Gl'infiniti pensier mie d'error pieni

Gl'infiniti pensier mie d'error pieni

Gl'infiniti pensier mie d'error pieni, negli ultim'anni della vita mia, ristringer si dovrien 'n un sol che sia guida agli etterni suo giorni sereni.

Rime (Michelangelo)/286


 

 

 

Daverio - Da Pitagora, attraverso Fibonacci e Galileo sino all'informatica. Dal Supremo ai numeri e dai numeri al Supremo nel dialogo tra i saperi ed attraverso infinite piste di ricerca

http://mediaeventi.unipi.it/video/La-storia-pesante-del-numero-leggero-da-Fibonacci-a-San-Tommaso/cd579005b98b615ca8985597926ef496

La conferenza tenuta presso l'Università di Pisa da Philippe Daverio su Leonardo Fibonacci

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IL RICORDO /1. L’ORIGINALE APPROCCIO DI DAVERIO ALLA STORIA E LA GIOIOSA CAPACITÀ DI RACCONTARLA HANNO FORNITO SPESSO INTERPRETAZIONI INATTESE E INEDITE, UTILI ANCHE AGLI STORICI DI PROFESSIONE

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Quel Napoleone di Philippe

Luigi Mascilli Migliorini

DaverioLa mia privatissima risposta, o forse dovrei dire meglio, il mio privatissimo rifugio alla crisi della storia, si chiamava Philippe Daverio. Nei dubbi che attanagliano oggi tanti interpreti di questo sapere, nella puntuale constatazione del poco credito che la storia sembra avere nelle nuove (e spesso anche nelle vecchie) generazioni, nella frustrazione che nasce dai poco riusciti tentativi di rinvigorire una nobile e stanca disciplina, l’incontro con Philippe Daverio rassicurava in pochi minuti sull’esistenza e la ragione di esistere di ciò che chiamiamo storia.

Non che lui fosse uno storico di professione, e tanto meno uno storico dell’arte nel senso comune di questa espressione. Egli, cioè, non apparteneva a quella dimensione propriamente storicista che conduceva, e talvolta conduce ancora, a intendere nell’opera d’arte una semplice chiave di lettura della società o del potere. Al contrario, la sua era una continua, consapevole affermazione della forma e dei suoi diritti. L’autonomia del linguaggio formale non si trasformava, però, nella rivendicazione di una autonomia concettuale della dimensione formale. I vigorosi anticorpi storici che vivevano originalmente in lui gli consentivano, mi verrebbe di dire, un fascinoso gioco di prestigio a doppio senso in cui, da un lato, la forma disciplinava la storia e, dall’altro, la storia disciplinava la forma. La chiave di volta di questo serissimo illusionismo stava, probabilmente, per un verso nella sua colta attenzione per la materialità, materialità fisica anche e soprattutto, del manufatto formale, e per altro verso nella sua spiccata vocazione al dettaglio. Nella storia, dunque, egli entrava per la porta principale (talvolta sfondava la porta) dell’homo faber, dell’esercizio umano che si applica ogni volta alla invenzione, o se si preferisce, alla costruzione della forma e che nel particolare di un insieme talvolta anche imponente - un edificio, una statua, un mobile - mostra i caratteri più evidenti del processo, intellettuale e manuale insieme senza distinzione e senza gerarchia, da cui scaturisce l'oggetto artistico.

Era, dunque, una gioia per uno storico rispecchiarsi in un linguaggio come quello di Philippe Daverio: simile al suo per il piacere di raccontare - senza categorie preconfezionate, senza teleologismi - un frammento della storia degli individui e delle società, del loro incessante lavorìo per risolvere problemi e inventarne di nuovi. Ritrovare il gusto di un particolare che si faceva, ambiziosamente, universale, e di un universale che si piegava, umilmente, a manifestarsi nel particolare. Allo storico questa gioia regalava la scoperta dello sguardo. Vedere una forma non voleva dire impadronirsi banalmente di una fonte, più appariscente e brillante rispetto a una carta d’archivio, per sorreggere il proprio ragionamento. Voleva dire imparare a costruire il proprio ragionamento a partire da ciò che i manufatti materiali, le opere d’arte se si vuole, guardandole come sapeva guardarle Philippe, raccontano di sé e, quindi, del proprio tempo.

Spesso il discorso tra noi cadeva, fatalmente, su Napoleone. A lui, quindi, devo la progressiva comprensione del carattere borghese di quell’uomo leggendario e del mondo che si costruiva, nascostamente, tra le pieghe di roboanti richiami all’eroismo degli antichi. Philippe mi aveva accompagnato per questa strada mostrandomi le trattenute dimensioni delle dimore che i napoleonidi, anche quando diventavano sovrani, sceglievano per le loro vite private. Marlia, ad esempio, per la sorella Elisa, Portici per il cognato Murat, che lì, insieme alla moglie Carolina, aveva dato vita alla prima moda dei bagni di mare. Le stanze, in quei luoghi, mai troppo grandi, ricordo di quelle quasi anguste, ad Ajaccio, in cui avevano vissuto da bambini. Mi aveva aiutato a capire senza pregiudizi i forti legami che univano i membri della famiglia (L’onore dei Bonaparte aveva voluto intitolare una nostra conversazione diventata una delle memorabili puntate del su Passepartout), legami dietro i quali si celavano storie di periferie isolane, ma anche futuri trionfi di familiarità borghesi. Nel Napoleone di Brera mi aveva invitato non a guardare solo il modello canoviano di una eroicità classica, ma la nudità che aveva infastidito un uomo che così anticipava le pruderie dei decenni a venire. Napoleone profeta del Biedermeier, insomma, piuttosto che erede di Cesare e di Alessandro.

Nei giorni del Covid l’ultima lezione di storia. Il buon umore - mi spiegava Philippe - è l’esito puntuale di ogni grande disastro. La Peste nera ha permesso di abbandonare in Europa le estreme tetraggini del gotico e aprire la strada alla grazia del Rinascimento. Dalla peste del Seicento il buon umore degli scampati regala la civetteria del Rococò. L’età del jazz scioglie, tra fiumi di whisky e giovani donne dai capelli e dalle gonne troppo corte, il gelo di un primo conflitto mondiale. Dal secondo è il buon umore di grandi ricostruzioni che viene in aiuto e ci risolleva. Parlava ed era facile, invitante, prendere mentalmente nota delle infinite piste di ricerca e giudizio storico che si aprivano davanti. Del torto nascosto nelle sue parole, di un’assenza che non permetterà più quel buon umore, allora entrambi non sapevamo.

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Da Il Sole24Ore - Domenica - 13 settembre 2020

Philippe Daverio. Nato in Alsazia nel 1949 e scomparso a Milano, il 2 settembre 2020, ha vissuto un’esistenza densa e polimorfa: storico dell’arte, politico, personaggio televisivoGETTYIMAGES

È piacevolissima e sentimentalissima la stessa luce veduta nelle città, dov’ella è frastagliata dalle ombre

220px Italo CalvinoMa forse l'inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo. La peste colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine. il mio disagio è per la perdita di forma che constato nella vita, e a cui cerco d'opporre l'unica difesa che riesco a concepire: un'idea della letteratura

(...) (...) (...)

Le ragioni di Leopardi sono perfettamente esemplificate dai suoi versi, che danno loro l'autorità di ciò che è provocato dai fatti. Continuo a sfogliare lo Zibaldone cercando altri esempi di questa sua passione ed ecco trovo un nota più lunga del solito, un elenco di situazioni propizie allo stato d'animo dell'«indefinito»:

La luce del sole o della luna, veduta in luogo dov’essi non si vedano e non si scopra la sorgente della luce; un luogo solamente in parte illuminato da essa luce; il riflesso di detta luce e i vari effetti materiali che ne derivano; il penetrare di detta luce in luoghi dov’ella divenga incerta e impedita e non bene si distingua, come attraverso un canneto, in una selva, per li balconi socchiusi ec. ec.; la detta luce veduta in luogo, oggetto ec. dov’ella non entri e non percota dirittamente, ma vi sia ribattuta e diffusa da qualche altro luogo od oggetto ec. dov’ella venga a battere; in un andito veduto al di dentro o al di fuori e in una loggia parimente ec.; quei luoghi dove la luce si confonde ec. ec. colle ombre, come sotto un portico, in una loggia elevata e pensile, fra le rupi e i burroni, in una valle, sui colli veduti dalla parte dell’ombra, in modo che ne sieno indorate le cime; il riflesso che produce, per esempio, un vetro colorato su quegli oggetti su cui si riflettono i raggi che passano per detto vetro; tutti quegli oggetti insomma che per diverse (1745) materiali e menome circostanze giungono alla nostra vista, udito ec. in modo incerto, mal distinto, imperfetto, incompleto, o fuor dell’ordinario ec.

Ecco dunque cosa richiede da noi Leopardi per farci gustare la bellezza dell'indeterminato e del vago! E' un'attenzione estremamente precisa e meticolosa che egli esige nella composizione d'ogni immagine, nella definizione minuziosa dei dettagli, nella scelta degli oggetti, dell'illuminazione, dell'atmosfera, per raggiungere la vaghezza desiderata. Dunque Leopardi, che avevo scelto come contraddittore ideale della mia apologia dell'esattezza, si rivela un decisivo testimone a favore.

giacomo leopardi dipinto da lolli origÈ piacevolissima e sentimentalissima la stessa luce veduta nelle città, dov’ella è frastagliata dalle ombre, dove lo scuro contrasta in molti luoghi col chiaro, dove la luce in molte parti degrada a poco a poco, come sui tetti, dove alcuni luoghi riposti nascondono la vista dell’astro luminoso ec. ec. A questo piacere contribuisce la varietà, l’incertezza, il non veder tutto e il potersi perciò spaziare coll’immaginazione, riguardo a ciò che non si vede. Similmente dico dei simili effetti, che producono gli alberi, i filari, i colli, i pergolati, i casolari, (1746) i pagliai, le ineguaglianze del suolo ec. nelle campagne. Per lo contrario una vasta e tutta uguale pianura, dove la luce si spazi e diffonda senza diversità, né ostacolo; dove l’occhio si perda ec. è pure piacevolissima, per l’idea indefinita in estensione, che deriva da tal veduta. Cosí un cielo senza nuvolo. Nel qual proposito osservo che il piacere della varietà e dell’incertezza prevale a quello dell’apparente infinità e dell’immensa uniformità. E quindi un cielo variamente sparso di nuvoletti è forse piú piacevole di un cielo affatto puro; e la vista del cielo è forse meno piacevole di quella della terra e delle campagne ec., perché meno varia (ed anche meno simile a noi, meno propria di noi, meno appartenente alle cose nostre ec.). Infatti ponetevi supino in modo che voi non vediate se non il cielo, separato dalla terra, voi proverete una sensazione molto meno piacevole che considerando una campagna o considerando il cielo nella sua corrispondenza e relazione colla terra ed unitamente ad essa in un medesimo punto di vista. È piacevolissima ancora, per le sopraddette (1747) cagioni, la vista di una moltitudine innumerabile, come delle stelle o di persone ec., un moto moltiplice, incerto, confuso, irregolare, disordinato, un ondeggiamento vago ec., che l’animo non possa determinare né concepire definitamente e distintamente ec., come quello di una folla o di un gran numero di formiche o del mare agitato ec. Similmente una moltitudine di suoni irregolarmente mescolati e non distinguibili l’uno dall’altro ec. ec. ec. (20 settembre 1821).

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Da Lezioni Americane, Esattezza, di Italo Calvino

Malaguti, la dolcezza paziente della carità

Malaguti FilosofoA tre mesi dalla scomparsa del filosofo cattolico che ha formato generazioni di studenti all’Università di Bologna, un ritratto inedito ne mette in luce la sapienza interiore. Con Rosmini diceva: «Non è lecito illudersi di portare ad altri la salvezza (il che comporta l’evidente rischio della violenza ideologica o psicologica): la correzione fraterna è data dall’esempio»

EMANUELA

GHINI

Di Maurizio Malaguti (1942-2018), docente di Ermeneutica filosofica all’Università di Bologna, presidente del Centro Studi Bonaventuriani di Bagnoregio, membro della Académie des Sciences, Arts e Belles Lettres di Dijon – il richiamo è solo ad alcune delle sue impegnative attività culturali – si parlerà nelle sedi adatte. Ma a tre mesi esatti dalla morte è importante, per la missione educativa che egli ha svolto tutta la vita con invitta dedizione, richiamare alcune linee dell’uomo e del pensatore che hanno animato il suo percorso esistenziale e aperto orizzonti di sapienza e di bellezza ai suoi discepoli.

Laureatosi in filosofia teoretica con Teodororico Moretti-Costanzi (1967) Maurizio Malaguti ne è stato assistente volontario fino al 1973; poi assistente ordinario di Filosofia della religione (1973 -1985), in seguito professore associato prima (1985 2003), straordinario poi (2003- 2006) di Ermeneutica filosofica.

Fin da giovane questo discepolo di Moretti – Costanzi rivelava una maturità singolare, una luminosa fede in Cristo, il coraggio garbato ma fermo di esprimere convinzioni non sempre condivise dal maestro, come il valore del matrimonio e del perdono. Studioso dei padri della Chiesa e dei dottori medievali, in particolare di Agostino, lo pseudo Dionigi Areopagita, Bonaventura, ne attinse i criteri di una ricerca che in ambito filosofico si estese da Schopenhauer a Rosmini, da Nietzsche ad Heidegger, da Hegel a Blondel... Verità e libertà sono temi che segnano tutta la sua opera, dedicata alla metafisica classica e cristiana, rivisitata con la sensibilità di oggi. La sua ricerca filosofica ha ottenuto riconoscimenti anche da molte insigni università europee.

Cifra emblematica del pensiero di Malaguti può essere lo studio Il nuovo e l’antico: in veritatem. Primo maestro dell’uomo è lo Spirito (Gv 3.8). Nella sua imprendibilità senza limiti di spazio e di tempo forma la persona nella sua singolarità unica. Nasce da una sapienza originaria, unisce ogni frammento di vita, diviene sillaba e parola di discorsi aperti a una sapienza incompiuta, un futuro irraggiungibile. Un cammino di poveri incapaci di percepire l’immenso che li contiene, ma portati da esso. «Filosofia è accogliere in libertà lo Spirito che dona rifrazioni di luce, vivifica e trasfigura ». È pensare.

«Lo Spirito porta in noi le tracce di mondi lontani». Malaguti attinge dai suoi maestri il criterio di una ricerca che impegna tutto l’uomo ma è dono da accogliere, non fine da perseguire.

Per Bonaventura la percezione di Dio è intuizione che comprende conoscenza intellettuale e sensibile. È un incontro totalizzante. Per Rosmini la radice dell’ intelligenza è il cuore. Il cuore – che in senso biblico comprende intelligenza e sensibilità – si oppone agli idoli del volgo, che enfatizzano le possibilità umane – potremmo vedervi il pelagianesino –, e agli idoli dei filosofi, che separano il pensiero dalla vita: potremmo vedervi lo gnosticismo. Rosmini educa a “ricordare”, cioè riportare al cuore ciò che è essenziale. Heidegger sembra suggerire vie nuove che superino lo stesso pensiero. Il predominio della conoscenza scientifica giustificherebbe l’oblio di una realtà che preceda il pensiero. Ma l’oblio non annulla la realtà. Sulla stessa linea, Moretti – Costanzi afferma la differenza tra conoscere e intelligere, vedere dentro, intuizione che va oltre le apparenze. È la distinzione tra scienza e sapienza, già affermata da Agostino e dalla scuola francescana e sottesa all’esperienza di tutti i mistici. Diremmo: di chiunque pensi in profondità, prima di tutto gli artisti, e tutti i cercatori di bellezza.

Per Malaguti pensare è accedere al profondo di sé, al fondamento – non psicologico – che costituisce la persona. È accoglienza dello Spirito. «Lo Spirito ci visita nel suo impeto e nella sua dolcezza, nel suo silenzio e nello splendore della sua unica gloria». La vera conoscenza non attiene alla ricchezza di quanto si può sapere, ma alla «direzione del nostro sapere». Diremmo: alla sua qualità.

Malaguti ha parole realisticamente vere e severe nei confronti di un sapere relativo al potere, commercializzabile e vuoto, anzi perverso: il sapere è come la ricchezza, può essere conquistato, o donato, o anche rapinato. C’è un sapere che dà potere e procura denaro, che viene “venduto” perché c’è chi ha interesse a “comprarlo”. Ma l’Essere – Verità non è il sovrastante potere che tutto può imporre nei confronti di chi sa nulla. È dono perfetto». Aprirsi a esso è gesto libero. La misura dell’accoglienza del dono non è importante, lo è la consapevolezza della nostra povertà esistenziale. Il dono è tanto più accolto quanto maggiore è l’esperienza della propria povertà. Malaguti la definisce, francescanamente, minorità. Contro l’umiltà di cui è modello Giovanni Battista, agisce chiunque, anche in ambito ecclesiale, «ruba conoscenza».

La dolcezza di Maurizio Malaguti diviene critica forte e amara in chi agisce contro lo Spirito e presume di impossessarsene: «Si possono rubare le conoscenze non meno degli ori e si possono rapire anche le formule della scienza metafisica e teologica. Ma certamente non si può rapire lo Spirito. Nessuno può afferrare lo Spirito... contrastarne il corso né condurlo dove vuole». Il pensiero di Malaguti ha alla base la positività incandescente dello Spirito. Nulla si perde nella vita, anche ciò che sembra caduco è recuperabile. I frammenti incompiuti dell’esistenza non vanno dispersi, sono segni di un compimento futuro.

La filosofia educa a vivere pensando, ad andare oltre la ripetitività di gesti quotidiani per coglierne il senso profondo. È rimando a quella che Simone Weil chiama l’attenzione. Essa è fragile, dipende da noi, che siamo poveri. Ma la percezione della povertà è ricchezza: «Siamo poveri di tutto, ma sappiamo di essere poveri e per questo possiamo volgerci, al di là delle nostre forze, al “non ancora sperato”». La coscienza della povertà diveniva in Malaguti altruismo. Egli ha vissuto quanto ha pensato e donato nel suo lungo e appassionato magistero. Ha coniugato la passione della ricerca con una umanità generosissima, ha trasmesso a generazioni di studenti l’amore alla ricerca e insieme l’accoglienza profonda di ogni sofferenza, problema, domanda esistenziale. In un totale rispetto dell’altro. È stato un vero maestro. Umile, soccorrevole. Ha voluto essere educatore anche di studenti detenuti nel carcere di Bologna. Con penetrante finezza i colleghi dell’Università di Bologna ne ricordano le rare doti di studioso e il contributo inestimabile alla ricerca ma anche il tratto affabile e gentile. Di una affabilità, diremmo, discreta e fortissima.

Maurizio Malaguti ha sintetizzato inconsapevolmente il suo cammino umano con parole dell’amato Rosmini: «La carità è paziente, sa attendere, vuole operare fino a condurre a una gioiosa fraternità. A tale scopo, Rosmini avverte che non è lecito illudersi di portare ad altri la salvezza (il che comporta l’evidente rischio della violenza ideologica o psicologica): la correzione fraterna è data dall’esempio. Chi vuole migliorare se stesso aiuta gli altri a fare altrettanto. Nel grande mare in tempesta si muovono correnti che portano il vitale ossigeno del cielo fino alle fosse più profonde e oscure. La cittadinanza celeste si rifrange così nelle città... e ci ricorda che non ci sono “patrie” quaggiù, ma “vie”».

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Da Avvenire del 02 marzo 2019

 

Alla scuola di sant’Ignazio per diventare autentici leader

FILIPPO RIZZI

Gesuiti ArturoSosaAbascalQuando la leadership per essere vera e per mostrarsi autorevole in difficili terreni e spesso non comunicanti tra loro come la spiritualità, il business, l’etica o addirittura il management si affida per essere efficace all’antico metodo del discernimento degli spiriti di sant’Ignazio di Loyola.

È in questo contesto – attualissimo, sia nel mondo religioso che in quello del business – che si inserisce il nuovo corso in leadership discernente organizzato dalla Curia generalizia della Compagnia di Gesù a Roma, in collaborazione con alcune tra le migliori business school al mondo collegate proprio alle realtà accademiche dei gesuiti: la McDonough School of Business dell’Università di Georgetown ( Washington), Le Moyne College, e Esade Business & Law School.

Scopo principale del percorso accademico che si chiuderà proprio in questi ultimi giorni di ottobre è quello di formare figure di alto livello all’interno della Chiesa e del mondo degli affari. «In un mondo in cui i valori sono compromessi e la realpolitik sembra sempre avere la meglio, – ha spiegato presentando la nuova iniziativa il preposito generale della Compagnia di Gesù, il venezuelano Arturo Sosa Abascal – dobbiamo sostenere coloro che difendono la verità, la giustizia a la libertà, i leader che credono nelle persone e in Dio». E ha puntualizzato l’attuale superiore dei gesuiti: «Il corso nasce con lo scopo di collaborare con i leader versoGesuiti Leader questi obiettivi, per far sì che questi possano guidare le loro organizzazioni e costruire un mondo diverso, dove i poveri siano aiutati a rialzarsi invece che schiacciati ed emarginati. Non è troppo tardi: possiamo ancora fare la differenza». Non è un caso che questo ambizioso progetto sia rivolto a dirigenti ecclesiastici, funzionari dei Dicasteri vaticani, superiori generali delle varie Congregazioni e Ordini religiosi, sia uomini che donne, ai gesuiti e ai partner laici che occupano posizioni di leadership. Con l’evolversi del programma, vi è la volontà di estendere questo metodo anche ai dirigenti d’azienda in tutto il mondo. «Con l’aumentare delle complessità a livello globale, abbiamo bisogno di leader che in tutte le organizzazioni siano pronti ad applicare i migliori strumenti, tecniche e logiche per risolvere i problemi più urgenti che la società ci pone, che siano capaci di gestire con successo il cambiamento e aggregare le persone per il bene comune», ha affermato Paul Almeida, preside della McDonough School of Business dell’Università di Georgetown. I partecipanti hanno trascorso due settimane a Roma nella sede della Curia gesuitica acquisendo le conoscenze di management e leadership più avanzate così come gli insegnamenti ignaziani. «La Chiesa ha così tanto da offrire, così tanta saggezza che può essere ampiamente applicata se combinata con le moderne competenze imprenditoriali» è stata la riflessione di padre John Darnis, consigliere generale per il discernimento e la pianificazione apostolica della Curia dei gesuiti.

Gesuiti Ignazio LoyolaUn metodo quello del discernimento ignaziano che come ha scritto recentemente il gesuita e scrittore de La Civiltà Cattolica Francesco Occhetta è «capace di distinguere le voci del cuore che ci abitano per poter fare scelte libere, responsabili e consapevoli». E a questa pedagogia ignaziana appresa proprio tra i banchi di scuola dei padri gesuiti hanno sempre fatto spesso riferimento, in fondo, due ex allievi divenuti autentici leader in campo economico e non solo come Carlo Azeglio Ciampi e Mario Draghi.

ETICA & FINANZA

A Roma un corso promosso dalla Compagnia di Gesù è sorto per formare grazie al metodo del discernimento figure di alto livello all’interno della Chiesa e del mondo degli affari. Tra le priorità: l’attenzione al bene comune

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Da Avvenire del 28 ottobre 2019

«Noi siamo della stessa stoffa di cui sono fatti i sogni»

Lʼarcipelago delle voci

Stessa stoffa dei sogni

Roberto Mussapi

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Tempesta Shakespeare Miranda The Tempest JWW: è una frase svelante, la pronuncia il mago Prospero in un momento culminante della Tempesta di Shakespeare. La ripeto, spesso, ma non a caso. È un cardine del pensiero poetico e della visione magica del mondo.

Prospero, duca di Milano esiliato su un’isola caraibica, magica, popolata di voci, paragona la nostra natura umana a quella dei sogni: impalpabili, per definizione, incerti.

Appaiono e si dileguano, tale è la sostanza dell’uomo.

Prospero sta indicando anche la realtà della scena, del teatro, che d’incanto fa apparire storie, eventi, tragedie, tutte destinate a svanire nel nulla quando cala il sipario. La tempesta è una commedia romanzesca, in cui assistiamo a una divisione del mondo tra due gruppi di uomini, che culmina con una violenta bufera, evento drammatico, dal quale però ha inizio un miracoloso processo di riconciliazione.

La fiaba del mago Prospero e della figlia Miranda sull’isola caraibica, dei nemici sulla nave colpita dall’uragano, è una storia di perdita e riconciliazione. Shakespeare non va equivocato, è un mago, e un artefice di teatro, come Prospero: non sta affermando che la nostra vita è inesistente, ma al contrario che non è esclusivamente fisica, corporea. Ha la stessa verità, indubitabile, del sogno.

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Da “Avvenire” del 17/01/2019 - Pagina A01

Nell’Immagine: John William Waterhouse (1849–1917), Miranda—The Tempest. 1916.

Pietas

Il Filottète (in greco ΦιλοκτήτηςPhiloktètes), è una tragedia di Sofocle, composta nel 409 A.C. che prende il nome dal su oprotagionista.Filottete morente olio Vincenzo Baldacci

Filottete (gr. Φιλοκτήτης, lat. Philoctetes e Philocteta) è un eroe greco che, per avergli eretto e acceso la pira sul monte Eta, aveva ottenuto in premio da Eracle, un arco con le frecce avvelenate. Durante la guerra di Troia, a causa di una ferita infetta e puzzolente provocatagli da una vipera, Filottete viene abbandonato sull’isola di Lemno per dieci anni ad opera dei suoi compagni in viaggio per la guerra contro Troia.

La guerra era scoppiata dopo che, a Sparta, Paride era riuscito, con l’aiuto di Afrodite, a sedurre e rapire Elena. Paride prese parte alla guerra come arciere (nell’Iliade duella con Menelao) e, con una freccia diretta da Apollo, uccide Achille colpendolo nell’unico punto vulnerabile, prima di essere ucciso da una freccia di Filottete.

In seguito al vaticinio di Eleno [Eleno (gr. Ελενος) eroe della mitologia greca, figlio di Priamo ed Ecuba, indovino e guerriero] che, catturato da Ulisse, aveva rivelato ai Greci che per ottenere la vittoria dovevano far tornare Filottete con l’arco di Eracle, i Greci gli mandano Diomede e Neottolemo a riprenderlo: l’oracolo aveva svelato ai Greci che senza l'arco di Filottete Troia non sarebbe mai caduta e la battaglia, per vincere la quale Filottete era stato abbandonato, causa la sua incolpevole condizione, deprimente per l’esercito, non sarebbe stata mai vinta.

Diomede e Neottolemo (Quest’ultimo figlio di Achille) vengono incaricati di recarsi sull’isola di Lemno al fine di recuperare ad ogni costo l'arco di Filottete. Sofocle propone Odisseo come un personaggio crudelmente orientato ad ingannare Filottete per recuperare l’arco ed incarica il giovane Neottolemo di fingersi con Filottete in contrasto con i capi greci per farsi consegnare l'arco. Neottolemo recupera l’arco e lo consegna ad Odisseo salvo tuttavia alla fine pentirsi, motivo per cui riconsegna l’arco a Filottete.

Claude Gellée detto Lorrain (il Lorenese), nato nel 1600 a Champagne (in Lorena) apprende e pratica la pittura soprattutto in Italia, a Roma, ove vive la maggior parte della sua vita artistica e dove è anche sepolto, nella Chiesa di san luigi dei Francesi, sede di una delle più importanti opere di Caravaggio (il ciclo pittorico di San Matteo – L’ispirazione, la vocazione e il martirio di San Matteo), che, con il suo manierismo e realismo, unitamente al classicismo di Raffaello, aveva costituito la scuola che Lorrain traduce in un’opera che lo ha reso il più importante autore, in Italia e in Europa, di paesaggi ch’egli ricompone in uno scenario ideale anche ricorrendo a figure mitologiche.

Filottete Il Guado LorraineLorrain coniuga la sua fortuna artistica a paesaggi connotati da una «luminosità chiara e diffusa che contribuisce a creare un’atmosfera idillica e pacificata [Philippe Daverio – La Storia dell’Arte – Vol. X, pag. 66]». In quest’orizzonte artistico e narrativo è l’idea della Pietas, tuttavia quella negata, il soggetto del Guado, in cui campeggia un episodio della mitologia greca, l’incontro tra Paride ed Enone, la ninfa che, pur innamorata dell’eroe troiano, che l'aveva precedentemente abbandonata, per questo motivo si rifiuta di curarlo dalle atroci ferite che Filottete gli aveva inflitto con le frecce avvelenate.

Proprio quel Filottete che viene evocato nel 1600 per aver determinato la tragica sorte di Paride, che a quella sorte, la donna, la sua amante abbandonata, aveva a sua volta crudelmente lasciato, e che, invece, in un’opera del 409 A.C., ossia in epoca largamente precristiana era stato egli stesso a beneficiare di un atto come quello di Neottolemo che aveva a lui destinato un gesto di Pietas proprio non abbandonandolo (né tanto meno ingannandolo) ferito sull’isola di Lemno.

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In foto: (In alto a destra: Filottete di Vincezo Baldacci, 1783 circa - In basso a sinistra: Il Guado di Claude Gellée detto Lorrain )

La speranza affidata al perdono

Dentro questa misteriosa e inconsapevole attesa di essere guardati con pietà, si dischiude lo spiraglio che fa domandare perdono [pagina 37La Speranza Oltre Le Sbarre

]

«Ha risposto all’appello di conversione di Papa Francesco che in occasione dell’Anno della Misericordia aveva lanciato ai detenuti [pagina 19]»

Nelle sue piccole agendine scriveva: «S.T.D.». Un’antica sigla, che si sviluppa in «Sub tutela Dei». Per oltre vent’ann

Anche se su versanti diametralmente opposti, la questione del perdono riguarda sia le vittime che i carnefici: non nel senso di costringere gli uni ad entrare in rapporto con gli altri, quanto nel dover fare i conti ciascuno con la propria inconsolabile pena. [pagina 66]i questa frase era stata tradotta così: «Sotto la protezione di Dio», dimenticando che «tueor» riconduce anche a «sguardo», quindi: «sotto lo sguardo di Dio [pagina 45]»

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Da: «La Speranza oltre le sbarreViaggio in un carcere di massima sicurezza, di Maurizio Gronchi – Angela Trentini – Ed. San Paolo

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- 8 maggio 2014

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