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L'ideale perpetuo è lo stupore

L'ideale perpetuo è lo stupore

"Egrette bianche",

Quattordicesima raccolta di poesie di Derek Walcott

Quote Rosa nella ricerca scientifica? Il valore famiglia

SantAnna Sabina NutiLa Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa ha ben 3 donne nelle prime 4 posizioni di vertice, ma non basta La rettrice: «Il sistema accademico non è ancora abbastanza attento al nostro cammino professionale»

PAOLO FERRARIO

«Il merito e il talento non hanno genere, così come non hanno colore della pelle. Quando i parametri di valutazione sono oggettivi, anche le donne riescono ad emergere. Su questo fronte noi a Pisa abbiamo fatto tanto, ma molto resta da fare: il soffitto di cristallo esiste ancora».

Anche alla Scuola Superiore Sant’Anna, non soltanto la prima università italiana nel ranking internazionale di The (Times Higher Education),ma anche quella più “rosa”, con tre donne nelle prime quattro posizioni apicali, la componente femminile è ancora largamente sottorappresentata. Riequilibrare questi rapporti è un obiettivo ai primi posti dell’agenda della rettrice Sabina Nuti, da maggio seconda donna al vertice dell’ateneo (290 allievi per la formazione universitaria integrativa con l’Università di Pisa e 345 allievi di dottorato, tutti super–selezionati) dopo Maria Chiara Carrozza, che ha guidato il Sant’Anna dal 2007 al 2013.

La rettrice Nuti – una delle sole sei donne al vertice delle 82 università aderenti alla Crui – è affiancata da altreSantAnna Pisa due colleghe: la prorettrice vicaria Arianna Menciassi e la preside della Classe accademica di Scienze sociali, Anna Loretoni. Enrico Pè, invece, è preside della Classe di Scienze sperimentali. Ma le buone notizie finiscono qui. Se tra il personale amministrativo del Sant’Anna le donne sono il 62%, scendono a circa il 40% tra il personale di ricerca, al 25% tra i professori e al 17% tra i soli professori ordinari. Numeri che confermano nella rettrice Nuti questa convinzione: «Il sistema universitario non è sempre attento al cammino professionale delle donne».

Un fattore che la stessa rettrice ha subìto nel corso della carriera. Madre di quattro figli, è diventata professoressa ordinaria dopo i colleghi uomini, proprio “a causa” del tempo dedicato alla cura della famiglia. «Una scelta che rifarei a occhi chiusi – sottolinea Nuti – perché crescere i miei figli ha dato un grande impulso anche alla mia crescita professionale. Certo, ho scontato un ritardo nella progressione della carriera. Per questo, dico che il sistema deve cambiare. Perché una donna non dovrebbe mai sentirsi in colpa per avere dedicato tempo ai figli e alla famiglia». Tra i primi interventi strategici, la rettrice ha quindi pensato di «dedicare molta attenzione anche alla selezione delle Commissioni di concorso, affinché la componente di genere sia correttamente rappresentata e il rischio di gender gap sia effettivamente ridotto». Tra le misure richieste al Miur, la rettrice della Scuola Sant’Anna inserisce una «modalità diversa di misurare i tempi professionali». In sostanza, oggi la produttività scientifica di un ricercatore universitario è misurata rispetto agli anni di lavoro. «Per le donne che hanno figli e che devono interrompere l’attività sono previsti sei mesi di maternità, ma non bastano», sottolinea Nuti. Che ricorda come, in ogni caso, «chi svolge attività di ricerca non riesce mai a staccare completamente». Con il risultato che tante giovani ricercatrici-madri subiscono il «forte stress» di dover portare avanti, in parallelo, la cura del neonato e l’attività universitaria.

«Nella ricerca – ribadisce la rettrice – si è sempre coinvolti. Per questo dico che sarebbe necessarioSantAnna Ricerca Scientifica prevedere più tempo per le donne che diventano madri. Una misura che, favorendo la famiglia, farebbe bene non soltanto alle donne, ma a tutto il Paese».

Il “messaggio” arriva anche da tanti giovani ricercatori uomini. L’ultima indagine sul “Clima organizzativo (lavorativo)”, realizzata la scorsa estate tra il personale del Sant’Anna, ha visto uomini e donne dare il medesimo giudizio sulle misure prese dall’ateneo per favorire la conciliazione famiglia–lavoro. «Il “voto” non è stato molto positivo e su questo fronte dobbiamo ancora migliorare – ammette Nuti –. Però, il fatto che donne e uomini abbiano dato quasi la medesima rilevanza alla conciliazione, ci fa dire che questo è un tema che sta a cuore non soltanto alle donne, ma alle giovani famiglie in generale». Da qui la decisione della Scuola Sant’Anna di potenziare lo smart work, il lavoro da casa, una scelta che, conferma la rettrice, «ha avuto grande successo, anche sulla produttività. Perché persone più serene e soddisfatte lavorano meglio».

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LA STORIA

Per aver dedicato energie alla famiglia e ai figli, le carriere da ricercatrici di mogli e madri subiscono ancora troppe penalizzazioni I rimedi? Nuovi criteri per misurare i tempi di lavoro e smart working per tutti «Merito e talento non hanno genere, ma molto resta da fare: tra i docenti il personale femminile è in netta minoranza»

Conversazione a Londra e nel Connecticut con Milan Kundera

Philip roth[1980]


Questa intervista è la sintesi di due conversazioni che ho avuto con Milan Kundera dopo aver letto la traduzione ancora in dattiloscritto del suo Il Libro del riso e dell'oblio – una conversazione quando si trovava per la prima volta a Londra e l'altra durante il suo primo viaggio negli Stati Uniti. Aveva intrapreso entrambi i viaggi partendo dalla Francia; sin dal 1975 lui e la moglie avevano vissuto da esuli a Rennes, dove lui insegnava all'Università, e poi a Parigi. Durante i nostri colloqui, Kundera parlava di tanto in tanto in francese, ma perlopiù in ceco, la moglie Vera faceva da traduttrice sia per lui sia per me. Un testo ceco definitivo è stato tradotto da Peter Kussi.

* * * *


Roth: credi che la fine del mondo sia prossima?

Kundera: dipende da cosa intendi con la parola prossima.

Roth: domani o dopodomani.

Kundera: la sensazione che il mondo stia correndo verso la rovina è antica.

Roth: perciò non dobbiamo preoccuparci troppo.

Kundera: al contrario. Se una paura è presente da secoli nella mente dell'uomo, significherà pure qualcosa.

* * *

Kundera: in quanto concetto di storia culturale, l'Europa orientale è la Russia, con una sua storia molto specifica legata al mondo bizantino. La Boemia, la Polonia e l'Ungheria, proprio come l'Austria, non hanno mai fatto parte dell'Europa orientale. Fin dai primordi, hanno preso parte alla grande avventura della civiltà occidentale, con il gotico, il Rinascimento, la Riforma – un movimento che alla sua culla proprio in questa regione. È stato qui, nell'Europa centrale, che la cultura moderna ha avuto i suoi più grandi impulsi: la psicanalisi, lo strutturalismo, la dodecafonia, la musica di Bartók, la nuova estetica del romanzo di Kafka e Musil. L’annessione postbellica dell'Europa centrale (o almeno della maggior parte di essa) da parte della civiltà russa fatto sì che la cultura occidentale perdesse il suo vitale centro di gravità. È l'evento più significativo della storia dell'Occidente nel nostro secolo, e non dobbiamo sottovalutare la possibilità che la fine dell'Europa centrale segni l'inizio della fine dell'Europa nel suo complesso. La fine dell'Europa nel suo complesso.

Roth: durante la primavera di Praga il tuo romanzo Lo scherzo e i tuoi racconti Amori ridicoli sono stati pubblicati con tiratura di 150.000 copie. Dopo l'invasione russa sei stato allontanato dalla cattedra dell'accademia cinematografica e tutti i tuoi libri sono stati rimossi dagli scaffali delle biblioteche pubbliche. Sette anni dopo tu e tua moglie avete infilato nel bagagliaio della macchina qualche libro e qualche vestito e siete partiti per la Francia, dove sei diventato uno degli autori stranieri più letti. Come ci si sente in esilio?

Kundera: per uno scrittore l'esperienza di vivere in paesi diversi rappresenta un enorme beneficio. Il mondo si può capire solo Milan Kunderase lo si osserva da lati differenti. Il mio ultimo libro [Il libro del riso e dell'oblio], che è venuto alla luce in Francia, si svolge in uno spazio geografico peculiare: gli eventi che hanno luogo a Praga sono visti attraverso gli occhi dell'Europa occidentale, mentre quelli che avvengono in Francia sono visti attraverso gli occhi di Praga. È un incontro fra due mondi. Da una parte, il mio paese natale: nel corso di appena mezzo secolo ha vissuto la democrazia, il fascismo, la rivoluzione, il terrore stalinista e poi la disintegrazione dello stalinismo, l'occupazione tedesca e russa, la deportazione di massa e la morte dell'Occidente nella propria terra. Perciò sta fondando sotto il peso della storia guarda il mondo con immenso scetticismo. Dall'altra parte, la Francia: per secoli è stata il centro del mondo, e ora soffre della carenza di grandi eventi storici. È per questo che si blocca con atteggiamenti ideologici radicali. E l'aspettativa lirica, nevrotica, di qualche grande evento che la coinvolga, che però non si verifica, e non si verificherà mai.

Kundera: un romanzo è un lungo brano di prosa sintetica basato su un intreccio con personaggi inventati.

Roth: la principale caratteristica della tua prosa è il costante confronto tra il privato il pubblico. Ma non nel senso che le storie private si svolgano su uno sfondo politico o che gli avvenimenti politici invadano le vite private. Piuttosto tu mostri come gli eventi politici siano governati dalle stesse leggi che regolano le vicende private, così che la tua prosa finisce per essere una sorta di psicanalisi della politica.

Kundera: la metafisica dell'uomo è la medesima nella sfera privata e in quella pubblica. Prendiamo l'altro tema del libro, l'oblio. È il grande problema intimo dell'uomo: la morte come perdita del sé. Ma cos'è il sé? E’ la somma di tutto ciò che ricordiamo. Perciò quello che ci terrorizza della morte non è la perdita del futuro ma la perdita del passato. l’oblio è una forma di morte sempre presente all’interno della vita. Questo è il problema della mia eroina, nel suo disperato tentativo di preservare i ricordi che vanno scomparendo del suo amato marito morto. Ma l'oblio è anche un grande problema politico. Quando vuole privare un piccolo paese della sua coscienza nazionale, una grande potenza ricorre al metodo dell'oblio organizzato. E’ quello che sta accadendo ora in Boemia. Da dodici anni la letteratura cerca contemporanea di un qualche valore non viene pubblicata; duecento scrittori cechi, tra cui il defunto Franz Kafka, sono stati proscritti; centoquarantacinque storici cechi sono stati allontanati dei propri incarichi, la storia è stata riscritta, i monumenti demoliti. Una nazione che perde la consapevolezza del proprio passato a poco a poco perde se stessa. E così la situazione politica ha brutalmente illuminato l'ordinario problema metafisico dell'oblio con cui ci confrontiamo di continuo, ogni giorno, senza farci caso. La politica smaschera la metafisica della vita privata e la vita privata smaschera la metafisica della politica.

Roth: Nella sesta parte del tuo libro di variazioni, il personaggio principale, Tamina, raggiunge un'isola dove ci sono solo bambini alla fine la braccano fino alla morte. Si tratta di un sogno, di una favola, di un'allegoria?

Kundera: Nulla mi è più strano dell’allegoria, una storia inventata dall'autore allo scopo di illustrare una tesi. Gli eventi, siano essi realistici o immaginari, devono essere significativi per se stessi, e il lettore dovrebbe essere semplicemente seduto dalla loro forza e della loro poesia. Io sono sempre stato ossessionato da quest'immagine, che in un periodo della mia vita continuava a ricorrere nei miei sogni: una persona si ritrova in un mondo di bambini, da cui non può fuggire. E di colpo l'infanzia, che tutti noi liricizzziamo e adoriamo,

si rivela come puro orrore. Come una trappola. Questa storia non è un’allegoria. Ma il mio libro è una polifonia in cui l varie storie si spiegano l’un l’altra, si illuminano, si completano a vicenda. L'evento alla base del libro è la storia del totalitarismo, che sottrae il ricordo

alle persone trasformandole così in una nazione di bambini. Tutti i totalitarismi lo fanno. E forse lo fa l'intera nostra epoca tecnologica, col suo culto del futuro, il suo culto della giovinezza e dell'infanzia, la sua indifferenza per il passato e la sua diffidenza per il pensiero. Nell'ambito di una società sfrenatamente giovanilistica, un adulto dotato di ricordi e ironia si sente Tamina sull'isola dei bambini.

Roth: si tratta del punto più estremo che hai raggiunto nel tuo pessimismo?

Kundera: diffido delle parole pessimismo e ottimismo.

Un romanzo non afferma niente; un romanzo cerca e pone delle domande. Non so se la mia nazione scomparirà e non so quale dei miei personaggi sia nel giusto. Io invento storie, le metto a confronto l'una con l'altra e in questo modo pongo delle domande. La stupidità della gente deriva dall'avere una risposta per tutto. La saggezza del romanzo deriva dall'avere una domanda per tutto. Quando Don Chisciotte è uscito nel mondo, il mondo si è tramutato in un mistero di fronte ai suoi occhi. E’ questa l’eredità lasciata dal primo romanzo europeo a tutta la successiva storia del romanzo. Il romanziere insegna alla gente a cogliere il mondo come una domanda. IN questo atteggiamento ci sono saggezza e tolleranza. In un mondo fondato su sacrosante certezze il romanzo muore. Il mondo totalitario, sia esso fondato su Marx, sull’Islam o su qualunque altra cosa, è un mondo di risposte e non di domande, e in esso non c'è posto per il romanzo. In ogni caso a me pare che oggi in tutto il mondo la gente preferisca giudicare invece di capire, rispondere invece di domandare, così che la voce del romanzo può essere udita a stento in mezzo alla rumorosa imbecillità delle certezze umane.

Processo a Giordano Bruno

Cardinale Bellarmino Statua BerniniBellarmino – Non posso lottare più a lungo contro la tua ostinazione, fra’ Giordano; né posso impedire che essa ti perda. Ascolta, dunque: la Chiesa ha creato il mondo. Ha immaginato un ciel con astri ordinati, giudiziosi, che ruotano intorno alla nostra terra. Pensatori e scienziati, cristiani o no, hanno perfezionato quest’ordine: le sfere concentriche indicano la perfezione della gerarchia cosmica. E anche sulla terra è necessaria una gerarchia: spirituale, non materiale. Così l’Europa intera, disciplinata, obbediente, ha ruotato da secoli intorno al suo centro: Roma. Lo stesso Lutero, che ha voluto turbare questa armonia,, ne ha creata un’altra simile, e così gli altri eretici. Ora io ti chiedo: cosa succederà se gli uomini cancelleranno questi cerchi, se si griderà che il cielo non esiste, che le stelle sono altri soli al di qua dei quali ci si può inoltrare nell’infinito, e che nulla gira intorno alla terra all’infuori della luna? E che la terra è un pianeta lanciato nell’abisso più imprevedibile? E che, come ci sono altri soli, ci saranno altre terre con altre vite, altri ordini, altre gerarchie, altri dei? No, fra’ Giordano, no. L’uomo ha bisogno di sentirsi ben saldo nel suo pianeta, con un soffitto ancor più saldo sul suo capo. Per questo la Chiesa gli ha costreuito un universo familiare.

Bruno – Un universo? Un’altra grotta, come quando abitava nelle caverne. E’ contro questa visione finita e domestica dell’universo che io levo la mia voce. Lo spazio è infinito e accoglie innumerevoli astri che in esso trascorrono. Ciascuno di questi astri è tale che da solo può muoversi e ruotare, è così sufficiente e capace che da solo può essere degno d’esser stimato un mondo, è così perfetto che può contenere innumerevoli ed eccellenti individui, le cui condizioni di vita saranno conformi al loro ambiente. l’infinita natura di Dio non è compatibile con la creazione di un mondo finito. Dio non ha limitato la creazione accordando preferenze particolari alla terra, e l’uomo non può stabilire se la terra sia più o meno nobile di un altro pianeta. Forse gli abitanti di altri pianeti sono più nobili di noi. Io credo che Dio abbia creato u infinito retto da una libera volontà cosmica universale, un’unità che comprende in un tutto unico lo spazio e il tempo, una relatività universale nell’immensità dell’anima del mondo governata dalla mente.

Bellarmino – Una relatività universale? Ancora astrazioni, fra’ Giordano L’universo immaginato dalla Chiesa è assai ordinato.

Bruno – Il vostro universo, Eminenza, con le sfere e gli orbi posti gli ni negli altri, essendo contenuto il minore dal maggiore, somiglia ad una cipolla dalle tuniche concentriche. Come hanno fatto quanti furono prima di me e come faranno quanti saranno dopo di me, io ho affondato il coltello del sapere in questa cipolla. E se mene verranno altre lacrime, ebbene: le verserò volentieri.Giordano Bruno

Bellarmino – La tua verità è troppo individuale, Giordano Bruno. L’unica verità è cattolica, cioè universale. Hai peccato di eresia: la Chiesa poteva interporsi e s’interpose. (Tira fuori un foglio) Ecco l eotto proposizioni eretiche estratte dalle tue opere. Prima (Il Cardinale Bellarmino legge muovendo le labbra, ma nessun suono esce dalla sua bocca. Sul rullo appare questa scritta: Le otto proposizioni tra i documenti vaticani che ancora oggi … [data della rappresentazione], non sono stati resi noti). Noi possiamo assolverti, Giordano Bruno, purché prima, con cuore sincero e fede non finta, avanti a noi tu abiuri, maledica e detesti i suddetti errori ed eresie e qualunque altro errore ed eresia contraria alla Cattolica ed Apostolica Chiesa, nel modo e forma che da noi ti sarà dato.

Bruno – Non devo né voglio pentirmi. Non ho nulla di che pentirmi né materia di pentimento,e non so di che cosa dovrei pentirmi.

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Da: Processo di Giordano BrunoMario Moretti – Edizioni della Normale

"Veramente parlare con Dio lo cambia. Veramente, il buon Dio deve essere qualcuno di molto grande se mio padre gli si inginocchi davanti, ma anche qualcuno di molto familiare se gli si può parlare con gli abiti di lavoro…”

La testimonianza riportata dal nipote Pierre Duval al seguente indirizzo internet: http://pierre.aime.duval.free.fr/priere.htm. La versione integrale di questa testimonianza si trova nel libro autobiografico di padre Dumal, Il bambino che giocava con la luna, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1998 (orig. 1983), p. 18.

 

Preghiera della sera

(Testimonianza di Aimé Duval)

Versione Originale (Traduzione di Armando Matteo)

Le Père Aimé Duval

La prière du soir

(Témoignage d'Aimé Duval)

J'étais le cinquième d'une famille de neuf enfants. Avant moi : Lucie, Marie, Hélène, Marcel; et après René, Raymond, Suzanne et André.

Dans cette famille, on ne m'a pas appris la piété expansive et démonstrative. Il n'y avait quotidiennement que la prière du soir, récitée en commun. Mais alors, de cela, je me souviens et me souviendrai jusqu'à mes yeux fermés.

«Ero il quinto di una famiglia di nove figli. Davanti a me: Lucie, Marie, Hélène, Marcel; e dopo di me: René, Raymond, Suzanne e André. In questa famiglia, non ho appreso la pietà in un modo espansivo e straordinario. C’era solo la preghiera quotidiana della sera, recitata insieme. Ma di essa mi ricordo bene e me ne ricorderò sino a quando i miei occhi non saranno definitivamente chiusi»

* * * *

Ma sœur. - Ma sœur Hélène récitait les prières, longues pour des enfants (un quart d'heure). Elle accélérait, elle bafouillait, elle prenait des raccourcis, jusqu'au moment où mon père lui disait en patois " Répoigne... Recommence...".

J'ai donc appris, à ce moment-là, qu'il fallait causer au Bon Dieu avec lenteur et sérieux et gentillesse patiente.

* * * *

«Mia sorella. Mia sorella Hélène recitava le preghiere, lunghe per dei bambini (un quarto d’ora). Accelerava, farfugliava, e prendeva delle scorciatoie sino al momento in cui mio padre le diceva in dialetto: “Riprendi… ricomincia…”. Ho perciò appreso, in quel momento, che era necessario parlare con il buon Dio con lentezza, serietà e pazienza gentile.»

* * * *

Mon père. - Ce qui m'émeut aujourd'hui, c'est de me souvenir de l'attitude de mon père. Lui qui était toujours fatigué par ses travaux de campagne ou de transport de bois, lui qui montrait sans honte qu'il était fatigué à son retour de travail, voilà, qu'après chaque repas du soir, il se mettait à genoux, les coudes appuyés sur le siège d'une chaise, le front dans les mains, sans un regard pour ses enfants autour de lui, sans un mouvement, sans tousser, sans s'impatienter. Et moi, je pensais "Mon père qui est si fort, qui commande sa maison, ses deux gros bœufs, qui est fier devant les mauvais coups du sort et si peu timide devant le maire et les riches et les malins, voilà qu'il se fait tout petit devant le Bon Dieu. Vraiment, ça le change de causer au Bon Dieu. Vraiment, le Bon Dieu doit être quelqu'un de bien grand pour que mon père s'agenouille, et de bien familier aussi pour qu'il lui cause avec ses habits de travail... "

Genitori Duval«Mio padre. Ciò che mi emoziona oggi è il ricordo dell’atteggiamento di mio padre. Egli che era sempre stanco per i suoi lavori nei campi o per il trasporto dei buoi, egli che mostrava senza vergogna che era stanco al ritorno dal lavoro, ecco che, dopo cena, si metteva in ginocchio, i gomiti appoggiati sul sedile di una sedia, la fronte tra le mani, senza alcuno sguardo ai suoi figli attorno a lui, senza un movimento, senza tossire, senza perdere la pazienza. E io pensavo tra me e me: “Mio padre che è così forte, che comanda la casa e i suoi due grandi buoi, che è fiero davanti ai rovesci della sorte e così poco timido davanti al sindaco, ai ricchi e ai malvagi, ecco che egli si fa così piccolo davanti al buon Dio. Veramente parlare con Dio lo cambia. Veramente, il buon Dio deve essere qualcuno di molto grande se mio padre gli si inginocchi davanti, ma anche qualcuno di molto familiare se gli si può parlare con gli abiti di lavoro…”.»

* * * *

Genitori Duvall 01Ma mère. -- Quant à ma mère, je ne l'ai jamais vue à genoux. Trop fatiguée, elle s'asseyait au milieu de la chambre, le dernier-né dans les bras, la robe noire jusqu'aux talons, ses beaux cheveux châtains déroulés sur son cou et tous les gosses autour d'elle, appuyés contre elle. Elle suivait, des lèvres, les prières d'un bout à l'autre, elle ne voulait pas en perdre une miette, elle les disait pour son compte.

«Mia madre. Quanto a mia madre, non l’ho mai vista in ginocchio. Troppo stanca, si sedeva al centro della stanza, con l’ultimo nato tra le braccia, la veste nera sino ai talloni, i suoi bei capelli castani sciolti sul suo collo e tutti i bambini intorno a lei, appoggiati a lei. Seguiva con le labbra le preghiere da un capo all’altro, non voleva perderne una briciola, le diceva per suo conto. »

* * * *

Le plus curieux, c'est qu'elle ne s'arrêtait pas de nous regarder, chacun sous son regard. Un regard plus long pour les petits. Elle nous regardait, mais elle ne disait jamais rien. Même pas quand les petits remuaient et chuchotaient, même pas quand le tonnerre claquait sur la maison, même pas quand le chat renversait une casserole.

Et moi, je pensais: "Vraiment, le Bon Dieu est bien gentil pour qu'on puisse lui causer avec un enfant dans les bras, avec son tablier de travail. Vraiment, le Bon Dieu est quelqu'un d'important pour que le chat ou le tonnerre n'ait plus d'importance. "

Les mains de mon père, les lèvres de ma mère, elles m'ont appris sur le Bon Dieu bien plus que mon catéchisme. Il est Quelqu'un, Il est Quelqu'un de proche. On ne lui cause bien que lorsqu'on a travaillé.

«La cosa più curiosa è che lei non smetteva di fissarci, ognuno di noi era sotto il suo sguardo. Uno sguardo più lungo per i più piccoli. Ci fissava, ma non diceva niente, anche quando i più piccoli si dimenavano e bisbigliavano, anche quando il tuono si abbatteva sulla casa, anche quando il gatto faceva cadere una pentola. E io pensavo tra me e me: “Veramente, il buon Dio è molto gentile se si può parlare con lui avendo un bambino tra le braccia e con addosso il grembiule di lavoro. Veramente, il buon Dio è qualcuno di importante se il gatto o il tuono non ne hanno affatto d’importanza”. Le mani di mio padre, le labbra di mia madre, sono queste cose che mi hanno insegnato sul buon Dio più che il catechismo. Egli è Qualcuno, è Qualcuno di vicino. Con lui si può parlare anche quando hai lavorato.»

* * * *

Il Cristianesimo, un incontro con una Persona.

Benedetto XVI La rivelazione di Gesù non si pone come dottrina filosofica né come esperienza mistica, ma come la storia del Figlio dell’uomo che abita un frammento di tempo e di spazio per rendere tutto lo spazio e tutto il tempo storia di salvezza. «Il Verbo si è fatto carne» è la sintesi che il Vangelo di Giovanni propone per indicare dove cercare la verità di Dio.

La vita eterna è quindi quella vita che ha principio nella storia di Gesù, cioè nel suo essere “fatto carne”, corpo, tempo, agire, parlare, soffrire: uomo, insomma. In questa rivelazione, in questa promessa si rivela una caratteristica distanza rispetto al pensiero greco, in particolare dalla tradizione platonica, che insegnava l’immortalità dell’anima come prospettiva di salvezza e considerava il corpo una condizione di precarietà da cui evadere. La convinzione che la persona umana sia composta di anima e corpo, ma che la verità dell’uomo sia la sua anima, sopravvive in molte espressioni della storia del pensiero occidentale. Anche il cristianesimo ne è stato segnato anche se ha sempre conservato come indiscutibile la dottrina della “risurrezione della carne”.

L’insegnamento cristiano riconosce nella risurrezione il compimento della salvezza, cioè tutta la persona è salvata. Tutta la persona significa tutte le componenti con cui si può descrivere l’essere umano, secondo l’antropologia che si ritiene di assumere: anima e corpo, oppure anima, corpo e spirito, eccetera. Si comprende pertanto l’insistenza dei racconti evangelici nel raccontare la dimensione corporea delle apparizioni di Gesù risorto.

Come il pane e il vino «ricevendo la parola di Dio divengono Eucaristia, cioè il corpo e il sangue di Cristo, così anche i nostri corpi, che si sono nutriti di essa, sono stati collocati nella terra e vi si sono dissolti, risorgeranno al loro tempo, perché il Verbo di Dio donerà loro la risurrezione, per la gloria di Dio Padre» (Ireneo, Conto le Eresie, V,2,2). Perciò si può chiamare l’Eucaristia «medicina di immortalità», secondo la suggestiva espressione di Ignazio di Antiochia (Ef 20).

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Mario Delpini è Arcivescovo metropolita di Milano dal 7 luglio 2017 - Il Sole24Ore domenica 18 marzo 2018

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Così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Nel suo Vangelo Giovanni aveva espresso quest'avvenimento con le seguenti parole: « Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui ... abbia la vita eterna » (3, 16)

LETTERA ENCICLICA DEUS CARITAS EST DEL SOMMO PONTEFICE BENEDETTO XVI AI VESCOVI AI PRESBITERI E AI DIACONI ALLE PERSONE CONSACRATE E A TUTTI I FEDELI LAICI SULL'AMORE CRISTIANO

Introduzione § 1

Insegna a tuo figlio a tacere. A parlare imparerà da solo. Benjamin Franklin – Almanacco di Riccardo Brav’uomo

Per tutti è l'inventore del parafulmine, ma in realtà Benjamin Franklin fu soprattutto un uomo politico (collaborò nel 1776 alla stesura della dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti) e uno scrittore.

E’ necessario ritornare più volte sl tema della parola, sulla sua potenza, ma anche sulla sua degenerazione: «In principio c’era la Parola. Ma la Parola fu tradita» scriveva il poeta americano Ezra Pound (1885 – 19752) alludendo al celebre avvio del Vangelo di Giovanni.

Il filosofo olandese Baruch Spinoza nella sua Etica (1661 – 65) ci ammoniva: «L’esistenza umana sarebbe molto più felice se negli uomini la capacità di tacere fosse pari quella di parlare».

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Da Breviario dei nostri giorni di Gianfranco Ravasi, pag. 31BenjaminFranklin960

Amicizia e(') musica

In Brahms viveva una mistura di autolesionismo, perfezionismo, scrupolo creativo e ferrea volontà che, nell'ambito di un processo artistico basato in sostanza sul ‘rifacimento’ di se stesso, lo spingeva ossessivamente a ripensare invenzioni già a lungo meditate, a procrastinarne la pubblicazione e, infine, a colpire quanto reputava indegno di sopravvivenza.

Una cosa sembra certa: Brahms si accanì sopratutto nei confronti del repertorio cameristico, ovvero quello che riteneva più Brahms Dvorakrappresentativo della sua figura d'autore, in quanto, oggi come allora, chiave più nascosta per accedere ai lati più nascosti della sua personalità, del suo mondo poetico della sua sfera sentimentale più privata: intrisa del senso della rinuncia e della rassegnazione. Quello della musica da camera era il territorio in cui si manifestava in maniera più intensa il lato crepuscolare e tardoromantico della sua anima , era l banco di prova prediletto per affrontare e risolvere irte questioni compositive. E lui non ebbe pietà.

Da parte sua, Dvorak, riconoscente, iniziò immediatamente a “brhamsissare”ulteriormente alcuni aspetti della sua arte che aveva per natura in comune con Johannes, guardando con maggiore attenzione agi esempi dei classici, e rendendoli personali attraverso uno spiccato interesse per i ritmi e le,melodie della musica ceca.

In Dvorak Brahms aveva individuato una parte di sé, un qualcuno che dopo la sua morte avrebbe potuto continuare, seppur in maniera personale la sua poetica romantica de fedele alla tradizione classica.

Brhams Dvorak 02Antonin scrisse all’amico compositore Josef Bohuslav Foerster un paio di anni dopo la composizione del quartetto “Americano”: «Nel 1893, scrivendo questo quartetto (…) volevo comporre qualcosa di assolutamente semplice e melodico. Avevo costantemente davanti agli occhi papà Haydin; questo è il motivo per cui m’è riuscito di uno spirito così organico». Dvorak rientrò in patria nel 1895. Sul finire del 1896, già molto malato per un tumore al fegato, Brahms si entusiasmò davanti al Concerto per Violoncello dell'amico ed esclamò: «Se avessi saputo che era possibile scrivere un concerto del genere avrei provato anch’io!»

[Cfr. Amadeus, Un unico DNA, L’amicizia tra il compositore tedesco e quello boemo due omini e due artisti uniti dal rispetto per la grande tradizione musicale “classica”, pagg. 18 – 20]

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- 8 maggio 2014

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