Gl'infiniti pensier mie d'error pieni

Gl'infiniti pensier mie d'error pieni

Gl'infiniti pensier mie d'error pieni, negli ultim'anni della vita mia, ristringer si dovrien 'n un sol che sia guida agli etterni suo giorni sereni.

Rime (Michelangelo)/286


 

 

 

Le grandi narrazioni sapienziali sono il primo luogo educativo

RICOSTRUIRE IL PATTO EDUCATIVO GLOBALEPatto Educativo Copertina

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Giovanni Cucci S.I.



Un progetto che nasce da lontano

Nel Messaggio peril lancio del patto educativo, del 12 settembre 2019, Papa Francesco aveva invitato a Roma, peril 14 maggio 2020, tutti coloro che operano nel campo dell’educazione a diversi livelli (accademico, istituzionale, pastorale e sociale), perelaborare insieme un patto educativo globale. L’evento è stato poi rinviato a causa del Covid-19. La pandemia ha reso l’appello del Santo Padre ancora più stringente: serve unire gli sforzi perla casa comune, affinché l’educazione sia creatrice di fratellanza, pace e giustizia. Perquesto, il 15 ottobre 2020, alle ore 14.30 (ora di Roma), si è tenuto un incontro virtuale, aperto a tutti e in diretta sul canale Youtube di Vatican Media, durante il quale è stato trasmesso un video messaggio del Papa, insieme a testimonianze ed esperienze internazionali, perguardare oltre con creatività1.
Nel corso di questi anni il Pontefice ha più volte ricordato la necessità di tale collaborazione a livello educativo perla custodia della «casa comune», come ad esempio nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium (nn. 23 e 87), nell’enciclica Laudato si’ (nn. 215e 220), e nel discorso del 9 gennaio 2020 al Corpo diplomatico presso la Santa Sede: «Ogni cambiamento, come quello epocale che stiamo attraversando, richiede un cammino educativo, la costituzione di un villaggio dell’educazione che generi una rete di relazioni umane e aperte. Tale villaggio deve mettere al centro la persona, favorire la creatività e la responsabilità per una progettualità di lunga durata e formare persone disponibili a mettersi al servizio della comunità. Occorre dunque un concetto di educazione che abbracci l’ampia gamma di esperienze di vita e di processi di apprendimento e che consenta ai giovani, individualmente e collettivamente, di sviluppare le loro personalità»2.

L’educazione è stata anche il tema di fondo scelto dall’episcopato italiano perla pastorale del decennio 2010-20203.

Patto Educativo 01Alcuni segnali drammatici del fallimento educativo

I luoghi che da sempre sono stati decisivi per l’educazione (in particolare la famiglia, le istituzioni e la scuola) sono oggi profondamente in crisi, anche perché considerati in modo negativo dalla cultura odierna, ossessivamente ripiegata su se stessa. Da qui la grave e crescente frattura del patto generazionale tra adulti e giovani4.Il Papa fa esplicita menzione delle situazioni problematiche in cui versano i genitori, perlo più abbandonati a se stessi e succubi di un ritmo di vita sempre più stressante, e anche del difficile compito degli insegnanti («sempre sottopagati»).

Patto Educativo 03Tale frattura emerge drammaticamente dal crollo demografico dell’Occidente, e in particolare del nostro Paese, che si colloca ormai da diversi anni agli ultimi posti nel mondo. I dati dell’Istat per l’anno 2019 mostrano che in Italia il rapporto nascite/morti è di67/100 (-212.000, la differenza rispetto all’anno precedente; 10 annifa il rapporto era 96/100), «il più basso livello di ricambio naturale mai espresso dal Paese dal 1918»: un ricambio che diventa sempre più difficile5. Inoltre, un quinto di quei neonati è di madre straniera.
Un fenomeno preoccupante e insieme un avvertimento epocale: le crisi demografiche sono sempre state il primo segnale di una più generale crisi di civiltà. Il «vecchio continente» sembra essere sempre più un «continente vecchio»; è l’unica zona della Terra dove gli anziani sono più numerosi dei bambini: «Secondo la Population Division delle Nazioni Unite, i bambini nel 2050 saranno appena il 2,8 percento della popolazione italiana. Nel XIV secolo, l’epidemia ha spazzato via l’80 percento della popolazione italiana. Nel XXI secolo, sta scomparendo perscelta […]. L’esperto di demografia all’American Enterprise Institute di Washington, Nicholas Eberstadt, sostiene che:“Se continua così, in una generazione ci saranno paesi in cui i soli familiari di sangue saranno i propri genitori”»6.

E il calo delle nascite porta con sé altri interrogativi inquietanti: la mancanza di figli in una società denuncia la mancanza di un futuro, di voler continuare a vivere in altri, soprattutto della consapevolezza di avere qualcosa di bello da consegnare a chi verrà dopo.

Questa sfiducia nel futuro si riflette così nella crescente difficoltà a educare, a trasmettere alle generazioni seguenti un patrimonio sapienziale acquisito per cui valga la pena vivere. Il futuro viene visto sempre meno come il luogo della progettazione e della speranza,ma richiama piuttosto paure e preoccupazioni. L’accresciuto benessere non ha contribuito a rendere migliore la qualità della vita, ma ha incrementato la tendenza a ripiegarsi su di sé, fino a smarrire il gusto di vivere.
È oltremodo significativa, e preoccupante, la decisione presa,il 18 gennaio 2018, dalla premier inglese Theresa May, di nominare un «ministro per la solitudine». Non era mai accaduto nella storia un fatto simile: «Per troppiha spiegato la May la solitudine è una triste realtà della vita moderna. Voglio affrontare questa sfida per la nostra società e per tutti coloro che non hanno nessuno con cui parlare o condividere i propri pensieri ed esperienze». Secondo i dati della Croce Rossa britannica, «su una popolazione di 65,6 milioni, oltre nove milioni di persone sostengono di sentirsi sempre o spesso soli»7.

Una ricerca condotta dalla Brigham Young University a Provo (Usa) ha mostrato come la sensazione cronica di solitudine abbia per la salute un effetto dannoso doppio rispetto all’essere in sovrappeso,e come sia paragonabile ai danni recati dall’alcolismo o dal fumo di 15 sigarette al giorno. La solitudine, concludono i ricercatori, è un virus mortale, rilevabile anche statisticamente, destinato a diffondersi in maniera inarrestabile. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (World Health Organization, WHO)precisa che, nel corso di 10 anni (1987-97), il numero di pazienti depressi nel mondo è aumentato del 300%; tra il 2005 e il 2015tale cifra è ulteriormente cresciuta del 18%. Questa è la principale causa di disabilità delle persone tra i 15 e i 40 anni, e richiede una spesa sanitaria di 43 miliardi di dollari all’anno. Se un tempo il primo episodio depressivo si verificava attorno ai 30 anni, ora fa la sua comparsa a 13. Ne consegue un notevole incremento dei comportamenti suicidari. Sempre secondo i dati del WHO, nel 2013 sono state 842.000 le persone che hanno voluto porre fine alla loro vita, con un aumento del 60% rispetto al 1960. Ma per gli adolescenti la crescita è stata del 400%8.
L’aspetto più sconcertante è che tali statistiche riguardano una popolazione che gode di privilegi unici, tanto da essere consideratala più fortunata della storia: non ha conosciuto la guerra, la fame, la carestia e le intemperie. Le società occidentali registrano guadagni enormi rispetto a chi è venuto prima di noi, sotto molti aspetti: longevità, aspettative di vita, possibilità alimentari, cure mediche, accesso all’istruzione, libertà di spostamenti, diffusione capillare dei diritti, cura dell’ambiente e tutela della privacy. Nonostante ciò, la percentuale di infelicità percepita è notevolmente aumentata: siamo una generazione che si sta ammalando di solitudine. Anche per questi motivi, un progetto educativo globale richiede con urgenza che si ricostruisca il patto scuola-famiglia che si è andato sgretolando in queste ultime generazioni.

Le caratteristiche dell’educazione Papa Francesco, rivolgendosi ai partecipanti a un Convegno tenutosi poco prima del lockdown, ha precisato che con il termine«educazione» non si deve intendere una mera trasmissione di concetti, una visione del tutto astratta, retaggio dell’illuminismo. Educare significa piuttosto «integrare il linguaggio della testa con il linguaggio del cuore e il linguaggio delle mani. Che un alunno pensi ciò che sente e ciò che fa, senta ciò che pensa e ciò che fa, faccia ciò che sente e ciò che pensa. Integrazione totale»9, in un patto che coinvolge le famiglie, le scuole e le istituzioni.
EDUCARE SIGNIFICA «INTEGRARE IL LINGUAGGIO DELLA TESTA CON IL LINGUAGGIO DEL CUORE E IL LINGUAGGIO DELLE MANI».


Patto Educativo 02
Questa visione unitaria è comunque presente in Occidente, anche se in gran parte è andata perduta. Il filosofo Alasdair MacIntyre, riassumendo, nel corso di un’intervista, il proprio itinerario educativo, afferma di essere cresciuto a contatto con due mondi antitetici che hanno caratterizzato la sua gioventù: «Due realtà, reciprocamente antagoniste, determinarono la mia formazione molto prima che io fossi in grado di leggere testi di filosofia. Il mio immaginario di bambino si nutrì anzitutto di una cultura orale celtica, patrimonio di agricoltori e pescatori, poeti e cantastorie, una cultura in larga misura già perduta, ma alla quale alcuni anziani con cui entrai in contatto sentivano ancora di appartenere. I fatti importanti di questa cultura erano alcune forme di lealtà e il legame con i parenti e con la terra. Essere giusti significava giocare il ruolo a cui ciascuno era stato assegnato dalla comunità locale. L’identità di ciascuno derivava dal posto che l’individuo occupava nella comunità»10


«L’altro mondo», proprio della modernità illuministica, è invece caratterizzato dalla «teoria» (non nel suo significato greco), dal sapere critico e consequenziale, contrapposto alla «storia»: «Il mondo moderno era una cultura di teorie e non di storie. Era la cornice di quello che si voleva far apparire come la moralità in quanto tale; i suoi diritti su di noi non erano quelli di un particolare gruppo sociale, ma quelli dell’umanità universale e razionale»11.


PerMacIntyre, recuperare la tradizione ancestrale non significa rinnegare le acquisizioni moderne, ma tornare a privilegiare le relazioni e le grandi narrazioni sapienziali: esse sono il primo luogo educativo, e nella loro carenza si annida gran parte dei problemi odierni.

Non è un caso che i bambini che riescono meglio nella lettura e nell’apprendimento sono proprio coloro che fin da piccoli hanno avuto la fortuna di avere genitori che raccontavano loro, con pazienza e ripetutamente, le favole o altri tipi di storie. L’importanza del dialogo, unito alla narrazione, è stata anche rilevata da una ricerca compiuta nell’ospedale pediatrico di Cincinnati(Usa) su un gruppo di 19 bambini di età compresa tra i 3 e i5 anni. Grazie alla risonanza magnetica, si è potuto notare che, durante l’ascolto delle storie, nel cervello dei bambini si attivava una specifica area cerebrale – quella in cui si elaborano immagini–, dando origine a quel «film mentale» che consente di seguire visivamente il racconto12.

Questa elaborazione avviene anche nell’adulto, soprattutto quando legge romanzi o racconti: l’attenzione al contenuto del testo è accompagnata dallo scorrere delle immagini che ne consentono la comprensione.

Quando invece l’educazione si riduce a tecnica, porta a un progressivo e pericoloso inaridimento della vita, in tutte le sue espressioni. È la «gabbia artificiale», descritta in maniera eloquente da Jacques Ellul: «Tutto è compreso nel processo tecnico. Esistono una tecnica di lettura, una tecnica di masticazione, ogni sport diventa sempre più tecnico, c’è una tecnica di animazione culturale, una per condurre una riunione»13.
Come osserva Umberto Galimberti, alla base dell’attuale disagio giovanile vi è soprattutto l’assenza di racconti capaci di dare senso e ordine agli avvenimenti, individuando desideri e discrepanze. Oggi molti giovani stanno male, ma non riescono neppure a dare un nome al loro malessere, perché non hanno più narrazioni a disposizione che possano offrire un’identità e una lettura della vita: si trovano in un insieme sparpagliato di esperienze, avvenimenti, senza un progetto unificatore. I sentimenti e i desideri, infatti, non sono un dato biologico, ma vengono conosciuti e compresi confrontandosi con narrazioni, con le vicende e i modelli presenti in esse.


Papa Francesco, nella sua esortazione postsinodale sui giovani, riprende un pensiero di Maria Gabriela Perin circa il compito prezioso della narrazione come capacità di riannodare ciò che è separato:«Quello che so è che Dio crea storie. Nel suo genio e nella sua misericordia, Egli prende i nostri trionfi e fallimenti e tesse bellissimi arazzi pieni di ironia. Il rovescio del tessuto può sembrare disordinato con i suoi fili aggrovigliati – gli avvenimenti della nostra vita – e forse è quel lato che non ci lascia in pace quando abbiamo dei dubbi. Tuttavia, il lato buono dell’arazzo mostra una storia magnifica,e questo è il lato che vede Dio»14.


La narrazione e i sentimenti

Patto educativo 04La modernità ha dimenticato il linguaggio del cuore, limitandosi alla «testa» e alle «mani». Ma la massa accresciuta di informazioni a disposizione, pur essendo un bene prezioso, non ha reso più confortevole l’esistenza, perché i criteri di valutazione sono di tipo relazionale e affettivo. I sentimenti sono un elemento di verità del nostro rapporto con noi stessi, con gli altri e con Dio. Sono anche un campanello di allarme di un disagio.

La sapienza biblica invita a tenere strettamente uniti conoscenza e affetti, cuore, intelligenza e fede. E lo fa non in modo astratto e teorico, ma mediante narrazioni che danno rilievo ai sentimenti: sono essi il luogo della valutazione e della decisione. Si pensi alla«gioia» dei magi quando vedono la stella (Mt 2,10), o alla «tristezza»del giovane ricco di fronte alla proposta di lasciare tutto e seguire Gesù (Lc 18,23), o alla «paura» di Pilato quando viene a sapere che Gesù si è proclamato Figlio di Dio (Gv 19,8). I discepoli di Emmaus, ripensando all’incontro avuto con il Signore, inizialmente non riconosciuto, restano colpiti soprattutto dalle risonanze affettive delle sue parole: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi?» (Lc 24,32).

Questa ricerca apre al dialogo con chiunque si interroghi sulle problematiche fondamentali della vita, sia egli credente o non credente,una persona da ascoltare e con cui dialogare. Significativo in proposito è quanto notava il card. Carlo Maria Martini inaugurandola serie di conferenze «La cattedra dei non credenti»: «Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa […]. Ritengo che, ai nostri tempi, la presenza di non credenti che con personale sincerità si dichiarano tali, e la presenza di credenti che hanno la pazienza di voler rientrare in se stessi, possa essere molto utile agli uni e agli altri, perché stimola ciascuno di noi a seguire meglio il suo cammino verso l’autenticità. Compiere insieme questo esercizio, senza difese e con radicale onestà, potrà inoltre risultare utile a una società che ha paura di guardarsi dentro e che rischia di vivere nell’insincerità e nella scontentezza»15.


Ma come ricostruire il patto educativo? Papa Francesco offre in particolare tre piste:

01) Costituire un villaggio dell’educazione;

02) Il domani chiede il meglio dell’oggi;

03) Educare a servire, educare è servire.


Costituire un villaggio dell’educazione

Si tratta di favorire il dialogo tra le varie «agenzie educative»,come la famiglia, la scuola, le istituzioni religiose e civili: «Occorre siglare un patto perdare un’anima ai processi educativi formali ed informali, i quali non possono ignorare che tutto nel mondo è intimamente connesso ed è necessario trovare – secondo una sana antropologia – altri modi di intendere l’economia, la politica, la crescita e il progresso. In un percorso di ecologia integrale, viene messo al centro il valore proprio di ogni creatura, in relazione con le persone e con la realtà che la circonda, e si propone uno stile di vita che respinga la cultura dello scarto»16.


Questo patto, come si notava, si è purtroppo interrotto da tempo, con gravi conseguenze, a tutti i livelli: si pensi al dilagare di fenomeni legati all’intolleranza, al razzismo, alla violenza e al bullismo. L’uso massiccio dei social non è un’alternativa valida nel momento in cui pretende di compensare la fatica e la gradualità indispensabili per un percorso educativo. Anzi, esso può diventare una trappola quando ci si illude che la formazione di una persona sia riconducibile a un semplice click.


Anche la gravissima crisi economica e i cambiamenti climatici e ambientali sono una conseguenza della «cultura dello scarto» e costituiscono avvertimenti che non possono più essere ignorati. Le circostanze legate alla pandemia di Covid-19 e le sue implicazioni in ogni ambito delle nostre società mostrano in maniera efficace e drammatica quanto l’intera umanità sia coinvolta, nel bene e nel male, nelle vicende della casa comune, affidata alla responsabilità e alle possibilità di ciascuno.


Ricostituire il patto generazionale aiuta il giovane a individuare il proprio desiderio profondo, e l’anziano a riscoprire il ruolo prezioso di una memoria di vita da trasmettere a chi viene dopo di lui: «Se i giovani si radicano nei sogni degli anziani, riescono a vedere il futuro, possono avere visioni che aprono loro l’orizzonte e mostrano loro nuovi cammini. Ma se gli anziani non sognano, i giovani non possono più vedere chiaramente l’orizzonte. È bello trovare, tra le cose che i nostri genitori hanno conservato, qualche ricordo che ci permette di immaginare ciò che hanno sognato per noi i nostri nonni e le nostre nonne. Ogni essere umano, prima ancora di nascere, ha ricevuto dai suoi nonni, come regalo, la benedizione di un sogno pieno d’amore e di speranza: quello di una vita migliore […]. Il sogno primordiale, il sogno creatore di Dio nostro Padre, precede e accompagna la vita di tutti i suoi figli. Fare memoria di questa benedizione, che si estende di generazione in generazione, è una preziosa eredità che dobbiamo saper mantenere viva per poterla trasmettere a nostra volta»17.


Il domani chiede il meglio dell’oggi

Prendere sul serio questa prospettiva significa investire sul futuro e contestare le leggi del mercato all’insegna del «tutto e subito», che bruciano possibilità e penalizzano la qualità. Significa investire sulle nuove generazioni, ma anche sulla consapevolezza che i cambiamenti più profondi ed efficaci non possono essere rapidi e immediati.

L’educazione richiede tempo, gradualità, affetto.

Il segreto dell’intelligenza umana risiede in un trucco della natura:l’aver avuto uno sviluppo e tappe di crescita più lente e cadenzate rispetto alle altre specie viventi è alla base della straordinaria potenza e plasticità della nostra mente e la rende capace di operazioni meravigliose ed estremamente variegate, che introducono in una prospettiva più grande del qui e ora.

Lo scrittore britannico Terence Hanbury White, nel romanzo Re in eterno, ha espresso questa caratteristica peculiare mediante un apologo, una sorta di rivisitazione del primo capitolo della Genesi: «Completato l’universo, molto tempo fa, Dio lo volle popolare di esseri animati. Allora creò molti embrioni, e chiese loro quale tipo d’animale desiderassero divenire da adulti. Chi voleva correre, chi volare, chi nuotare. Grandi, piccoli, veloci, lenti. Solo un embrione stava in silenzio. Allora Dio gli chiese come mai non avesse nessuna preferenza. Il piccolo embrione rispose che lui voleva restare com’era stato creato. Se era stato fatto così, ci doveva pur essere una buona ragione. Dio lodò la risposta, e promise all’embrione che sarebbe rimasto bambino. Grazie alla crescita più lenta, sarebbe stato l’unico essere capace di fantasie, e sarebbe diventato il signore dell’Universo. Da piccolo, giocando, sarebbe riuscito a immaginare altri mondi, modificando nella sua mente quello in cui viveva […]. Il grande trucco della prolungata infanzia dell’uomo creò il suo grande cervello; infatti il periodo di grande plasticità dell’uomo, periodo critico, dura parecchi anni, mentre quello degli animali si misura in settimane o mesi. Insomma l’embrione di uomo decise con grande coraggio di restare per un decina di anni a formare il suo cervello sia funzionalmente che strutturalmente; per fortuna l’evoluzione ha reso possibile questa scelta inventando la paziente cura dei genitori e in sostanza la famiglia. L’uomo bambino è riuscito, nel bene e nel male, a dominare la natura. L’evoluzione ha scelto, nella costruzione del cervello umano, la tecnica della lentezza, mentre per gli altri animali quella della rapidità»18.


Apprendere, conoscersi e leggere procedono di pari passo – un passo, appunto, lento e cadenzato –; richiedono tempo, gradualità, passione, dialogo con l’altro. È un investimento sul futuro.


Educare a servire, educare è servire

È anche necessario preparare persone che si occupino in maniera specifica della formazione, con dedizione, ma anche con competenza,perricostruire il patto educativo: «Ogni generazione dovrebbe[…] riconsiderare come trasmettere le sue conoscenze e i suoi valori a quella seguente, perché è attraverso l’educazione che l’essere umano raggiunge il suo massimo potenziale e diviene un essere consapevole, libero e responsabile. Pensare all’educazione è pensare alle generazioni future e al futuro dell’umanità; è pertanto qualcosa di profondamente radicato nella speranza e richiede generosità e coraggio»19.


È sempre forte la tentazione di approntare programmi educativi sull’onda della novità a tutti costi, o ispirati a ideologie e mode del momento, più attente al politicamente corretto che alla conoscenza di un patrimonio perenne. Un rischio già rilevato con chiarezza 10 anni fa dal Progetto culturale della Chiesa italiana: «Viviamo in una società dove sembra che tutto sia possibile indifferentemente; dove qualsiasi idea o stile di vita sembra avere lo stesso valore; dove il potere dell’apparato tecnico-economico sembra volersi emancipare da ogni istanza umana; dove i desideri sembrano diventare diritti e l’estetica sembra prendere il posto dell’etica»20.


Non tutto è indifferente, posto sul medesimo piano. Ogni scelta, anche la non scelta, ha precise conseguenze che la storia non manca di rilevare, presentando il conto alle generazioni successive. La competenza in sede educativa rimane indispensabile, perché non tutte le strade risultano ugualmente percorribili: spesso esse si rivelano miraggi illusori, di cui il giovane può accorgersi troppo tardi, quando non è più possibile porvi rimedio.
Il servizio va educato anche perproteggere l’educatore: la complessità e la vastità dei problemi odierni, in mancanza di un supporto adeguato, rischiano di schiacciarlo. Il fenomeno del burn-out mostra come non sia facile aiutare gli altri: la buona volontà e purezza di intenzioni devono essere accompagnate dall’esperienza e dalla competenza. La nostra epoca ha urgente necessità di «persone aperte, responsabili, disponibili a trovare il tempo perl’ascolto, il dialogo e la riflessione, e capaci di costruire un tessuto di relazioni con le famiglie, tra le generazioni e con le varie espressioni della società civile, così da comporre un nuovo umanesimo»21.


Il servizio della Chiesa

Ma è altrettanto importante che un tale rilancio sia testimoniato anzitutto dalla comunità ecclesiale. Il patto educativo richiede un rinnovato dialogo tra cultura e religione: un dialogo più volte rotto, soprattutto in Occidente, e che costituisce invece un servizio prezioso pertutti. Paolo VI aveva rilevato la terribile frattura tra il Vangelo e la cultura, definendola «il dramma della nostra epoca»22.
È necessario anche in sede ecclesiale ripensare le modalità dell’incontro tra «cuore, mente e mani», capace di intercettare la vita delle persone, senza limitarsi a lamentare la loro crescente disaffezione:«Ripetersi che la nostra cultura è “liquida”, frammentata, fonte di instabilità, può rivelarsi un boomerang: dove eravamo noi mentre la cultura si trasformava? Perché non siamo stati capaci di porre un argine alle derive che denunciavamo? E quando abbiamo lanciato accuse, abbiamo forse trovato strategie adatte a riparare i danni?»23.


Il dialogo tra cuore, mente e mani è auspicabile soprattutto nella formazione dei pastori.

Anche in quella sede non sempre è stata riconosciuta l’importanza che esso dovrebbe assumere, soprattutto nella sua valenza di «cerniera», capace di mettere insieme i tre aspetti rilevati da papa Francesco.


Don Stephen Rossetti, che è stato permolti anni direttore del Saint Luke Institute (Maryland, Usa), destinato principalmente a sacerdoti afflitti da problemi e difficoltà di vario genere, tra cui anchel ’abuso sessuale, notava una caratteristica comune in coloro che si rivolgevano al centro: pur nella diversità di problematiche e di vicende occorse, la loro vita spirituale era sganciata dall’esistenza. Egli affermava: «Essi sanno parlare eloquentemente del proprio cammino spirituale, ma le loro parole non sono radicate nella loro vita personale. In realtà la loro vita spirituale è vuota. In questi casi vediamocon tristezza la devastazione portata alla Chiesa e alla società quando manca una formazione umana ai sacerdoti»24.


La nuova Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis vorrebbe rispondere a queste necessità. Sappiamo tuttavia come i documenti,peressere attuati, richiedano formatori attenti a questa dimensione integrale. Papa Francesco, concludendo il Convegnointernazionale sulla Ratio fundamentalis, ha ribadito la centralità di questo aspetto peressere educatori credibili: «Sulla formazione dei preti occorre dialogare di più, superare i campanilismi, fare scelte condivise, avviare insieme buoni percorsi formativi e preparare da lontano formatori all’altezza di questo compito così importante. Abbiate a cuore la formazione sacerdotale: la Chiesa ha bisogno di preti capaci di annunciare il Vangelo con entusiasmo e sapienza, di accendere la speranza là dove le ceneri hanno ricoperto le braci della vita, e di generare la fede nei deserti della storia»25.
Il «villaggio dell’educazione» viene edificato quando ciascuno impara a riconoscere e occupare il proprio posto, mettendo a disposizione i talenti che gli sono stati dati. Un’antica leggenda africana narra che, a causa di un incendio scoppiato nella foresta, tutti gli animali fuggono, tranne un piccolo colibrì, che vola nella direzione opposta, con il becco pieno di acqua. Un leone lo apostrofa con ironia: «Sarai mica impazzito? Non crederai di poter spegnere un incendio gigantesco con quattro gocce d’acqua?». Ma il colibrì rispose:«Io faccio la mia parte»26.


Il patto educativo è questione di vita o di morte. Per tutti. Rendersi disponibili a fare la propria parte forse non spegnerà il grande incendio, ma offrirà un futuro, non solo a chi viene dopo, ma anzitutto a se stessi: il senso della solidarietà e della fratellanza è l’unico antidoto efficace alla solitudine e al male di vivere.

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Da La Civiltà Cattolica del 03.10.2020 - QUADERNO 4087

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1. L’evento è stato organizzato dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica,a cui fanno riferimento 216.000 scuole cattoliche, frequentate da oltre 60 milionidi alunni, e 1.750 università cattoliche, con oltre 11 milioni di studenti. Maggiori informazioni sul sito www.educationglobalcompact.org
2. Francesco, Udienza al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede perla presentazione degli auguri per il nuovo anno, 9 gennaio 2020. Cfr anche A. Spadaro,«Sette pilastri dell’educazione secondo J. M. Bergoglio», in Civ. Catt. 2018 III 343-357.
3. Cfr Conferenza Episcopale Italiana, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, 4 ottobre2010; G. Cucci, «Che cosa significa “educare”?», in Civ. Catt. 2012 III 483-495.
4. «Oggi è in crisi, si è rotto il cosiddetto “patto educativo”; il patto educativoche si crea tra la famiglia, la scuola, la patria e il mondo, la cultura e le culture[…]. Patto educativo rotto significa che sia la società, sia la famiglia, sia le diverse istituzioni che sono chiamate ad educare delegano il decisivo compito educativo ad altri, e così le diverse istituzioni di base e gli stessi Stati che hanno rinunciato alpatto educativo sfuggono a tale responsabilità» (Francesco, Discorso ai partecipanti al Convegno sul tema «Education: the global compact», 7 febbraio 2020).
5. Cfr www.istat.it/it/files//2020/02/Indicatori-demografici_2019.pdf
6. G. Meotti, «Culle vuote a occidente. La crisi di una civiltà che non genera più vita e va verso la sua consumazione», in Il Foglio quotidiano, 3 dicembre 2012;cfr G. Salvini, «L’Italia diventa più anziana», in Civ. Catt. 2017 II 400-403.
7. «La May ha nominato un ministro per “battere la solitudine”», in Il Giornale (www.ilgiornale.it/news/mondo/gb-theresa-may-nomina-ministrosolitudine-1484127.html), 17 gennaio 2018.
8. Cfr World Health Organization, «Depression» (www.who.int/mediacentre/factsheets/fs369/en), 30 gennaio 2020. Per un approfondimento, cfr G.Cucci, L ’arte di vivere. Educare alla felicità, Milano, Àncora - La Civiltà Cattolica,2019.
9. Francesco, Discorso ai partecipanti al Convegno sul tema «Education: theglobal compact», cit.
10. G. Borradori, Conversazioni americane, Bari - Roma, Laterza, 1991, 171 s.
11. Ivi, 172.
12. Cfr J. S. Hutton et Al., «Parent-child reading increases activation ofbrain networks supporting emergent literacy in 3-5 years-old children: An fMRIstudy», in Abstracts Pediatric Academic Societies’ Annual Meeting (2015) (www.abstracts2view.com/pas/view.php?nu=PAS15L1_1355.8); L. Wehbe et Al., «SimultaneouslyUncovering the Patterns of Brain Regions Involved in DifferentStory Reading Subprocesses», in PLoS ONE (2014) 9 (11): e112575. doi:10.1371/journal.pone.0112575; «Lettura e attività cerebrale», in Psicologia contemporanea, n.251, 2015, 36 s.
13. J. Ellul, Il sistema tecnico. La gabbia delle società contemporanee, Milano,Jaca Book, 2009, 206.
14. Francesco, Esortazione apostolica postsinodale Christus vivit (CV), 25marzo 2019, n. 198.
15. C. M. Martini (ed.), Cattedra dei non credenti, Milano, Rusconi, 1992, 5 s.
16. Francesco, Messaggio per il lancio del patto educativo, 12 settembre 2019.
17. CV 193 s.
18. P. Legrenzi, «Declinazioni della lentezza», in Il Sole 24 Ore, 14 settembre2014. Cfr L. Maffei, Elogio della lentezza, Bologna, il Mulino, 2014, 21-23; T. H.White, Re in eterno, Milano, Mondadori, 1989.
19. Francesco, Discorso ai partecipanti al Convegno sul tema «Education: theglobal compact», cit.
20. Comitato per il progetto culturale della Conferenza EpiscopaleItaliana (ed.), La sfida educativa. Rapporto-proposta sull’educazione, Roma - Bari,Laterza, 2009, 2010, XIV
21. Francesco, Messaggio per il lancio del patto educativo, cit.
22. Paolo VI, s., Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, 8 dicembre 1975, n. 20.
23. G. Canobbio, «Leggere per formarsi», in La Rivista del Clero Italiano 96(2015) 666.
24. S. J. Rossetti, «From Anger to Gratitude-Becoming a Eucharistic People:The Journey of Human Formation», conferenza tenuta alla Pontificia UniversitàGregoriana di Roma il 26 marzo 2004, manoscritto (orig. inglese).
25. Francesco, Discorso ai partecipanti al Convegno internazionale promosso dalla Congregazione per il Clero, 7 ottobre 2017.
26. Cfr G. Ravasi, «Breviario», in Il Sole 24 Ore, 5 gennaio 2020.

Daverio - Da Pitagora, attraverso Fibonacci e Galileo sino all'informatica. Dal Supremo ai numeri e dai numeri al Supremo nel dialogo tra i saperi ed attraverso infinite piste di ricerca

http://mediaeventi.unipi.it/video/La-storia-pesante-del-numero-leggero-da-Fibonacci-a-San-Tommaso/cd579005b98b615ca8985597926ef496

La conferenza tenuta presso l'Università di Pisa da Philippe Daverio su Leonardo Fibonacci

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IL RICORDO /1. L’ORIGINALE APPROCCIO DI DAVERIO ALLA STORIA E LA GIOIOSA CAPACITÀ DI RACCONTARLA HANNO FORNITO SPESSO INTERPRETAZIONI INATTESE E INEDITE, UTILI ANCHE AGLI STORICI DI PROFESSIONE

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Quel Napoleone di Philippe

Luigi Mascilli Migliorini

DaverioLa mia privatissima risposta, o forse dovrei dire meglio, il mio privatissimo rifugio alla crisi della storia, si chiamava Philippe Daverio. Nei dubbi che attanagliano oggi tanti interpreti di questo sapere, nella puntuale constatazione del poco credito che la storia sembra avere nelle nuove (e spesso anche nelle vecchie) generazioni, nella frustrazione che nasce dai poco riusciti tentativi di rinvigorire una nobile e stanca disciplina, l’incontro con Philippe Daverio rassicurava in pochi minuti sull’esistenza e la ragione di esistere di ciò che chiamiamo storia.

Non che lui fosse uno storico di professione, e tanto meno uno storico dell’arte nel senso comune di questa espressione. Egli, cioè, non apparteneva a quella dimensione propriamente storicista che conduceva, e talvolta conduce ancora, a intendere nell’opera d’arte una semplice chiave di lettura della società o del potere. Al contrario, la sua era una continua, consapevole affermazione della forma e dei suoi diritti. L’autonomia del linguaggio formale non si trasformava, però, nella rivendicazione di una autonomia concettuale della dimensione formale. I vigorosi anticorpi storici che vivevano originalmente in lui gli consentivano, mi verrebbe di dire, un fascinoso gioco di prestigio a doppio senso in cui, da un lato, la forma disciplinava la storia e, dall’altro, la storia disciplinava la forma. La chiave di volta di questo serissimo illusionismo stava, probabilmente, per un verso nella sua colta attenzione per la materialità, materialità fisica anche e soprattutto, del manufatto formale, e per altro verso nella sua spiccata vocazione al dettaglio. Nella storia, dunque, egli entrava per la porta principale (talvolta sfondava la porta) dell’homo faber, dell’esercizio umano che si applica ogni volta alla invenzione, o se si preferisce, alla costruzione della forma e che nel particolare di un insieme talvolta anche imponente - un edificio, una statua, un mobile - mostra i caratteri più evidenti del processo, intellettuale e manuale insieme senza distinzione e senza gerarchia, da cui scaturisce l'oggetto artistico.

Era, dunque, una gioia per uno storico rispecchiarsi in un linguaggio come quello di Philippe Daverio: simile al suo per il piacere di raccontare - senza categorie preconfezionate, senza teleologismi - un frammento della storia degli individui e delle società, del loro incessante lavorìo per risolvere problemi e inventarne di nuovi. Ritrovare il gusto di un particolare che si faceva, ambiziosamente, universale, e di un universale che si piegava, umilmente, a manifestarsi nel particolare. Allo storico questa gioia regalava la scoperta dello sguardo. Vedere una forma non voleva dire impadronirsi banalmente di una fonte, più appariscente e brillante rispetto a una carta d’archivio, per sorreggere il proprio ragionamento. Voleva dire imparare a costruire il proprio ragionamento a partire da ciò che i manufatti materiali, le opere d’arte se si vuole, guardandole come sapeva guardarle Philippe, raccontano di sé e, quindi, del proprio tempo.

Spesso il discorso tra noi cadeva, fatalmente, su Napoleone. A lui, quindi, devo la progressiva comprensione del carattere borghese di quell’uomo leggendario e del mondo che si costruiva, nascostamente, tra le pieghe di roboanti richiami all’eroismo degli antichi. Philippe mi aveva accompagnato per questa strada mostrandomi le trattenute dimensioni delle dimore che i napoleonidi, anche quando diventavano sovrani, sceglievano per le loro vite private. Marlia, ad esempio, per la sorella Elisa, Portici per il cognato Murat, che lì, insieme alla moglie Carolina, aveva dato vita alla prima moda dei bagni di mare. Le stanze, in quei luoghi, mai troppo grandi, ricordo di quelle quasi anguste, ad Ajaccio, in cui avevano vissuto da bambini. Mi aveva aiutato a capire senza pregiudizi i forti legami che univano i membri della famiglia (L’onore dei Bonaparte aveva voluto intitolare una nostra conversazione diventata una delle memorabili puntate del su Passepartout), legami dietro i quali si celavano storie di periferie isolane, ma anche futuri trionfi di familiarità borghesi. Nel Napoleone di Brera mi aveva invitato non a guardare solo il modello canoviano di una eroicità classica, ma la nudità che aveva infastidito un uomo che così anticipava le pruderie dei decenni a venire. Napoleone profeta del Biedermeier, insomma, piuttosto che erede di Cesare e di Alessandro.

Nei giorni del Covid l’ultima lezione di storia. Il buon umore - mi spiegava Philippe - è l’esito puntuale di ogni grande disastro. La Peste nera ha permesso di abbandonare in Europa le estreme tetraggini del gotico e aprire la strada alla grazia del Rinascimento. Dalla peste del Seicento il buon umore degli scampati regala la civetteria del Rococò. L’età del jazz scioglie, tra fiumi di whisky e giovani donne dai capelli e dalle gonne troppo corte, il gelo di un primo conflitto mondiale. Dal secondo è il buon umore di grandi ricostruzioni che viene in aiuto e ci risolleva. Parlava ed era facile, invitante, prendere mentalmente nota delle infinite piste di ricerca e giudizio storico che si aprivano davanti. Del torto nascosto nelle sue parole, di un’assenza che non permetterà più quel buon umore, allora entrambi non sapevamo.

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Da Il Sole24Ore - Domenica - 13 settembre 2020

Philippe Daverio. Nato in Alsazia nel 1949 e scomparso a Milano, il 2 settembre 2020, ha vissuto un’esistenza densa e polimorfa: storico dell’arte, politico, personaggio televisivoGETTYIMAGES

Pietas

Il Filottète (in greco ΦιλοκτήτηςPhiloktètes), è una tragedia di Sofocle, composta nel 409 A.C. che prende il nome dal su oprotagionista.Filottete morente olio Vincenzo Baldacci

Filottete (gr. Φιλοκτήτης, lat. Philoctetes e Philocteta) è un eroe greco che, per avergli eretto e acceso la pira sul monte Eta, aveva ottenuto in premio da Eracle, un arco con le frecce avvelenate. Durante la guerra di Troia, a causa di una ferita infetta e puzzolente provocatagli da una vipera, Filottete viene abbandonato sull’isola di Lemno per dieci anni ad opera dei suoi compagni in viaggio per la guerra contro Troia.

La guerra era scoppiata dopo che, a Sparta, Paride era riuscito, con l’aiuto di Afrodite, a sedurre e rapire Elena. Paride prese parte alla guerra come arciere (nell’Iliade duella con Menelao) e, con una freccia diretta da Apollo, uccide Achille colpendolo nell’unico punto vulnerabile, prima di essere ucciso da una freccia di Filottete.

In seguito al vaticinio di Eleno [Eleno (gr. Ελενος) eroe della mitologia greca, figlio di Priamo ed Ecuba, indovino e guerriero] che, catturato da Ulisse, aveva rivelato ai Greci che per ottenere la vittoria dovevano far tornare Filottete con l’arco di Eracle, i Greci gli mandano Diomede e Neottolemo a riprenderlo: l’oracolo aveva svelato ai Greci che senza l'arco di Filottete Troia non sarebbe mai caduta e la battaglia, per vincere la quale Filottete era stato abbandonato, causa la sua incolpevole condizione, deprimente per l’esercito, non sarebbe stata mai vinta.

Diomede e Neottolemo (Quest’ultimo figlio di Achille) vengono incaricati di recarsi sull’isola di Lemno al fine di recuperare ad ogni costo l'arco di Filottete. Sofocle propone Odisseo come un personaggio crudelmente orientato ad ingannare Filottete per recuperare l’arco ed incarica il giovane Neottolemo di fingersi con Filottete in contrasto con i capi greci per farsi consegnare l'arco. Neottolemo recupera l’arco e lo consegna ad Odisseo salvo tuttavia alla fine pentirsi, motivo per cui riconsegna l’arco a Filottete.

Claude Gellée detto Lorrain (il Lorenese), nato nel 1600 a Champagne (in Lorena) apprende e pratica la pittura soprattutto in Italia, a Roma, ove vive la maggior parte della sua vita artistica e dove è anche sepolto, nella Chiesa di san luigi dei Francesi, sede di una delle più importanti opere di Caravaggio (il ciclo pittorico di San Matteo – L’ispirazione, la vocazione e il martirio di San Matteo), che, con il suo manierismo e realismo, unitamente al classicismo di Raffaello, aveva costituito la scuola che Lorrain traduce in un’opera che lo ha reso il più importante autore, in Italia e in Europa, di paesaggi ch’egli ricompone in uno scenario ideale anche ricorrendo a figure mitologiche.

Filottete Il Guado LorraineLorrain coniuga la sua fortuna artistica a paesaggi connotati da una «luminosità chiara e diffusa che contribuisce a creare un’atmosfera idillica e pacificata [Philippe Daverio – La Storia dell’Arte – Vol. X, pag. 66]». In quest’orizzonte artistico e narrativo è l’idea della Pietas, tuttavia quella negata, il soggetto del Guado, in cui campeggia un episodio della mitologia greca, l’incontro tra Paride ed Enone, la ninfa che, pur innamorata dell’eroe troiano, che l'aveva precedentemente abbandonata, per questo motivo si rifiuta di curarlo dalle atroci ferite che Filottete gli aveva inflitto con le frecce avvelenate.

Proprio quel Filottete che viene evocato nel 1600 per aver determinato la tragica sorte di Paride, che a quella sorte, la donna, la sua amante abbandonata, aveva a sua volta crudelmente lasciato, e che, invece, in un’opera del 409 A.C., ossia in epoca largamente precristiana era stato egli stesso a beneficiare di un atto come quello di Neottolemo che aveva a lui destinato un gesto di Pietas proprio non abbandonandolo (né tanto meno ingannandolo) ferito sull’isola di Lemno.

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In foto: (In alto a destra: Filottete di Vincezo Baldacci, 1783 circa - In basso a sinistra: Il Guado di Claude Gellée detto Lorrain )

È piacevolissima e sentimentalissima la stessa luce veduta nelle città, dov’ella è frastagliata dalle ombre

220px Italo CalvinoMa forse l'inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo. La peste colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine. il mio disagio è per la perdita di forma che constato nella vita, e a cui cerco d'opporre l'unica difesa che riesco a concepire: un'idea della letteratura

(...) (...) (...)

Le ragioni di Leopardi sono perfettamente esemplificate dai suoi versi, che danno loro l'autorità di ciò che è provocato dai fatti. Continuo a sfogliare lo Zibaldone cercando altri esempi di questa sua passione ed ecco trovo un nota più lunga del solito, un elenco di situazioni propizie allo stato d'animo dell'«indefinito»:

La luce del sole o della luna, veduta in luogo dov’essi non si vedano e non si scopra la sorgente della luce; un luogo solamente in parte illuminato da essa luce; il riflesso di detta luce e i vari effetti materiali che ne derivano; il penetrare di detta luce in luoghi dov’ella divenga incerta e impedita e non bene si distingua, come attraverso un canneto, in una selva, per li balconi socchiusi ec. ec.; la detta luce veduta in luogo, oggetto ec. dov’ella non entri e non percota dirittamente, ma vi sia ribattuta e diffusa da qualche altro luogo od oggetto ec. dov’ella venga a battere; in un andito veduto al di dentro o al di fuori e in una loggia parimente ec.; quei luoghi dove la luce si confonde ec. ec. colle ombre, come sotto un portico, in una loggia elevata e pensile, fra le rupi e i burroni, in una valle, sui colli veduti dalla parte dell’ombra, in modo che ne sieno indorate le cime; il riflesso che produce, per esempio, un vetro colorato su quegli oggetti su cui si riflettono i raggi che passano per detto vetro; tutti quegli oggetti insomma che per diverse (1745) materiali e menome circostanze giungono alla nostra vista, udito ec. in modo incerto, mal distinto, imperfetto, incompleto, o fuor dell’ordinario ec.

Ecco dunque cosa richiede da noi Leopardi per farci gustare la bellezza dell'indeterminato e del vago! E' un'attenzione estremamente precisa e meticolosa che egli esige nella composizione d'ogni immagine, nella definizione minuziosa dei dettagli, nella scelta degli oggetti, dell'illuminazione, dell'atmosfera, per raggiungere la vaghezza desiderata. Dunque Leopardi, che avevo scelto come contraddittore ideale della mia apologia dell'esattezza, si rivela un decisivo testimone a favore.

giacomo leopardi dipinto da lolli origÈ piacevolissima e sentimentalissima la stessa luce veduta nelle città, dov’ella è frastagliata dalle ombre, dove lo scuro contrasta in molti luoghi col chiaro, dove la luce in molte parti degrada a poco a poco, come sui tetti, dove alcuni luoghi riposti nascondono la vista dell’astro luminoso ec. ec. A questo piacere contribuisce la varietà, l’incertezza, il non veder tutto e il potersi perciò spaziare coll’immaginazione, riguardo a ciò che non si vede. Similmente dico dei simili effetti, che producono gli alberi, i filari, i colli, i pergolati, i casolari, (1746) i pagliai, le ineguaglianze del suolo ec. nelle campagne. Per lo contrario una vasta e tutta uguale pianura, dove la luce si spazi e diffonda senza diversità, né ostacolo; dove l’occhio si perda ec. è pure piacevolissima, per l’idea indefinita in estensione, che deriva da tal veduta. Cosí un cielo senza nuvolo. Nel qual proposito osservo che il piacere della varietà e dell’incertezza prevale a quello dell’apparente infinità e dell’immensa uniformità. E quindi un cielo variamente sparso di nuvoletti è forse piú piacevole di un cielo affatto puro; e la vista del cielo è forse meno piacevole di quella della terra e delle campagne ec., perché meno varia (ed anche meno simile a noi, meno propria di noi, meno appartenente alle cose nostre ec.). Infatti ponetevi supino in modo che voi non vediate se non il cielo, separato dalla terra, voi proverete una sensazione molto meno piacevole che considerando una campagna o considerando il cielo nella sua corrispondenza e relazione colla terra ed unitamente ad essa in un medesimo punto di vista. È piacevolissima ancora, per le sopraddette (1747) cagioni, la vista di una moltitudine innumerabile, come delle stelle o di persone ec., un moto moltiplice, incerto, confuso, irregolare, disordinato, un ondeggiamento vago ec., che l’animo non possa determinare né concepire definitamente e distintamente ec., come quello di una folla o di un gran numero di formiche o del mare agitato ec. Similmente una moltitudine di suoni irregolarmente mescolati e non distinguibili l’uno dall’altro ec. ec. ec. (20 settembre 1821).

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Da Lezioni Americane, Esattezza, di Italo Calvino

Malaguti, la dolcezza paziente della carità

Malaguti FilosofoA tre mesi dalla scomparsa del filosofo cattolico che ha formato generazioni di studenti all’Università di Bologna, un ritratto inedito ne mette in luce la sapienza interiore. Con Rosmini diceva: «Non è lecito illudersi di portare ad altri la salvezza (il che comporta l’evidente rischio della violenza ideologica o psicologica): la correzione fraterna è data dall’esempio»

EMANUELA

GHINI

Di Maurizio Malaguti (1942-2018), docente di Ermeneutica filosofica all’Università di Bologna, presidente del Centro Studi Bonaventuriani di Bagnoregio, membro della Académie des Sciences, Arts e Belles Lettres di Dijon – il richiamo è solo ad alcune delle sue impegnative attività culturali – si parlerà nelle sedi adatte. Ma a tre mesi esatti dalla morte è importante, per la missione educativa che egli ha svolto tutta la vita con invitta dedizione, richiamare alcune linee dell’uomo e del pensatore che hanno animato il suo percorso esistenziale e aperto orizzonti di sapienza e di bellezza ai suoi discepoli.

Laureatosi in filosofia teoretica con Teodororico Moretti-Costanzi (1967) Maurizio Malaguti ne è stato assistente volontario fino al 1973; poi assistente ordinario di Filosofia della religione (1973 -1985), in seguito professore associato prima (1985 2003), straordinario poi (2003- 2006) di Ermeneutica filosofica.

Fin da giovane questo discepolo di Moretti – Costanzi rivelava una maturità singolare, una luminosa fede in Cristo, il coraggio garbato ma fermo di esprimere convinzioni non sempre condivise dal maestro, come il valore del matrimonio e del perdono. Studioso dei padri della Chiesa e dei dottori medievali, in particolare di Agostino, lo pseudo Dionigi Areopagita, Bonaventura, ne attinse i criteri di una ricerca che in ambito filosofico si estese da Schopenhauer a Rosmini, da Nietzsche ad Heidegger, da Hegel a Blondel... Verità e libertà sono temi che segnano tutta la sua opera, dedicata alla metafisica classica e cristiana, rivisitata con la sensibilità di oggi. La sua ricerca filosofica ha ottenuto riconoscimenti anche da molte insigni università europee.

Cifra emblematica del pensiero di Malaguti può essere lo studio Il nuovo e l’antico: in veritatem. Primo maestro dell’uomo è lo Spirito (Gv 3.8). Nella sua imprendibilità senza limiti di spazio e di tempo forma la persona nella sua singolarità unica. Nasce da una sapienza originaria, unisce ogni frammento di vita, diviene sillaba e parola di discorsi aperti a una sapienza incompiuta, un futuro irraggiungibile. Un cammino di poveri incapaci di percepire l’immenso che li contiene, ma portati da esso. «Filosofia è accogliere in libertà lo Spirito che dona rifrazioni di luce, vivifica e trasfigura ». È pensare.

«Lo Spirito porta in noi le tracce di mondi lontani». Malaguti attinge dai suoi maestri il criterio di una ricerca che impegna tutto l’uomo ma è dono da accogliere, non fine da perseguire.

Per Bonaventura la percezione di Dio è intuizione che comprende conoscenza intellettuale e sensibile. È un incontro totalizzante. Per Rosmini la radice dell’ intelligenza è il cuore. Il cuore – che in senso biblico comprende intelligenza e sensibilità – si oppone agli idoli del volgo, che enfatizzano le possibilità umane – potremmo vedervi il pelagianesino –, e agli idoli dei filosofi, che separano il pensiero dalla vita: potremmo vedervi lo gnosticismo. Rosmini educa a “ricordare”, cioè riportare al cuore ciò che è essenziale. Heidegger sembra suggerire vie nuove che superino lo stesso pensiero. Il predominio della conoscenza scientifica giustificherebbe l’oblio di una realtà che preceda il pensiero. Ma l’oblio non annulla la realtà. Sulla stessa linea, Moretti – Costanzi afferma la differenza tra conoscere e intelligere, vedere dentro, intuizione che va oltre le apparenze. È la distinzione tra scienza e sapienza, già affermata da Agostino e dalla scuola francescana e sottesa all’esperienza di tutti i mistici. Diremmo: di chiunque pensi in profondità, prima di tutto gli artisti, e tutti i cercatori di bellezza.

Per Malaguti pensare è accedere al profondo di sé, al fondamento – non psicologico – che costituisce la persona. È accoglienza dello Spirito. «Lo Spirito ci visita nel suo impeto e nella sua dolcezza, nel suo silenzio e nello splendore della sua unica gloria». La vera conoscenza non attiene alla ricchezza di quanto si può sapere, ma alla «direzione del nostro sapere». Diremmo: alla sua qualità.

Malaguti ha parole realisticamente vere e severe nei confronti di un sapere relativo al potere, commercializzabile e vuoto, anzi perverso: il sapere è come la ricchezza, può essere conquistato, o donato, o anche rapinato. C’è un sapere che dà potere e procura denaro, che viene “venduto” perché c’è chi ha interesse a “comprarlo”. Ma l’Essere – Verità non è il sovrastante potere che tutto può imporre nei confronti di chi sa nulla. È dono perfetto». Aprirsi a esso è gesto libero. La misura dell’accoglienza del dono non è importante, lo è la consapevolezza della nostra povertà esistenziale. Il dono è tanto più accolto quanto maggiore è l’esperienza della propria povertà. Malaguti la definisce, francescanamente, minorità. Contro l’umiltà di cui è modello Giovanni Battista, agisce chiunque, anche in ambito ecclesiale, «ruba conoscenza».

La dolcezza di Maurizio Malaguti diviene critica forte e amara in chi agisce contro lo Spirito e presume di impossessarsene: «Si possono rubare le conoscenze non meno degli ori e si possono rapire anche le formule della scienza metafisica e teologica. Ma certamente non si può rapire lo Spirito. Nessuno può afferrare lo Spirito... contrastarne il corso né condurlo dove vuole». Il pensiero di Malaguti ha alla base la positività incandescente dello Spirito. Nulla si perde nella vita, anche ciò che sembra caduco è recuperabile. I frammenti incompiuti dell’esistenza non vanno dispersi, sono segni di un compimento futuro.

La filosofia educa a vivere pensando, ad andare oltre la ripetitività di gesti quotidiani per coglierne il senso profondo. È rimando a quella che Simone Weil chiama l’attenzione. Essa è fragile, dipende da noi, che siamo poveri. Ma la percezione della povertà è ricchezza: «Siamo poveri di tutto, ma sappiamo di essere poveri e per questo possiamo volgerci, al di là delle nostre forze, al “non ancora sperato”». La coscienza della povertà diveniva in Malaguti altruismo. Egli ha vissuto quanto ha pensato e donato nel suo lungo e appassionato magistero. Ha coniugato la passione della ricerca con una umanità generosissima, ha trasmesso a generazioni di studenti l’amore alla ricerca e insieme l’accoglienza profonda di ogni sofferenza, problema, domanda esistenziale. In un totale rispetto dell’altro. È stato un vero maestro. Umile, soccorrevole. Ha voluto essere educatore anche di studenti detenuti nel carcere di Bologna. Con penetrante finezza i colleghi dell’Università di Bologna ne ricordano le rare doti di studioso e il contributo inestimabile alla ricerca ma anche il tratto affabile e gentile. Di una affabilità, diremmo, discreta e fortissima.

Maurizio Malaguti ha sintetizzato inconsapevolmente il suo cammino umano con parole dell’amato Rosmini: «La carità è paziente, sa attendere, vuole operare fino a condurre a una gioiosa fraternità. A tale scopo, Rosmini avverte che non è lecito illudersi di portare ad altri la salvezza (il che comporta l’evidente rischio della violenza ideologica o psicologica): la correzione fraterna è data dall’esempio. Chi vuole migliorare se stesso aiuta gli altri a fare altrettanto. Nel grande mare in tempesta si muovono correnti che portano il vitale ossigeno del cielo fino alle fosse più profonde e oscure. La cittadinanza celeste si rifrange così nelle città... e ci ricorda che non ci sono “patrie” quaggiù, ma “vie”».

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Da Avvenire del 02 marzo 2019

 

Alla scuola di sant’Ignazio per diventare autentici leader

FILIPPO RIZZI

Gesuiti ArturoSosaAbascalQuando la leadership per essere vera e per mostrarsi autorevole in difficili terreni e spesso non comunicanti tra loro come la spiritualità, il business, l’etica o addirittura il management si affida per essere efficace all’antico metodo del discernimento degli spiriti di sant’Ignazio di Loyola.

È in questo contesto – attualissimo, sia nel mondo religioso che in quello del business – che si inserisce il nuovo corso in leadership discernente organizzato dalla Curia generalizia della Compagnia di Gesù a Roma, in collaborazione con alcune tra le migliori business school al mondo collegate proprio alle realtà accademiche dei gesuiti: la McDonough School of Business dell’Università di Georgetown ( Washington), Le Moyne College, e Esade Business & Law School.

Scopo principale del percorso accademico che si chiuderà proprio in questi ultimi giorni di ottobre è quello di formare figure di alto livello all’interno della Chiesa e del mondo degli affari. «In un mondo in cui i valori sono compromessi e la realpolitik sembra sempre avere la meglio, – ha spiegato presentando la nuova iniziativa il preposito generale della Compagnia di Gesù, il venezuelano Arturo Sosa Abascal – dobbiamo sostenere coloro che difendono la verità, la giustizia a la libertà, i leader che credono nelle persone e in Dio». E ha puntualizzato l’attuale superiore dei gesuiti: «Il corso nasce con lo scopo di collaborare con i leader versoGesuiti Leader questi obiettivi, per far sì che questi possano guidare le loro organizzazioni e costruire un mondo diverso, dove i poveri siano aiutati a rialzarsi invece che schiacciati ed emarginati. Non è troppo tardi: possiamo ancora fare la differenza». Non è un caso che questo ambizioso progetto sia rivolto a dirigenti ecclesiastici, funzionari dei Dicasteri vaticani, superiori generali delle varie Congregazioni e Ordini religiosi, sia uomini che donne, ai gesuiti e ai partner laici che occupano posizioni di leadership. Con l’evolversi del programma, vi è la volontà di estendere questo metodo anche ai dirigenti d’azienda in tutto il mondo. «Con l’aumentare delle complessità a livello globale, abbiamo bisogno di leader che in tutte le organizzazioni siano pronti ad applicare i migliori strumenti, tecniche e logiche per risolvere i problemi più urgenti che la società ci pone, che siano capaci di gestire con successo il cambiamento e aggregare le persone per il bene comune», ha affermato Paul Almeida, preside della McDonough School of Business dell’Università di Georgetown. I partecipanti hanno trascorso due settimane a Roma nella sede della Curia gesuitica acquisendo le conoscenze di management e leadership più avanzate così come gli insegnamenti ignaziani. «La Chiesa ha così tanto da offrire, così tanta saggezza che può essere ampiamente applicata se combinata con le moderne competenze imprenditoriali» è stata la riflessione di padre John Darnis, consigliere generale per il discernimento e la pianificazione apostolica della Curia dei gesuiti.

Gesuiti Ignazio LoyolaUn metodo quello del discernimento ignaziano che come ha scritto recentemente il gesuita e scrittore de La Civiltà Cattolica Francesco Occhetta è «capace di distinguere le voci del cuore che ci abitano per poter fare scelte libere, responsabili e consapevoli». E a questa pedagogia ignaziana appresa proprio tra i banchi di scuola dei padri gesuiti hanno sempre fatto spesso riferimento, in fondo, due ex allievi divenuti autentici leader in campo economico e non solo come Carlo Azeglio Ciampi e Mario Draghi.

ETICA & FINANZA

A Roma un corso promosso dalla Compagnia di Gesù è sorto per formare grazie al metodo del discernimento figure di alto livello all’interno della Chiesa e del mondo degli affari. Tra le priorità: l’attenzione al bene comune

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Da Avvenire del 28 ottobre 2019

«Noi siamo della stessa stoffa di cui sono fatti i sogni»

Lʼarcipelago delle voci

Stessa stoffa dei sogni

Roberto Mussapi

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Tempesta Shakespeare Miranda The Tempest JWW: è una frase svelante, la pronuncia il mago Prospero in un momento culminante della Tempesta di Shakespeare. La ripeto, spesso, ma non a caso. È un cardine del pensiero poetico e della visione magica del mondo.

Prospero, duca di Milano esiliato su un’isola caraibica, magica, popolata di voci, paragona la nostra natura umana a quella dei sogni: impalpabili, per definizione, incerti.

Appaiono e si dileguano, tale è la sostanza dell’uomo.

Prospero sta indicando anche la realtà della scena, del teatro, che d’incanto fa apparire storie, eventi, tragedie, tutte destinate a svanire nel nulla quando cala il sipario. La tempesta è una commedia romanzesca, in cui assistiamo a una divisione del mondo tra due gruppi di uomini, che culmina con una violenta bufera, evento drammatico, dal quale però ha inizio un miracoloso processo di riconciliazione.

La fiaba del mago Prospero e della figlia Miranda sull’isola caraibica, dei nemici sulla nave colpita dall’uragano, è una storia di perdita e riconciliazione. Shakespeare non va equivocato, è un mago, e un artefice di teatro, come Prospero: non sta affermando che la nostra vita è inesistente, ma al contrario che non è esclusivamente fisica, corporea. Ha la stessa verità, indubitabile, del sogno.

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Da “Avvenire” del 17/01/2019 - Pagina A01

Nell’Immagine: John William Waterhouse (1849–1917), Miranda—The Tempest. 1916.

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- 8 maggio 2014

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