Buona giornata !
PRIMA ITINERA:

Gl'infiniti pensier mie d'error pieni

Gl'infiniti pensier mie d'error pieni

Gl'infiniti pensier mie d'error pieni, negli ultim'anni della vita mia, ristringer si dovrien 'n un sol che sia guida agli etterni suo giorni sereni.

Rime (Michelangelo)/286


 

 

 

Alla scuola di sant’Ignazio per diventare autentici leader

FILIPPO RIZZI

Gesuiti ArturoSosaAbascalQuando la leadership per essere vera e per mostrarsi autorevole in difficili terreni e spesso non comunicanti tra loro come la spiritualità, il business, l’etica o addirittura il management si affida per essere efficace all’antico metodo del discernimento degli spiriti di sant’Ignazio di Loyola.

È in questo contesto – attualissimo, sia nel mondo religioso che in quello del business – che si inserisce il nuovo corso in leadership discernente organizzato dalla Curia generalizia della Compagnia di Gesù a Roma, in collaborazione con alcune tra le migliori business school al mondo collegate proprio alle realtà accademiche dei gesuiti: la McDonough School of Business dell’Università di Georgetown ( Washington), Le Moyne College, e Esade Business & Law School.

Scopo principale del percorso accademico che si chiuderà proprio in questi ultimi giorni di ottobre è quello di formare figure di alto livello all’interno della Chiesa e del mondo degli affari. «In un mondo in cui i valori sono compromessi e la realpolitik sembra sempre avere la meglio, – ha spiegato presentando la nuova iniziativa il preposito generale della Compagnia di Gesù, il venezuelano Arturo Sosa Abascal – dobbiamo sostenere coloro che difendono la verità, la giustizia a la libertà, i leader che credono nelle persone e in Dio». E ha puntualizzato l’attuale superiore dei gesuiti: «Il corso nasce con lo scopo di collaborare con i leader versoGesuiti Leader questi obiettivi, per far sì che questi possano guidare le loro organizzazioni e costruire un mondo diverso, dove i poveri siano aiutati a rialzarsi invece che schiacciati ed emarginati. Non è troppo tardi: possiamo ancora fare la differenza». Non è un caso che questo ambizioso progetto sia rivolto a dirigenti ecclesiastici, funzionari dei Dicasteri vaticani, superiori generali delle varie Congregazioni e Ordini religiosi, sia uomini che donne, ai gesuiti e ai partner laici che occupano posizioni di leadership. Con l’evolversi del programma, vi è la volontà di estendere questo metodo anche ai dirigenti d’azienda in tutto il mondo. «Con l’aumentare delle complessità a livello globale, abbiamo bisogno di leader che in tutte le organizzazioni siano pronti ad applicare i migliori strumenti, tecniche e logiche per risolvere i problemi più urgenti che la società ci pone, che siano capaci di gestire con successo il cambiamento e aggregare le persone per il bene comune», ha affermato Paul Almeida, preside della McDonough School of Business dell’Università di Georgetown. I partecipanti hanno trascorso due settimane a Roma nella sede della Curia gesuitica acquisendo le conoscenze di management e leadership più avanzate così come gli insegnamenti ignaziani. «La Chiesa ha così tanto da offrire, così tanta saggezza che può essere ampiamente applicata se combinata con le moderne competenze imprenditoriali» è stata la riflessione di padre John Darnis, consigliere generale per il discernimento e la pianificazione apostolica della Curia dei gesuiti.

Gesuiti Ignazio LoyolaUn metodo quello del discernimento ignaziano che come ha scritto recentemente il gesuita e scrittore de La Civiltà Cattolica Francesco Occhetta è «capace di distinguere le voci del cuore che ci abitano per poter fare scelte libere, responsabili e consapevoli». E a questa pedagogia ignaziana appresa proprio tra i banchi di scuola dei padri gesuiti hanno sempre fatto spesso riferimento, in fondo, due ex allievi divenuti autentici leader in campo economico e non solo come Carlo Azeglio Ciampi e Mario Draghi.

ETICA & FINANZA

A Roma un corso promosso dalla Compagnia di Gesù è sorto per formare grazie al metodo del discernimento figure di alto livello all’interno della Chiesa e del mondo degli affari. Tra le priorità: l’attenzione al bene comune

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Da Avvenire del 28 ottobre 2019

Pietas

Il Filottète (in greco ΦιλοκτήτηςPhiloktètes), è una tragedia di Sofocle, composta nel 409 A.C. che prende il nome dal su oprotagionista.Filottete morente olio Vincenzo Baldacci

Filottete (gr. Φιλοκτήτης, lat. Philoctetes e Philocteta) è un eroe greco che, per avergli eretto e acceso la pira sul monte Eta, aveva ottenuto in premio da Eracle, un arco con le frecce avvelenate. Durante la guerra di Troia, a causa di una ferita infetta e puzzolente provocatagli da una vipera, Filottete viene abbandonato sull’isola di Lemno per dieci anni ad opera dei suoi compagni in viaggio per la guerra contro Troia.

La guerra era scoppiata dopo che, a Sparta, Paride era riuscito, con l’aiuto di Afrodite, a sedurre e rapire Elena. Paride prese parte alla guerra come arciere (nell’Iliade duella con Menelao) e, con una freccia diretta da Apollo, uccide Achille colpendolo nell’unico punto vulnerabile, prima di essere ucciso da una freccia di Filottete.

In seguito al vaticinio di Eleno [Eleno (gr. Ελενος) eroe della mitologia greca, figlio di Priamo ed Ecuba, indovino e guerriero] che, catturato da Ulisse, aveva rivelato ai Greci che per ottenere la vittoria dovevano far tornare Filottete con l’arco di Eracle, i Greci gli mandano Diomede e Neottolemo a riprenderlo: l’oracolo aveva svelato ai Greci che senza l'arco di Filottete Troia non sarebbe mai caduta e la battaglia, per vincere la quale Filottete era stato abbandonato, causa la sua incolpevole condizione, deprimente per l’esercito, non sarebbe stata mai vinta.

Diomede e Neottolemo (Quest’ultimo figlio di Achille) vengono incaricati di recarsi sull’isola di Lemno al fine di recuperare ad ogni costo l'arco di Filottete. Sofocle propone Odisseo come un personaggio crudelmente orientato ad ingannare Filottete per recuperare l’arco ed incarica il giovane Neottolemo di fingersi con Filottete in contrasto con i capi greci per farsi consegnare l'arco. Neottolemo recupera l’arco e lo consegna ad Odisseo salvo tuttavia alla fine pentirsi, motivo per cui riconsegna l’arco a Filottete.

Claude Gellée detto Lorrain (il Lorenese), nato nel 1600 a Champagne (in Lorena) apprende e pratica la pittura soprattutto in Italia, a Roma, ove vive la maggior parte della sua vita artistica e dove è anche sepolto, nella Chiesa di san luigi dei Francesi, sede di una delle più importanti opere di Caravaggio (il ciclo pittorico di San Matteo – L’ispirazione, la vocazione e il martirio di San Matteo), che, con il suo manierismo e realismo, unitamente al classicismo di Raffaello, aveva costituito la scuola che Lorrain traduce in un’opera che lo ha reso il più importante autore, in Italia e in Europa, di paesaggi ch’egli ricompone in uno scenario ideale anche ricorrendo a figure mitologiche.

Filottete Il Guado LorraineLorrain coniuga la sua fortuna artistica a paesaggi connotati da una «luminosità chiara e diffusa che contribuisce a creare un’atmosfera idillica e pacificata [Philippe Daverio – La Storia dell’Arte – Vol. X, pag. 66]». In quest’orizzonte artistico e narrativo è l’idea della Pietas, tuttavia quella negata, il soggetto del Guado, in cui campeggia un episodio della mitologia greca, l’incontro tra Paride ed Enone, la ninfa che, pur innamorata dell’eroe troiano, che l'aveva precedentemente abbandonata, per questo motivo si rifiuta di curarlo dalle atroci ferite che Filottete gli aveva inflitto con le frecce avvelenate.

Proprio quel Filottete che viene evocato nel 1600 per aver determinato la tragica sorte di Paride, che a quella sorte, la donna, la sua amante abbandonata, aveva a sua volta crudelmente lasciato, e che, invece, in un’opera del 409 A.C., ossia in epoca largamente precristiana era stato egli stesso a beneficiare di un atto come quello di Neottolemo che aveva a lui destinato un gesto di Pietas proprio non abbandonandolo (né tanto meno ingannandolo) ferito sull’isola di Lemno.

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In foto: (In alto a destra: Filottete di Vincezo Baldacci, 1783 circa - In basso a sinistra: Il Guado di Claude Gellée detto Lorrain )

La speranza affidata al perdono

Dentro questa misteriosa e inconsapevole attesa di essere guardati con pietà, si dischiude lo spiraglio che fa domandare perdono [pagina 37La Speranza Oltre Le Sbarre

]

«Ha risposto all’appello di conversione di Papa Francesco che in occasione dell’Anno della Misericordia aveva lanciato ai detenuti [pagina 19]»

Nelle sue piccole agendine scriveva: «S.T.D.». Un’antica sigla, che si sviluppa in «Sub tutela Dei». Per oltre vent’ann

Anche se su versanti diametralmente opposti, la questione del perdono riguarda sia le vittime che i carnefici: non nel senso di costringere gli uni ad entrare in rapporto con gli altri, quanto nel dover fare i conti ciascuno con la propria inconsolabile pena. [pagina 66]i questa frase era stata tradotta così: «Sotto la protezione di Dio», dimenticando che «tueor» riconduce anche a «sguardo», quindi: «sotto lo sguardo di Dio [pagina 45]»

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Da: «La Speranza oltre le sbarreViaggio in un carcere di massima sicurezza, di Maurizio Gronchi – Angela Trentini – Ed. San Paolo

Malaguti, la dolcezza paziente della carità

Malaguti FilosofoA tre mesi dalla scomparsa del filosofo cattolico che ha formato generazioni di studenti all’Università di Bologna, un ritratto inedito ne mette in luce la sapienza interiore. Con Rosmini diceva: «Non è lecito illudersi di portare ad altri la salvezza (il che comporta l’evidente rischio della violenza ideologica o psicologica): la correzione fraterna è data dall’esempio»

EMANUELA

GHINI

Di Maurizio Malaguti (1942-2018), docente di Ermeneutica filosofica all’Università di Bologna, presidente del Centro Studi Bonaventuriani di Bagnoregio, membro della Académie des Sciences, Arts e Belles Lettres di Dijon – il richiamo è solo ad alcune delle sue impegnative attività culturali – si parlerà nelle sedi adatte. Ma a tre mesi esatti dalla morte è importante, per la missione educativa che egli ha svolto tutta la vita con invitta dedizione, richiamare alcune linee dell’uomo e del pensatore che hanno animato il suo percorso esistenziale e aperto orizzonti di sapienza e di bellezza ai suoi discepoli.

Laureatosi in filosofia teoretica con Teodororico Moretti-Costanzi (1967) Maurizio Malaguti ne è stato assistente volontario fino al 1973; poi assistente ordinario di Filosofia della religione (1973 -1985), in seguito professore associato prima (1985 2003), straordinario poi (2003- 2006) di Ermeneutica filosofica.

Fin da giovane questo discepolo di Moretti – Costanzi rivelava una maturità singolare, una luminosa fede in Cristo, il coraggio garbato ma fermo di esprimere convinzioni non sempre condivise dal maestro, come il valore del matrimonio e del perdono. Studioso dei padri della Chiesa e dei dottori medievali, in particolare di Agostino, lo pseudo Dionigi Areopagita, Bonaventura, ne attinse i criteri di una ricerca che in ambito filosofico si estese da Schopenhauer a Rosmini, da Nietzsche ad Heidegger, da Hegel a Blondel... Verità e libertà sono temi che segnano tutta la sua opera, dedicata alla metafisica classica e cristiana, rivisitata con la sensibilità di oggi. La sua ricerca filosofica ha ottenuto riconoscimenti anche da molte insigni università europee.

Cifra emblematica del pensiero di Malaguti può essere lo studio Il nuovo e l’antico: in veritatem. Primo maestro dell’uomo è lo Spirito (Gv 3.8). Nella sua imprendibilità senza limiti di spazio e di tempo forma la persona nella sua singolarità unica. Nasce da una sapienza originaria, unisce ogni frammento di vita, diviene sillaba e parola di discorsi aperti a una sapienza incompiuta, un futuro irraggiungibile. Un cammino di poveri incapaci di percepire l’immenso che li contiene, ma portati da esso. «Filosofia è accogliere in libertà lo Spirito che dona rifrazioni di luce, vivifica e trasfigura ». È pensare.

«Lo Spirito porta in noi le tracce di mondi lontani». Malaguti attinge dai suoi maestri il criterio di una ricerca che impegna tutto l’uomo ma è dono da accogliere, non fine da perseguire.

Per Bonaventura la percezione di Dio è intuizione che comprende conoscenza intellettuale e sensibile. È un incontro totalizzante. Per Rosmini la radice dell’ intelligenza è il cuore. Il cuore – che in senso biblico comprende intelligenza e sensibilità – si oppone agli idoli del volgo, che enfatizzano le possibilità umane – potremmo vedervi il pelagianesino –, e agli idoli dei filosofi, che separano il pensiero dalla vita: potremmo vedervi lo gnosticismo. Rosmini educa a “ricordare”, cioè riportare al cuore ciò che è essenziale. Heidegger sembra suggerire vie nuove che superino lo stesso pensiero. Il predominio della conoscenza scientifica giustificherebbe l’oblio di una realtà che preceda il pensiero. Ma l’oblio non annulla la realtà. Sulla stessa linea, Moretti – Costanzi afferma la differenza tra conoscere e intelligere, vedere dentro, intuizione che va oltre le apparenze. È la distinzione tra scienza e sapienza, già affermata da Agostino e dalla scuola francescana e sottesa all’esperienza di tutti i mistici. Diremmo: di chiunque pensi in profondità, prima di tutto gli artisti, e tutti i cercatori di bellezza.

Per Malaguti pensare è accedere al profondo di sé, al fondamento – non psicologico – che costituisce la persona. È accoglienza dello Spirito. «Lo Spirito ci visita nel suo impeto e nella sua dolcezza, nel suo silenzio e nello splendore della sua unica gloria». La vera conoscenza non attiene alla ricchezza di quanto si può sapere, ma alla «direzione del nostro sapere». Diremmo: alla sua qualità.

Malaguti ha parole realisticamente vere e severe nei confronti di un sapere relativo al potere, commercializzabile e vuoto, anzi perverso: il sapere è come la ricchezza, può essere conquistato, o donato, o anche rapinato. C’è un sapere che dà potere e procura denaro, che viene “venduto” perché c’è chi ha interesse a “comprarlo”. Ma l’Essere – Verità non è il sovrastante potere che tutto può imporre nei confronti di chi sa nulla. È dono perfetto». Aprirsi a esso è gesto libero. La misura dell’accoglienza del dono non è importante, lo è la consapevolezza della nostra povertà esistenziale. Il dono è tanto più accolto quanto maggiore è l’esperienza della propria povertà. Malaguti la definisce, francescanamente, minorità. Contro l’umiltà di cui è modello Giovanni Battista, agisce chiunque, anche in ambito ecclesiale, «ruba conoscenza».

La dolcezza di Maurizio Malaguti diviene critica forte e amara in chi agisce contro lo Spirito e presume di impossessarsene: «Si possono rubare le conoscenze non meno degli ori e si possono rapire anche le formule della scienza metafisica e teologica. Ma certamente non si può rapire lo Spirito. Nessuno può afferrare lo Spirito... contrastarne il corso né condurlo dove vuole». Il pensiero di Malaguti ha alla base la positività incandescente dello Spirito. Nulla si perde nella vita, anche ciò che sembra caduco è recuperabile. I frammenti incompiuti dell’esistenza non vanno dispersi, sono segni di un compimento futuro.

La filosofia educa a vivere pensando, ad andare oltre la ripetitività di gesti quotidiani per coglierne il senso profondo. È rimando a quella che Simone Weil chiama l’attenzione. Essa è fragile, dipende da noi, che siamo poveri. Ma la percezione della povertà è ricchezza: «Siamo poveri di tutto, ma sappiamo di essere poveri e per questo possiamo volgerci, al di là delle nostre forze, al “non ancora sperato”». La coscienza della povertà diveniva in Malaguti altruismo. Egli ha vissuto quanto ha pensato e donato nel suo lungo e appassionato magistero. Ha coniugato la passione della ricerca con una umanità generosissima, ha trasmesso a generazioni di studenti l’amore alla ricerca e insieme l’accoglienza profonda di ogni sofferenza, problema, domanda esistenziale. In un totale rispetto dell’altro. È stato un vero maestro. Umile, soccorrevole. Ha voluto essere educatore anche di studenti detenuti nel carcere di Bologna. Con penetrante finezza i colleghi dell’Università di Bologna ne ricordano le rare doti di studioso e il contributo inestimabile alla ricerca ma anche il tratto affabile e gentile. Di una affabilità, diremmo, discreta e fortissima.

Maurizio Malaguti ha sintetizzato inconsapevolmente il suo cammino umano con parole dell’amato Rosmini: «La carità è paziente, sa attendere, vuole operare fino a condurre a una gioiosa fraternità. A tale scopo, Rosmini avverte che non è lecito illudersi di portare ad altri la salvezza (il che comporta l’evidente rischio della violenza ideologica o psicologica): la correzione fraterna è data dall’esempio. Chi vuole migliorare se stesso aiuta gli altri a fare altrettanto. Nel grande mare in tempesta si muovono correnti che portano il vitale ossigeno del cielo fino alle fosse più profonde e oscure. La cittadinanza celeste si rifrange così nelle città... e ci ricorda che non ci sono “patrie” quaggiù, ma “vie”».

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Da Avvenire del 02 marzo 2019

 

La bellezza e la scienza dell'uomo, come lo si può vedere anche oltre l'avanguardismo dei degli intellettuali illuministi

Per rassicurare il lettore e ribadire le ragioni del proprio impegno intellettuale; Beccaria scrive una pagina bellissima, nella quale l'illuminista enuncia il proprio ideale di conoscenza.Beccaria

Scrive Beccaria: «Ma cesserà la sorpresa ed il rimprovero per chi considera che la bellezza, la bontà l’utilità hanno la più grande affinità tra di loro, e che tutti questi modi o concetti della mente nostra finiscono, in ultima analisi, nell’amore della felicità: onde la morale, la politica, le belle arti, che sono le scienze del buono, dell’utile e del bello, sono scienze che hanno una più grande prossimità anzi una più estesa identità di principi di quello che taluno potrebbe immaginare: : queste scienze derivano tutte da una scienza sola e primitiva, cioè dalla scienza dell'uomo; né è sperabile che gli uomini giammai facciano in quelle profondi e rapidi progressi, se essi non s'internano a rintracciare i primitivi principi di questa».

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Tratto da Beccaria, Ricerche intorno alla natura dello stile, in Illuministi settentrionali, a cura di S. Romagnoli, Milano, Rizzoli, 1962, p.612, citato in Pietro Verri Teorico delle Arti.

«Noi siamo della stessa stoffa di cui sono fatti i sogni»

Lʼarcipelago delle voci

Stessa stoffa dei sogni

Roberto Mussapi

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Tempesta Shakespeare Miranda The Tempest JWW: è una frase svelante, la pronuncia il mago Prospero in un momento culminante della Tempesta di Shakespeare. La ripeto, spesso, ma non a caso. È un cardine del pensiero poetico e della visione magica del mondo.

Prospero, duca di Milano esiliato su un’isola caraibica, magica, popolata di voci, paragona la nostra natura umana a quella dei sogni: impalpabili, per definizione, incerti.

Appaiono e si dileguano, tale è la sostanza dell’uomo.

Prospero sta indicando anche la realtà della scena, del teatro, che d’incanto fa apparire storie, eventi, tragedie, tutte destinate a svanire nel nulla quando cala il sipario. La tempesta è una commedia romanzesca, in cui assistiamo a una divisione del mondo tra due gruppi di uomini, che culmina con una violenta bufera, evento drammatico, dal quale però ha inizio un miracoloso processo di riconciliazione.

La fiaba del mago Prospero e della figlia Miranda sull’isola caraibica, dei nemici sulla nave colpita dall’uragano, è una storia di perdita e riconciliazione. Shakespeare non va equivocato, è un mago, e un artefice di teatro, come Prospero: non sta affermando che la nostra vita è inesistente, ma al contrario che non è esclusivamente fisica, corporea. Ha la stessa verità, indubitabile, del sogno.

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Da “Avvenire” del 17/01/2019 - Pagina A01

Nell’Immagine: John William Waterhouse (1849–1917), Miranda—The Tempest. 1916.

Come può essere scritta, nell’altro, tutta la nostra storia

 

Gibran Porter stagione primavera 038

L’inverno si accumulò su di loro e la neve era sferzata dalle tormente. Dennis non tollerava un alito di freddo e se ne stava seduto dentro al forno, catarroso e musone, con una grossa sciarpa al collo. Rosaleen cominciò a non sopportare più i vestiti in quella cucina rovente e quando andava a lavorare nel fienile prendeva un’infreddatura dietro l'altra. Si lamentava di avere le mani rose fino all’osso dal gelo. Dennis se ne rendeva conto, o aveva intenzione di starsene seduto come un ciocco per tutto l’inverno, e dov’era l ragazzo che le aveva promesso di prendere per darle una mano con il lavoro all’esterno?

Katherine Anne Porter – Lo specchio incrinato

 

Katherine Anne Porter, nata Callie Russell Porter (Indian Creek, 15 maggio 1980 Silver Spring, 18 settembre 1980), è stata una giornalista, scrittrice e attivista statunitense.

 

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Kahlil Gibran

Said a BIade of Grass

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Said a bIade of grass to an autumn leaf,

«You make such a noise falling! You scatter all my winter dreams».

Said the leaf indignant, «Low-born and low-dwelling! Songless, peevish thing!
You live not in the upper air and you cannot tell the sound of singing».

Then the autumn leaf lay upon the earth and slept.
And when spring carne she waked again -and she was a bIade of grass

And when it was autumn and her winter sleep was upon her,
and above her through all the air the leaves were falling,
she muttered to herself, «O these autumn leaves! They make such a noise!
They scatter all my winter dreams».

 

                                                                                                                       * * *

 

Disse un filo d'erba

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Disse un filo d'erba a una foglia d'autunno:
«Fai un tale rumore cadendo! Spargi di qua e di là tutti i miei sogni invernali».

Disse indignata la foglia: «Tu, nato in basso, che in basso vivi!
Piccolo stizzoso, senza canti!
Tu non vivi nella regione superiore dell'aria e non puoi esprimere né suoni né canti».

Poi la foglia d'autunno giacque sulla terra e s'addormentò.

E quando fu primavera, si risvegliò: ed era un filo d'erba.

E quando ritornò l'autunno e il sonno dell'inverno fu sopra di lei,
e su di lei per tutta l'aria intorno cadevano le foglie, mormorò tra sé:
«Queste foglie d'autunno! Fanno un tale rumore!
Spargono e disperdono tutti i miei sogni».

 

Khalil Gibran (جبران خليل جبران Jibrān Khalīl Jibrān) (Bsharri, 6 gennaio 1883 – New York, 10 aprile 1931) è stato un poeta, pittore e filosofo libanese.

Libanese di religione cristiano-maronita emigrò negli Stati Uniti; le sue opere si diffusero ben oltre il suo paese d’origine: fu tra i fondatori, insieme a Mikha’il Nu’ayma, dell’Associazione degli scrittori, punto d’incontro dei letterati arabi emigrati in America. La sua poesia venne tradotta in oltre 20 lingue, e divenne un mito per i giovani che considerarono le sue opere come breviari mistici. Gibran ha cercato di unire nelle sue opere la civiltà occidentale e quella orientale. Fra le opere più note: “IlProfeta” e “Massime spirituali.

 


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- 8 maggio 2014

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