«Dove sono gli uomini e le donne adulte, coloro che hanno lasciato alle spalle i turbamenti, le contraddizioni, le fragilità, gli stili di vita, gli abbigliamenti, le mode, le cure del corpo, i modi di fare, persino il linguaggio della giovinezza e, d’altra parte, non sono assillati dal pensiero di una fine che si avvicina senza che le si possa sfuggire? Dov’è finito il tempo della maturità, il tempo in cui si affronta il presente per quello che è, guardandolo in faccia senza timore? Ne ha preso il posto una sfacciata, fasulla, fittiziamente illimitata giovinezza, prolungata con trattamenti, sostanze, cure, diete, infiltrazioni e chirurgie; madri che vogliono essere e apparire come le figlie e come loro si atteggiano, spesso ridicolmente. Lo stesso per i padri, che rinunciano a se stessi per mimetizzarsi nella “cultura giovanile” dei figli.»

La ragione di tutto ciò sta ancora in quella profonda mutazione che ha colpito le generazioni occidentali che precedono quella dei Millennials, le generazioni dell’adulto postcristiano: quella nata tra il 1946 e il 1964 (generazione dei Boomers) e quella successiva nata tra il 1964 e il 1980 (generazione X), sempre meno capaci di quel gesto di generatività di cui la vita umana essenzialmente si nutre.

Insomma lì dove gli adulti non fanno gli adulti, i giovani non possono fare i giovani. Ed è così che siamo pertanto costretti ad assistere al dissipamento di un’immensa massa di potenzialità giovanili che non trova il giusto innesco per assicurare il suo contributo al rinnovarsi e rinvigorirsi della società.

Non c’è più il futuro di una volta

Proprio per iniziare a mettere a fuoco il complesso di tematiche che toccano insieme la fatica di credere e quella di vivere in pienezza la propria specifica fase di vita, da parte delle nuove generazioni, è opportuno partire da ciò che costituisce il principale elemento di malessere dell’attuale condizione giovanile. E il punto in questione è che non c’è più il futuro di una volta.

La tesi è più che nota ed è stata ampiamente sviluppata a partire dal libro del 2003 L’epoca delle passioni tristi di Gérard Schmit e Miguel Benasayag che per primi l’hanno formulata. Quella tesi, in Italia, ha potuto godere di una sua nuova diffusione grazie a un saggio meritoriamente famoso di Umberto Galimberti, intitolato L’ospite inquietante. I giovani e il nichilismo e pubblicato nel 2007. In che senso si può allora affermare che non c’è più il futuro di una volta? Lasciamo la parola agli autori dell’Epoca delle passioni tristi.

«Assistiamo, nella civiltà occidentale contemporanea, al passaggio da una fiducia smisurata a una diffidenza altrettanto estrema nei confronti del futuro […] Il futuro non è semplicemente ciò che ci capiterà domani o dopodomani, ma ciò che ci distacca dal presente ponendoci contemporaneamente, in una prospettiva, in un pensiero, in una proiezione… In sintesi il futuro è un concetto. Proviamo a chiarire con un esempio. Non più di quarant’anni fa tutti pensavamo che, prima o poi, saremmo riusciti a guarire malattie gravi come il cancro. Credevamo con forza che saremmo riusciti a “spiegare le leggi della natura”, e quindi a modificare quel che ci sembrava difettoso. Ciò che si ignorava riguardo alle malattie era considerato in biologia non ancora conosciuto… In questa sfumatura del “non ancora” risuonava la speranza e la promessa di una realizzazione futura, di un avvicinamento progressivo alla conoscenza. Lo stesso valeva per l’ingiustizia sociale, l’ignoranza eccetera. La cultura occidentale si è costituita a partire da questo “non ancora” carico di promesse messianiche.»

E oggi? Che cosa è accaduto al nostro rapporto con un tale “non ancora”, ovvero con quel carico di promesse cui la stessa parola “futuro” ha sinora fatto allusione? La risposta è netta: il futuro ha cambiato segno.

«Inquinamenti di ogni tipo, disuguaglianze sociali, disastri economici, comparsa di nuove malattie: la lunga litania delle minacce ha fatto precipitare il futuro da un’estrema positività a una cupa e altrettanto estrema negatività. Il futuro, l’idea stessa di futuro, reca ormai il segno opposto, la positività pura si trasforma in negatività, la promessa diventa minaccia.»

«Perché i giovani vivono di notte? Perché di giorno nessuno li convoca, nessuno li chiama per nome, nessuno mostra un vero interesse per loro.

È in costante crescita, infatti, il numero di coloro che abbiamo imparato a nominare come NEET (Not [engaged] in education, employment or training). Si tratta di giovani che hanno del tutto smesso ogni attiva ricerca di un inserimento lavorativo nella società e che nello stesso tempo non sono impegnati in percorsi di formazione.

Non hanno forse ragione i cantanti J-Ax e Fedez quando si domandano: «E come faranno i figli a prenderci sul serio con le prove che negli anni abbiamo lasciato su Facebook. Papà che ogni weekend era ubriaco perso. E mamma che lanciava il reggiseno a ogni concerto»?

In tale direzione, la prima risorsa che i giovani mettono in campo è il valore dell’amicizia, un valore che supera di gran lunga anche il desiderio di carriera e dei soldi. Emerge così un dinamismo di comunicazione tra pari che non si assoggetta alla legge unica del mercato, dove si scambiano cose, ma piuttosto ci si pone nell’atteggiamento di uno scambio di ciò che si è, di ciò che si prova, di ciò che più bolle nel cuore – prima e più di ciò che si possiede. L’essere nativi digitali diventa così occasione anche di assumere le vesti di autentici propulsori di reti umane e di «buone pratiche di comunità».

Particolarmente significativo è poi un altro elemento che caratterizza la vita dei giovani di oggi: l’amore per la musica. Essa è spazio attivo di creatività, di liberazione, contro le ossessioni performanti di adulti che sanno valutare il loro operato solo in termini di rendita e di crescita di capitale. Assomiglia al lavoro degli spiritual degli afroamericani. È protesta potente contro le passioni tristi del nostro tempo. È a volte quasi una sorta di preghiera anonima, un’invocazione, oltre le parole, a un Dio lontano, che, se ha senso la Sua esistenza, non può che essere un Dio della festa.

Come non mettere in conto anche il potente amore per la lettura che le nuove generazioni manifestano? Leggere è il modo più semplice di immaginare mondi nuovi e nello stesso tempo rappresenta l’avvio di una nuova immaginazione di questo mondo, devastato dal narcisismo adulto. Non a caso vi è chi interpreta codesto trend come indice di una nascente slow culture, contrapposta ai ritmi sempre più veloci e superficiali della competizione economica. Si avrebbe così a che fare con «una gastronomia dello spirito e una alimentazione della conoscenza, basata non solo sull’elettronica, ma anche su una preservazione del rapporto umano e su ritmi in ogni senso biologici, di cui le menti non potranno mai fare a meno».

Non è poi ancora sorprendente il linguaggio specifico inventato dai giovani – quello utilizzato soprattutto nella comunicazione digitale – per la sua capacità di sintesi, di efficacia, di risparmio, e dunque di maggiore prossimità umana?

Pure notevole è la maggiore sensibilità dei giovani per la natura. Una cifra decisiva in tale direzione è rappresentata dal grande amore di moltissimi di loro per la fotografia. Dopo anni di cementificazione selvaggia, di sfruttamento privo di qualsiasi razionalità ambientale, secondo un concetto di natura quale pura risorsa da sfruttare, avanza invece nel mondo giovanile un’inedita mente ecologica.

Ma forse il tratto più sorprendente delle nuove generazioni è quello legato al puro e straordinario senso per la giustizia. Basti pensare alla convinta e corale partecipazione alle iniziative contro ogni forma di violenza, di guerra, di sfruttamento, di esclusione, di prevaricazione tramite le lobby bancarie e finanziarie, le quali diventano occasione per manifestare un amore sincero per la pace, per il rispetto, per la tolleranza, per un’economia che non uccida, per una politica dell’inclusione e infine per un maggiore impegno ecologico.

L’ultima paura di mamma e papà: la povertà dei figli

Proprio lungo il filo della paura, anzi più precisamente della preoccupazione, in effetti, scorre oggi il rapporto tra genitori e figli. Tra questi due soggetti non si dà più qualcosa come un flusso educativo, essenzialmente mirato alla crescita e all’emancipazione dall’orbita familiare dei nuovi arrivati. Ad avere la meglio, al presente, è la sindrome del “genitore preoccupato”, intento cioè costantemente a occupare prima (pre – occupare) tutti gli spazi che sono destinati al figlio. Giustamente scrive la sociologa italiana Marina D’Amato che «ancora prima che di attenzione il bambino è oggetto di preoccupazione»; una preoccupazione, continua la studiosa, che inizia già alla sola idea di mettere al mondo il figlio e continua ostinatamente, aggiungiamo noi, sino all’età giudicata adatta, secondo i genitori contemporanei, alla sua fuoriuscita dall’orbita familiare e cioè, più o meno, intorno ai cinquant’anni!

Il punto è che una tale occupazione preventiva, fatta di sopralluoghi, di ricerche ossessive su internet, di consultazione di esperti di ogni genere, di esternazioni più o meno isteriche su blog specializzati, di scambio di informazioni riservatissime tra mamme e papà travestiti da novelli agenti segreti circa le scuole, gli oratori, le palestre, i giardinetti, gli amici e le amiche dei loro figli – possiede un duplice scopo: il primo è quello di sterilizzare, il secondo quello di detraumatizzare.

Sterilizzare e detraumatizzare che cosa? Semplicemente ogni ambiente di qualsiasi natura che sia destinato a essere frequentato dal proprio figlio o dalla propria figlia.

Lo abbiamo già ricordato, l’adulto postcristiano non ha più alcuno spazio mentale e meno che mai religioso per l’esperienza della povertà, della mancanza, dell’assenza di risorse economiche. Tutt’al contrario è la (mai troppo) sufficiente presenza di queste ultime che lo aiuta provvidenzialmente nella sua formidabile gigantomachia contro il perverso processo di “degiovanimento” che tocca in sorte a ogni essere umano. Le creme, le pillole, le iniezioni di botulino, le sessioni di pilates, i massaggi, gli interventi chirurgici, le saune, i bagni turchi, le terme, i fanghi, i jeans all’ultimo grido (di chi ce li vede addosso!), il cellulare dell’ultima versione, l’auto più performante costano e costano tanto. Per questo servono i soldi e la sola idea di non poterne disporre a sufficienza apre allo scenario infernale e nichilistico del doversi mostrare, oltre che esserlo anagraficamente, maturi e addirittura vecchi; in una parola, non più giovani, non più umani.

Garantire perciò, a qualunque costo, denaro a se stessi e alla sempre più risicata tribù familiare è il primo dovere nella testa dell’adulto postcristiano. È, dunque, il contante quel che conta dare in eredità.

È forse opportuno richiamare alla mente un celebre episodio relativo al grande Michelangelo. Interrogato sul come riuscisse a estrarre dai blocchi di marmo gli straordinari capolavori che ancora oggi ci lasciano stupiti, il grande artista affermò che la statua si trovasse già nel marmo e che a lui spettasse solo il compito di eliminare il di più. Certo, sarebbe riduttivo dare retta a queste parole alla lettera, ma, a pensarci bene, una volta che l’artista ha concepito sul blocco di marmo la “statua” non si tratta davvero d’altro che di eliminare quel che è di più.

Si tratta cioè di testimoniare, da parte degli adulti, che la vita è degna del proprio amore, del proprio impegno, della propria responsabilità, della propria generosità, della propria stessa vita, pur in mezzo a una condizione che è segnata dalla finitezza, dalla fragilità e dalla morte.Giovani 03 Genitore Preoccupato

 

Più precisamente, la loro capacità di amare la vita per quello che è e non come location ideale dei propri sogni o bisogni; la vita nel suo connotato più reale, nella sua irriducibilità a qualsivoglia aspettativa narcisistica.»

Per quanto controintuitivo possa apparire quello che è stato ora detto, in verità, a un livello di consapevolezza profonda, ogni genitore sa bene che non è certo riempiendo il figlio di giocattoli, di dolcetti, di complimenti, di coccole e di continue attività ricreative, che attuerà sino in fondo quella responsabilità educativa che egli pure avverte nei suoi confronti. Oggi, forse un po’ più confusamente e vagamente che nel passato, egli sa che l’educazione si muove lungo tutta un’altra direzione rispetto alla questione della paura e della preoccupazione che i figli possano un giorno restare poveri.

La situazione diventa oggi ancora più complessa nella misura in cui l’adulto postcristiano non ha più, né in generale né nello specifico della relazione educativa, lo spazio mentale per contenere la notizia del diventare vecchio, del suo tramonto e dunque della sua scomparsa, reale o simbolica che sia. Il giovanilismo cui ha venduto l’anima gli rende inaccessibile questi tratti pur elementari della sua umanità, con conseguenze di non poco conto circa il suo effettivo investimento dentro le relazioni educative che lo vedono coinvolto. Chiarisce molto bene tutto questo Francesco Stoppa, a partire dalla riscrittura che l’adulto postcristiano ha operato dell’età della vecchiaia.

«Essere vecchi non significa solo trovarsi più vicini alla morte – un dato reale davanti al quale il mondo moderno sa opporre solo un sentimento di terrore –, significa sapersi più indifesi, meno desiderabili, inutili ai fini della produttività: portatori di una sorte di vergogna sociale, quella di incarnare quanto di più letale esista per l’immagine vigente di eterna bellezza e di sconfinata felicità. Non a caso le ultime istituzioni totali sono le case di riposo per anziani, dove vengono depositati i resti, le eccezioni viventi all’ideale etico ed estetico del nostro tempo. […] Naturale, allora, che il genitore d’oggi possa, più di un tempo, essere inconsciamente contrariato dalla crescita dei propri figli, un fatto naturale che lo mette tuttavia di fronte a una contraddizione insanabile tra la sua convinzione interna di essere sempre giovane e l’evidenza reale del dato anagrafico, del suo stesso cedimento psicofisico, del divenire adulti dei suoi figli.»

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Da Tutti giovani nessun giovane, di Armando Matteo (Professore straordinario di Teologia fondamentale presso la Pontificia Università Urbaniana in Roma. È stato assistente ecclesiastico nazionale della fuci, dal 2005 al 2011. Fra le sue pubblicazioni ricordiamo: Tutti muoiono troppo giovani. Come la longevità sta cambiando la nostra vita e la nostra fede (Rubbettino, 2016); Il Dio mite. Una teologia per il nostro tempo (San Paolo, 2017); La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede (Rubbettino, 20172); La Chiesa che manca. I giovani, le donne e i laici nell'Evangelii gaudium (San Paolo, 2018).