Con parole precise

Con parole precise

«Non pensate a un elefante!», ingiunge George agli studenti di scienze cognitive all'Università di Berkeley. Nessuno è mai riuscito ad eseguire il compito. Se dico a qualcuno di non pensare a un elefante, l'unica cosa che può accadere è che questo qualcuno pensi immediatamente all'immagine del pachiderma.

Gianrico Carofiglio - Con parole Precise

Chi ha inventato la Banca Etica?

Monte Di Pietà BresciaL’ANALISI

La pandemia rende chiaro, come già in altre fasi epocali, che l’economia non va demonizzata, ma convertita

Ecco perché alle banche serve una vera santità laica

Le grandi crisi sono sempre processi di 'distruzione creatrice'. Fanno cadere cose che fino a ieri sembravano incrollabili, e dalle ceneri fanno sorgere delle novità, prima impensabili. Lungo la storia i grandi cambiamenti istituzionali sono stati generati quasi sempre da dolori collettivi, da enormi ferite sociali che hanno saputo far nascere, qualche volta, anche una benedizione. Le guerre di religione tra cattolici e protestanti diedero vita nel Seicento alle Borse valori e alle Banche centrali in molti Paesi europei. La stessa fede cristiana non era più sufficiente a garantire gli scambi commerciali e finanziari in Europa. Occorreva allora creare una nuova fede e una nuova fiducia (fides), che fu offerta da nuove istituzioni economiche e finanziarie da cui fiorì il capitalismo. Nella seconda metà dell’Ottocento la rivoluzione industriale creò una grave crisi del credito: cattolici e socialisti risposero dando vita a banche rurali, banche cooperative e casse di risparmio. Nel Novecento le guerre mondiali ci hanno lasciato in eredità nuove innovazioni politiche e istituzionali (dalla Comunità Europea all’Onu), ma anche nuove istituzioni finanziarie (Bretton Woods). Come se soltanto nel grande dolore gli uomini fossero capaci, in quella notte, di guardare insieme e più in alto, sino a vedere, finalmente, le stelle.

Monasteri FrancescaniDopo il crollo dell’Impero romano i monasteri furono anche un evento economico. Mentre un mondo e una economia finivano, un nuovo mondo e una nuova oikonomiasi riedificavano dentro le mura delle abbazie: ora et labora. Quegli edificatori della nuova Europa capirono che non si sarebbe risorti senza resuscitare anche il lavoro e l’economia. E così, mentre salvavano i manoscritti di Cicerone e Isaia, salvavano anche antichi conii di monete, tecniche contabili, codici commerciali, statuti mercantili, e soprattutto fecero dei monasteri una rete europea di hub dove si svilupparono fiere, commerci, scambi, perché lì era custodita e alimentata la fides-fiducia. Dal Vangelo i monaci avevano capito che l’economia era troppo importante per la vita, e se non è messa al servizio della vita diventa essa padrona della vita. E se ne occuparono.

Nel Quattrocento, poi, il movimento francescano generò i Monti di Pietà, in uno degli episodi più interessanti e straordinari della storia economica europea, sebbene largamente sottovalutato e frainteso. I Monti di Pietà furono istituzioni decisive per le città italiane, per i poveri, per le famiglie e per l’economia nel suo insieme. Nascevano dalla predicazione, infaticabile, dei Frati minori osservanti, che a partire dalla metà del Quattrocento ne fondarono centinaia, soprattutto nel Centro e nel Nord Italia. Le città si stavano sviluppando e arricchendo, ma, come spesso accade, l’arricchimento di alcuni (i borghesi) non portava con sé la riduzione delle povertà bensì l’aumento. I francescani capirono che c’era un nuovo volto di 'madonna povertà' da amare, e senza indugio fecero nascere nuove banche, una nuova finanza che raggiungesse gli esclusi. E fecero qualcosa di sbalorditivo, che solo un carisma immenso come quello di Francesco poteva generare. Le banche, ieri molto più di oggi, erano icona dello 'sterco del demonio', erano i 'templi di mammona' immagine della lupa dell’avarizia. Francesco iniziò la sua storia dicendo 'no' a quel mondo del denaro, il no più radicale che si potesse immaginare e che sia stato mai immaginato in Europa. Le banche del tempo prestavano ai ricchi, e i poveri finivano spesso nelle mani degli usurai. La lotta all’usura fu la ragione della nascita dei Monti di Pietà.Banca Italia Bernardino da Feltre, Giacomo della Marca, Giovanni da Capestrano, Domenico da Leonessa, Marco da Montegallo e molti altri frati fecero della fondazione dei Monti la loro principale opera – alla fondazione del Monte di Firenze contribuì anche Savonarola. Fino al 1515 si contano sessantasei frati minori promotori di Monti di Pietà. Alcuni sono stati proclamati santi o beati. È stupendo che al centro dell’effigie di questi santi (ho recuperato personalmente quelle di Bernardino da Feltre e di Marco da Montegallo) ci fosse proprio il Monte di Pietà. Il simbolo di quella perfezione cristiana era proprio una banca, che da icona del peccato mortale diventava simbolo di santità cristiana. Come l’eucarestia, come i sacramenti, come il vangelo. Una laicità tutta biblica e evangelica, che abbiamo in buona parte perso con la modernità, e che lascia ancora senza fiato tutti coloro che (come me) credono che ci sono poche cose più 'spirituali' della partita doppia e di un cantiere di lavoro. Bernardino chiamava il Monte di Pietà: Monte di Dio: «Chi aiuta uno fa bene, chi due meglio, chi molti meglio ancora. Il Monte aiuta molti. Se dai denaro a un povero perché si compri il pane o un paio di scarpe, quando egli avrà speso il denaro, tutto è finito. Ma se quel denaro lo consegni al Monte aiuti più persone... Costruire chiese, comperare messali, calici, paramenti per le messe, è cosa santa, ma offrire denaro al Monte è più santo ancora. Non spendere denaro in pietre e calce, in chiese, perché tutto andrà in fumo, ma in ciò che non va perduto, cioè dando a Cristo nei poveri» (Sermoni di Bernardino da Feltre, vol. II). La nascita dei Monti è stato uno dei paradossi più affascinanti e generativi della storia europea. La spoliazione di Francesco, la sua rinuncia totale all’economia di suo padre Bernardone, il 'nulla possedere' e il 'sine proprio' generarono due secoli dopo delle banche. E vere banche erano, non istituti di beneficenza, tanto che la fondazione del primo banco di Ascoli Piceno nel 1458, in seguito alla predicazione di Marco da Montegallo, non è considerato da alcuni un vero e proprio Monte proprio per la mancanza del pagamento di un interesse sul prestito.

Il tema dell’interesse sul prestito è infatti centrale. Bernardino da Feltre fu il grande fautore della necessità della non totale grauità del prestito; o meglio, della tesi che perché la gratuità che animava la nascita del Monte potesse durare ed essere sostenibile era necessario pagare un interesse, sebbene il più basso possibile. La sua non fu una battaglia facile, perché ebbe come oppositori teologi e giuristi (molti domenicani) che accusavano i Monti di usura, proprio per il pagamento di un interesse maggiore di zero. Così sempre nei suoi Sermoni risponde Bernardino: «Considerata la cupidigia degli uomini e la poca carità, è meglio che chi ricorre al Monte paghi qualche cosa e sia servito bene, piuttosto che senza nulla pagare sia servito male. Vuoi essere servito male? Non pagare. In questo chi ha più esperienza di noi frati? Viene uno al convento, si presenta al portinaio e gli dice: sono disposto a lavorare il vostro orto gratuitamente. Va, e poco dopo chiede colazione. È giustoQuindi, in nome della gratuità, molti teologi di fatto impedivano la nascita dei Monti o la contestavano pubblicamente, come nel caso della fondazione del Monte di Mantova nel 1496. È questa una delle più importanti e convincenti dimostrazioni della differenza tra la gratuità e il gratis: un contratto, con il necessario pagamento, può contenere più charis (gratuità) di un atto di pura liberalità. La gratuità qui non coincide con il dono. La gratuità del Monte si esprimeva in molte altre cose: prestare a lungo termine (e non richiedere indietro il prestito entro un mese o una settimana, come facevano gli usurai), chiedere un tasso che coprisse solo le spese, prestare solo per reali necessità, se il mutuatario non riusciva a riscattare il pegno percepiva il di più che il Monte otteneva dalla vendita, prestavano possibilmente a tutti. Erano istituzioni senza scopo di lucro, o sine merito. Bernardino distingueva l’interesse che nasceva dal prestito (sbagliato) dall’interesse per il prestito (per consentire l’esistenza del Monte). In nome della pura gratuità alcuni Monti o non partirono affatto, o finirono in bancarotta presto o divennero proprietà di alcuni ricchi mercanti che mettendo il capitale per coprire le spese di gestione da bene di comunità lo trasformarono in bene privato.

Infine, impressionante è una tecnica retorica di quei frati minori, usata soprattutto da Marco da Montegallo. Per mostrare la gravità del prestare il denaro agli usurai, il beato confrontava il bene che si faceva prestando al Monte con la spropositata ricchezza che gli usurai ricavavano investendo quella stessa somma. Scriveva nella sua 'Tabula della salute': «È da sapere che cento ducati dati a trenta per cento l’anno, dopo cinquanta anni li detti cento ducati che furono il primo capitale, tra interessi et capitale montano e sommano: 49.750.556,7 ducati». Una somma enorme, frutto di anatocismo (interessi sugli interessi), che doveva colpire molto la fantasia dei suoi uditori - e la nostra. E convincerli. Quei francescani risposero così alla grave crisi del loro tempo, dando vita a nuove istituzioni bancarie. Lo fecero perché conoscevano i bisogni veri della gente, e quindi capirono che nelle grandi crisi occorre riformare l’economia e la finanza, e non solo temerle, facendo banche nuove, non solo criticando le vecchie.

Oggi siamo nel mezzo di una crisi mondiale di dimensioni non diverse dalle grandi crisi dei secoli passati. Serviranno nuove istituzioni, anche finanziarie e assicurative, capaci di gestire il durante e il dopo - Covid, che lascerà il mondo ancora più diseguale, con poveri ancora più poveri. Mentre pensiamo a queste novità, quell’antica creazione dei Monti ha delle importanti lezioni da darci. La prima riguarda la natura stessa dell’economia e della finanza. Le banche e il denaro sono creazioni umane, sono vita, non vanno demonizzate, perché se le demonizziamo diventano veramente demoni. Vanno trattate come si tratta la vita. Di fronte a una finanza che aumenta la povertà si può e si deve rispondere creando un’altra finanza che le riduce. Infine, questa splendida storia francescana ci suggerisce che anche oggi è probabile che i nuovi Monti di Pietà, certamente molto diversi da quelli del Quattrocento, non nasceranno dai ricchi mercanti e dai banchieri for - profit (che erano, sempre, i primi nemici delle fondazioni dei Monti), ma da chi conosce i poveri, li stima, li ama, perché ha ricevuto un carisma. Non necessariamente dai poveri, ma certamente dagli amici dei poveri. I frati non erano i proprietari dei Monti, erano solo i promotori, gli attivatori dei processi di creazione di quelle banche. Servono oggi nuovi 'francescani', conoscitori e amanti dei poveri, che invece di maledire l’economia e la finanza, ne facciano, semplicemente, una diversa. Una nuova santità laica, nuove 'effigi' con al centro imprese e banche.

Luigino Bruni

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La grande lezione della fondazione dei Monti di pietà ci dice oggi che non usciremo migliori da questa crisi se non daremo vita a nuove istituzioni, anche finanziarie

La nascita dei Monti, promossa dai frati, è stato uno dei paradossi più affascinanti e generativi della storia europea

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Da Avvenire del 08 novembre 2018

Il tempo è ciò che ne facciamo

ALESSANDRO ZACCURI

Thomas Girst Il TempoTre figli ancora piccoli, un lavoro che lo impegna cinquanta ore alla settimana, quattro insegnamenti universitari sparsi per l’Europa e, oltre a tutto questo, la scrittura di saggi, articoli e libri. L’elenco delle attività in cui è coinvolto aiuta a capire quanto, per Thomas Girst, il tempo sia davvero una questione personale. Manager culturale di Bmw dal 2003, l’autore tedesco ha presentato ieri a Ivrea, nell’ambito del festival 'La Grande Invasione', Tutto il tempo del mondo (add, traduzione di Daniela Idra. Pagine 192. Euro 16), una riflessione nella quale confluiscono racconti dal vero, dati delle più recenti ricerche scientifiche, aneddoti e ricordi. Con un unico obiettivo: cercare di comprendere come mai il tempo sembra non bastarci più, non bastarci mai. «In realtà - avverte Girst - il tempo è sempre ciò che ne facciamo».

Dovremmo imparare a usarlo meglio?

Chi si lamenta per la mancanza di tempo soffre di scarsa autoconsiderazione, di incertezza. Non sa che cosa vuol fare, né che cosa si sente in dovere di fare. Ma ciascuno di noi ha una vocazione ed è tenuto a realizzarla per quanto gli è possibile. Intelligenza, idee e visione d’insieme non contano nulla in confronto alla perseveranza necessaria per portare a termine un simile compito. Questo, almeno, è quanto sosteneva Steve Jobs.

Sì, però è percezione comune che il mondo vada sempre più di fretta.

La Terra ha ruotato su sé stessa alla medesima velocità per cinque miliardi di anni prima che gli esseri umani la trasformassero nell’habitat confortevole che ora stiamo distruggendo. Una volta che si riesce a comprendere e ad accettare che questo pianeta è l’astronave con cui viaggiamo nel cosmo, occorre tenere a mente l’avvertimento di Marshall McLuhan: «Sulla nave spaziale Terra non ci sono passeggeri. Siamo tutti parte della ciurma». Impariamo molto presto ad amare la velocità: dal momento in cui impariamo a camminare e a correre, direi, e dall’istante in cui in nostri genitori ci prendono per mano e ci fanno ruotare in aria. Nell’accelerazione e nella velocità non c’è nulla di sbagliato, almeno finché non mette in pericolo le nostre vite. La virtù da coltivare è la consapevolezza o, meglio, quella che oggi chiamiamo mindfulness.

Nel libro lei però rivendica anche l’importanza della lentezza nei processi creativi: come stabilire un accordofra queste due istanze?

La ricerca dell’equilibrio interiore è un elemento fondamentale, così come lo è l’esperienza personale di ciascuno. Più scaviamo in noi stessi, trovando il coraggio di esplorare il nostro paesaggio interiore, più facilmente individuiamo la misura che ci appartiene. Siamo noi stessi a tenere in pugno le chiavi di questa armonia, come ci ha insegnato santa Teresa d’Avila.

C’è chi sostiene che la tecnologia ci sottragga molto del tempo che dovrebbe farci risparmiare. Lei che ne pensa?

Penso che la tecnologia, non diversamente dalla carta o da una forchetta, possa essere buona o cattiva. Nelle società occidentali la tecnologia dei social media è uno strumento straordinario, che può semplificare la vita, favorire e rafforzare la democrazia in termini di accesso alle informazioni e ai servizi e quindi, sì, liberare molto tempo da impiegare in altri modi. Detto questo, accade troppo spesso che le grandi aziende della Silicon Valley introducano algoritmi che hanno il compito di distrarre gli utenti. La monetizzazione della scoperta fortuita (la cosiddetta serendipity) è uno dei peggiori espedienti di cui il turbocapitalismo si è dimostrato capace. E la sorveglianza attuata per via tecnologica rischia di spianare la strada alle più spietate violazioni dei diritti umani, come sta accadendo nella regione cinese dello Xinjiang con la detenzione illegale di oltre un milione di uiguri.

Di tempo si è parlato molto anche durante il lockdown: che cosa potremmo imparare dalla pandemia?

Sinceramente, considero una fortuna il fatto che questo libro sia uscito in Germania un anno prima della tragedia della Covid-19. Sono un ottimista e, di conseguenza, sono molto riconoscente per non essere stato colpito da perdite irreparabili. Credo che abbia ragione Yuval Noah Harari, quando sostiene che il coronavirus può portarci a dare il meglio di noi stessi. In piena emergenza Arundhati Roy ha scritto che la pandemia è come un portale attraverso il quale non si ritorna affatto alla normalità, comunque la si voglia intendere, né alle ingiustizie, agli orrori, alle terribili sofferenze che gli esseri umani continuano a infliggersi. Al contrario, questo portale va varcato per entrare in un mondo migliore, in vista del quale dobbiamo essere disposti a combattere tutti insieme.

InTutto il tempo del mondolei rievoca molti episodi storici. Qual è il suo preferito?

Il capitolo che amo di più è quello in cui racconto del postino Ferdinand Cheval, che tra il 1879 e il 1912 costruì da solo il suo 'palazzo ideale'. Nel 2015 ho noleggiato un’auto a Marsiglia e mi sono diretto a Hauterives, nel sud-est della Francia, per visitare questo Palais Idéal che avevo sempre voluto visitare e del quale intendevo scrivere nel libro. Ma ci sono così tante storie che si fanno avanti non appena si cominciano a fare ricerche su un determinato argomento o anche solo a parlarne con gli amici.

Nel libro ci sono anche molti riferimenti alla religione: come mai?

Ho descritto processioni e chiese, è vero, e mi sono soffermato sulla musica di Bach, che è quanto di più vicino alla percezione della presenza di Dio si possa avere sulla terra. Penso che dipenda dal fatto che ho frequentato una scuola cattolica e che sono stato chierichetto per più di dieci anni. Tutto questo ha significato molto nella mia vita.

E i suoi molti impegni attuali?

Non me ne faccio un vanto e non me ne lamento. L’esistenza diventa molto noiosa se non ci si spinge mai fuori dai dintorni di noi stessi, se non ci si avventura ai limiti del possibile. La vita non è un tentativo, non è una prova come a teatro. Non possiamo permetterci di spendere giornate intere o addirittura intere settimane senza fare nulla. La mia principale occupazione quotidiana consiste nel coltivare il dubbio e nell’evitare di prendermi troppo sul serio. Gli impegni ci sono, è vero, ma rappresentano un ostacolo superabile, indipendentemente dalle condizioni in cui ci troviamo. Io, per esempio, ho imparato a scrivere i miei libri sfruttando principalmente i viaggi aerei sulle lunghe distanze. Bisogna concentrarsi sulle proprie passioni: è questo che rende bella la vita.

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A colloquio col saggista tedesco e manager culturale della Bmw sulle lancette che corrono e sembrano togliere spazio alle nostre esistenze «Ognuno ha una vocazione ed è tenuto a realizzarla Non ci possiamo permettere di spendere giornate senza fare nulla»

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Da Avvenire del 29 agosto 2020

Così i giovani sognano gli adulti testimoni credibili e in ascolto

UN’AGENDA DOPO IL SINODO / 9

Nella 'Christus vivit' il Papa ridisegna i ruoli. Con più reciprocità e comprensione

Così i giovani sognano gli adulti testimoni credibili e in ascolto

Giovani Adulti 01Le gerarchie ormai si sono indebolite, i ragazzi costituiscono una costante provocazione al confronto e all’apertura, spazzando via molte formalità

ALESSANDRA SMERILLI SERGIO MASSIRONI

Chi è l’adulto? Participio passato del verbo adolescere, è sinonimo di 'cresciuto': in quasi tutte le culture è apparso desiderabile giungere a una reale maturità, e così il passaggio verso il mondo delle responsabilità è stato ritualizzato in una festa. Invece sono in molti a rilevare come oggi, almeno in Occidente, essenziale sia rimanere o ritornare giovani, se possibile per tutta la vita. A livello antropologico si tratta di una deregulation senza precedenti. Non è più definito che cosa sia proprio di ogni generazione e ciò che ci si debba aspettare dalle diverse età. Ognuno può prendersi il ruolo dell’altro. Le possibilità di ciascuno si moltiplicano, così come una competizione in cui chiunque può rivelarsi avversario. Per il cristianesimo si tratta dell’implosione di un rapporto tra le generazioni apparentemente imprescindibile per la trasmissione della fede: in famiglia e poi in comunità gerarchicamente strutturate i grandi educano i piccoli alla vita, introducendo a un ordine spirituale che si vorrebbe riflesso in quello sociale. Sebbene in qualche angolo del pianeta sembri funzionare ancora, internet materializza ovunque lo scardinamento di quel modello, connettendo ormai 'orizzontalmente' ragazzi e adulti a ogni latitudine, senza distinzione di ruoli e identità. Non deve dunque sorprendere che, in ambito cattolico, persino il Sinodo dei vescovi si orienti a non concepire più i giovani semplicemente come 'destinatari' della fede: non c’è semplicemente un messaggio da trasmettere da chi sa a chi non sa, ma un’esigenza continua di convertirsi insieme alla novità del Vangelo. Potremmo allora legittimamente chiederci: i giovani hanno ancora bisogno degli adulti? In che cosa possiamo aiutarli? Come ci interpella questo tempo? Ci sono questioni che investono la fede stessa in cui i millennials stanno evidentemente facendo da apripista e come da enzimi nel corpo sociale. Intensa, ad esempio, è generalmente la loro sensibilità per la cura della casa comune, nelle sfide che riguardano il rispetto per il creato e la necessità di cambiamento nei nostri comportamenti quotidiani. Durante un incontro sul rapporto tra economia e ambiente, ad esempio, un ragazzino di 12 anni interviene raccontando a tutti che quest’anno in quaresima ha vissuto il digiuno dalla plastica. Alla domanda: «Ma cosa vuol dire?», così risponde: «Ogni sabato vado a fare la spesa con mia mamma e vigilo su come fa gli acquisti, chiedendole con insistenza di limitare la plastica, in modo da scegliere confezioni ecologiche e materiali riciclabili». D’altra parte, gli Giovani Adulti 02adolescenti che fanno notare al loro prete come i foglietti della preghiera avrebbero potuto esser stampati fronte – retro e su carta riciclata sono gli stessi che vanno sollecitati con un certo vigore affinché non trasformino in una discarica lo scenario alpino in cui stanno pranzando al sacco. L’adulto, insomma, rimane determinante a strutturare in habitus ciò da cui mente e cuore sono attratti, favorendo e accompagnando il passaggio dall’entusiasmo a convinzioni che muovono poi i comportamenti reali. Il punto, forse, è riconoscere la circolarità delle sollecitazioni: anche dal più piccolo, sempre più spesso, si è messi in questione e chiamati a crescere ancora. In questo il contesto contemporaneo si dimostra realmente nuovo. Più si trascorre tempo incontrando i ragazzi e i giovani del nostro Paese, più ci si rende conto che verso i loro adulti di riferimento essi costituiscono una costante provocazione al confronto e all’apertura. Dove le gerarchie si sono indebolite e i ruoli sono diventati sempre più interscambiabili, la sostanza delle parole e dei comportamenti è la vera questione. In questo, spazzando via molte formalità, i giovani esercitano a propria volta una propria maieutica, che chiede a chi li ha preceduti di venire nuovamente o maggiormente alla luce. Durante una conferenza sui temi della finanza due adolescenti si stavano dimostrando attentissimi. Erano collaboratori di Radio Immaginaria, un network dei ragazzi. Dialogando con loro a margine dei lavori arrivano importanti domande: «Che cosa possiamo dire ai nostri genitori per convincerli ad essere più consapevoli di come usano il denaro? Come possiamo far capire loro che non possono lamentarsi di un mondo che non funziona, se poi loro stessi con le loro scelte contribuiscono a farlo andare così? Si dice che noi giovani non siamo interessati ai grandi temi, per esempio all’economia e della finanza, ma quanto dipende dal modo in cui ci vengono trasmessi?». Domande a degli adulti, sugli adulti: l’incontro tra generazioni rimane quindi imprescindibile, a condizione che includa l’interlocutore e divenga uno scambio. In realtà, il cambiamento d’epoca ci riconduce così ai fondamentali dell’educazione. Adulto è chi si assume la responsabilità di ciò che dice e di ciò che fa, del mondo così come è configurato, della sua bellezza e delle sue miserie. Sa di non sapere, riconosce il proprio potere e i suoi limiti: quelli strutturali, ma anche quelli necessari a dare agli altri spazio e respiro. Fragile, limitato, in movimento, l’adulto fa una proposta, si posiziona, si colloca con un carattere proprio nella complessità. È il contrario del bambino che scalpita, si gonfia e grida pretendendo di esser tutto e di ottenere tutto. Non è rigido, perché della realtà conosce le sfumature e l’instabilità: la sua coerenza non è ostentazione di principi, ma duttilità e costanza, partecipazione ai problemi altrui, affidabilità. Di fronte alle domande dei giovani, l’esortazione Christus Vivit (CV) di papa Francesco lancia un appello alla Chiesa che per essere credibile ai loro occhi «a volte ha bisogno di recuperare l’umiltà e semplicemente ascoltare, riconoscere in ciò che altri dicono una luce che la può aiutare a scoprire meglio il Vangelo. Una Chiesa sulla difensiva, che dimentica l’umiltà, che smette di ascoltare, che non si lascia mettere in discussione, perde la giovinezza e si trasforma in un museo. Come potrà accogliere così i sogni dei giovani?» (n. 41).

Giovani Adulti 03La prima generazione del nuovo millennio non vuole fare a meno o liberarsi di noi adulti, anzi. Il punto è che molte volte non riusciamo a interagire, perché le aspettative reciproche non si incrociano. Vorremmo che fossero pronti ad ascoltare quello che abbiamo da dire e da trasmettere e loro si aspettano, piuttosto, di trovarsi davanti a persone che li comprendano, che li guardino con fiducia e che li sollecitino nelle loro potenzialità e nel superamento di difficoltà e disagi. È capitato durante una lezione con diverse classi di licei e di istituti tecnici di Matera. Ci eravamo preparati, volevamo dare il meglio di noi; abbiamo cercato di arrivare con una presentazione ben fatta e accattivante; rischiavamo di parlare troppo. Fino a quando una insegnante ha chiesto la parola: possiamo mostrarvi quel che abbiamo realizzato noi? I ragazzi hanno cominciato, allora, a condividere la loro preparazione al nostro evento: in modo più originale e innovativo si sono fatti portavoce, gli uni verso gli altri, dei principali messaggi che noi adulti intendevamo trasmettere. E allora, perché chiamare dei relatori? La risposta non ha tardato a venire, con un momento di dialogo insieme ai ragazzi. Domande precise, puntuali, profonde: chiedevano una testimonianza credibile, aiuto, speranza e racconti di vita. «Siamo chiamati a investire sulla loro audacia ed educarli ad assumersi le loro responsabilità» (DF 70): a questo ci richiama il Sinodo. «Si tratta prima di tutto di non porre tanti ostacoli, norme, controlli e inquadramenti obbligatori a quei giovani credenti che sono leader naturali nei quartieri e nei diversi ambienti. Dobbiamo limitarci ad accompagnarli e stimolarli, confidando un po’ di più nella fantasia dello Spirito Santo che agisce come vuole» (CV230).

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In alcune questioni che investono la fede, come il rispetto del Creato e la cura della casa comune, i Millennials stanno facendo da apripista. Ora dobbiamo lasciarci interpellare da loro Non c’è più un messaggio da trasmettere tra generazioni, ma un’esigenza di convertirsi insieme alla novità del Vangelo

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Da Avvenire del 13 agosto 2019

Mauri, l’insostenibile vacuità di Re Lear

MICHELE SCIANCALEPORE

Sito Blog Re Lear 01C’era una volta un Re che aveva tre figliole e voleva sapere quale di loro l’amasse di più. Sembra l’incipit di una fiaba sentimentale. In realtà è l’inizio di un funesto dramma elisabettiano che parte da un attacco di vanità per finire nella più assoluta e disgregante vacuità. Infatti il monarca in questione pretende di quantificare e valutare l’amore filiale in base alla pomposità degli orpelli verbali delle dichiarazioni delle figlie così poi da abdicare, dividere il reame e distribuirlo in parti direttamente proporzionali all’ars retorica delle tre discendenti, due delle quali faranno a gara a chi formalizza le più iperboliche e ampollose esternazioni d’amore, mentre la terza si rifiuterà di partecipare all’ipocrita tenzone e dirà: «Niente!». Lei sarà pertanto ripudiata e cacciata perché «niente nasce dal niente», sentenzia il regale padre ferito nel suo narcisistico affetto; mentre le altre due sorelle si spartiranno l’eredità tutta. Il re si illuderà poi di poter trascorrere la sua avanzata terza età coccolato e vezzeggiato a turno dalle due figlie a parole amorevoli e accoglienti ma in realtà ben presto pronte a disfarsi di un così lunatico peso che quindi si ritroverà solo e in compagnia della propria disperazione, impazzirà, tardi si ravvederà e amaramente si pentirà prima di morire di dolore dopo aver visto perire l’unica figlia che l’amava davvero, quella parca di parole ma schietta di cuore.

Ma chi può essere così insulso e pazzo da avanzare una tale astrusa e infantile richiesta, smembrare in questo modo così capriccioso e irrazionale un regno, svilire la propria autorevolezza e immiserire la propria vecchiaia? C’è un solo personaggio in grado di compiere una siffatta matta, sciagurata premessa alla disfatta: l’anziano protagonista della più rovinosa e ineluttabile delle tragedie shakespeariane, King Lear dove tutto è definitivamente nero e funereo e in cui si celebra il morire in tutte le sue declinazioni e involuzioni. A partire dalla vecchiaia qui sinonimo di stoltezza e contrario di sapienza: «Non dovevi diventare vecchio prima di diventare saggio», dirà con una battuta fulminante il fool a Lear ormai demente e depotenziato di ogni virtù. Ma la decadenza fisica, morale, sociale, relazionale, lo sfacelo, il senso di finitudine, fragilità e decrepitudine investe non solo l’anziano re ma in pratica tutti i personaggi, in primis il Conte di Gloucester, il quale anche lui si scaglia empiamente contro il figlio buono ingannato dall’altro figlio illegittimo. Persino la parola è svuotata, un involucro sterile e falso sulla bocca di Goneril e Regan, le due loquaci figlie o un “logos” che non può avere più veritiera forma come dimostra l’afasia dell’onesta Cordelia. Quindi per sostenere in teatro l’insostenibile vacuità di Re Lear ci vuole una buona dose di incoscienza oppure bisogna essere Glauco Mauri il quale, dopo aver già sopportato quest’onere interpretativo nel 1984 e nel 1999, ha debuttato al Teatro della Pergola di Firenze e ha affermato: «Questa è la volta giusta perché Re Lear dovrebbe avere più di 80 anni e io ne ho 89».

Sito Blog Re Lear 02Al di là del dato anagrafico c’è un’altra coincidenza e sintonia molto più profonda che permette all’artista pesarese di comunicare una verità interpretativa di inusitata bellezza: la compassione, nel senso autentico di saper soffrire all’unisono col personaggio. Le fragilità, le meschinità, le sofferenze, i limiti fisici, mentali e morali di Lear sono vissuti da Mauri con un’empatia tale da creare un apparente paradosso: leggerezza nella gravità. I toni sono infatti spesso flebili, i movimenti limitati e controllati, certo per ragioni di età, ma anche per trasformare in strazio interiore l’urlo e il furore di almeno due delle scene che richiederebbero un violento dispendio di energie, la tempesta con la furia della natura e del senno e il finale con l’agnizione della morte di Cordelia. Lineare, chiara ma non superficiale è anche la regia di Andrea Baracco come sempre ricco di idee che valorizzano le peculiarità immaginifiche del teatro. Questo allestimento, che dopo Firenze sarà dal 21 gennaio al 2 febbraio al Teatro Eliseo di Roma, colpisce dal punto di vista scenografico per la grande cubitale scritta «King Lear» che sovrasta ingombrante e mutevole come il carattere del suo protagonista, così come imponente era l’enorme mantello con cui Mauri - Lear entrava in scena nello spettacolo del 1999. L’impostazione registica di Baracco mira argutamente alla semplicità e all’evocazione simbolica con la divisione del palco in due duttili spazi principali uno sopra l’altro e una mega - corona che prevedibilmente ma efficacemente viene fatta calare alla fine dall’alto e ingabbia l’unico superstite della tragedia mentre immagini di sgretolamento vengono proiettate sottolineando un po’ pleonasticamente l’idea di una «terra desolata».  Re Lear è uno spettacolo corale e infarcito di sotto - trame, pertanto apprezzabile è anche il lavoro della compagnia tutta tra cui spicca quello dell’immarcescibile Roberto Sturno pienamente calato nei panni di Gloucester pur con qualche esubero di energia e di Dario Cantarelli, un «Matto» sorprendentemente fuori da ogni stereotipo. Coerenti tutti gli altri anche se non mancano toni eccessivamente isterici che producono momenti di saturazione. Nel complesso uno spettacolo che, come giustamente osserva Baracco, riesce a riflettere «la luce sotto il nero della tragedia, la luminosità della conoscenza ».

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TEATRO/ 1 Il grande attore 89enne: «Finalmente ho l’età giusta per interpretare il monarca shakespiriano». Ottima, puntuale e scrupolosa la regia di Andrea Baracco che del testo sottolinea «la luce sotto il nero della tragedia, la luminosità della conoscenza»

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Da Avvenire di domenica 19 gennaio 2020

Corte di Cassazione a Sezioni Unite sul divieto di maternità surrogata

Stop alla trascrizione in Italia degli atti dello stato civile di StatiMaternità Surrogata 02 che all’estero riconoscono la qualità di genitori a chi abbia praticato la maternità surrogata.

Le Sezioni in cui si articola la Corte di Cassazione decidono adottando orientamenti potenzialmente anche diversi sulla medesima tipologia di questioni esaminate. In vista dell'uniforme applicazione della legge è prevista una speciale procedura mediante la quale la Cassazione decide a Sezioni Unite ossia regolando ipotesi tra loro omogenee, con un orientamento univoco e, perciò, particolarmente stabile.

E’ questo il caso di una decisione, la n. 12193 del 08 maggio 2019, intervenuta su una materia di estrema delicatezza, come la maternità surrogata.

L’intervento si è determinato in seguito a un iniziale «ricorso alla Corte d'appello di Trento, per sentir riconoscere, ai sensi della L. 31 maggio 1995, n. 218, art. 67, l'efficacia nell'ordinamento interno del provvedimento emesso il 12 gennaio 2011 dalla Superior Court of Justice dell'Ontario (Canada), con cui era stato accertato il rapporto di genitorialità tra il R. ed i minori, e per sentirne ordinare la trascrizione negli atti di nascita di questi ultimi da parte dell'ufficiale di stato civile del Comune di Trento».

Poiché «l'ufficiale di stato civile, con atto del 31 maggio 2016, aveva rifiutato di trascrivere quello oggetto della domanda, con cui era stata riconosciuta la cogenitorialità del R. e disposto l'emendamento degli atti di nascita» la Corte d’Appello di Trento, all’uopo interpellata, «con ordinanza del 23 febbraio 2017» ha accolto la domanda.

Maternità SurrogataMateria del contendere nelle situazioni proprie della tipologia di quella in oggetto è sempre la possibilità o meno di riconoscere l'efficacia in Italia del provvedimento straniero sul presupposto della sua compatibilità con l’ordine pubblico internazionale. Su questo argomento si fonda, tra gli altri, il ricorso proposto dal Pubblico Ministero, dal Ministero dell'interno e dal Sindaco di Trento alla Corte di Cassazione avverso la citata ordinanza, la quale aveva ritenuto conforme all’ordine pubblico «il provvedimento con cui il Giudice canadese» che riconosceva a M.C. ed A., già dichiarati figli di M.L., il medesimo status nei confronti di R.R. «con il quale i minori non hanno alcun legame biologico». L’ordinanza si era fondata su principio espresso dalla pronuncia della Corte di Cassazione, Sez. I, del 30 settembre 2016, n. 19599, che, tuttavia, riguardava «un minore generato da due donne, a ciascuna delle quali egli risultava legato da un rapporto biologico, in quanto una di esse lo aveva partorito, mentre l'altra aveva fornito gli ovuli necessari per il concepimento mediante procreazione medicalmente assistita», restandosi sostanzialmente nel quadro della fecondazione artificiale eterologa. Quindi nulla che abbia a che vedere con il caso ci occupa, riconducibile, invece, alla surrogazione di maternità, laddove «una donna presta il proprio corpo (ed eventualmente gli ovuli necessari al concepimento) al solo fine di aiutare un'altra persona o una coppia sterile a realizzare il proprio desiderio di avere un figlio, assumendo l'obbligo di provvedere alla gestazione ed al parto per conto della stessa, ed impegnandosi a consegnarle il nascituro» oltre che a rinunciare preventivamente a qualsiasi diritto nei confronti dei minori, in un quadro di totale assenza di legame biologico tra il sedicente genitore ed il nato dichiarato nel certificato di nascita.

La corte di Cassazione ha ravvisato nell'ordinanza impugnata un essenziale errore commesso nel seguire il ragionamento seguito dalla Sezione I, 19599/2016 che, invece, per i motivi sopra spiegati, non è «suscettibile di estensione al caso in esame, il cui unico punto di contatto con la fecondazione eterologa è rappresentato dall'estraneità alla coppia di uno dei soggetti che hanno fornito i gameti necessari per il concepimento, dal momento che la gestazione ed il parto non hanno avuto luogo nell'ambito della coppia, ma con la cooperazione di un quarto soggetto» e, per queste ragioni, la Corte a Sezioni Unite ha cassato l’ordinanza impugnata decidendo anche nel merito della questione che ne costituiva l'oggetto.

Ma la sentenza segna un decisivo passo avanti anche nella direzione propria del rapporto tra normativa di diritto interno e normativa internazionale, in questi ultimi anni, talvolta, contrassegnata da un’immotivata sudditanza della prima rispetto alla seconda quando, invece, come precisato dalla Corte, appunto a Sezioni Unite, ossia in modo tale che su questo punto non vi sia più difformità di orientamento, vi è «un profilo importante della valutazione di compatibilità, rimasto forse in ombra nelle enunciazioni di principio delle precedenti decisioni, ma dalle stesse tenuto ben presente nell'esame delle fattispecie concrete, ovverosia la rilevanza della normativa ordinaria, quale strumento di attuazione dei valori consacrati nella Costituzione, e la conseguente necessità di tener conto, nell'individuazione dei principi di ordine pubblico, del modo in cui i predetti valori si sono concretamente incarnati nella disciplina dei singoli istituti».

Il diritto alla vita dal concepimento alla morte naturale architrave di ogni società che voglia dirsi pienamente umana (Mauro Barsi)

Mauro BarsiDomenica 27 ottobre alla SS. Annunziata a Firenze c'è stata la festa di Agata Smeralda, con il cardinale Giuseppe Betori. Il presidente Mauro Barsi ha tracciato un bilancio dell'anno passato e dell'attività svolta fino ad oggi.

 

Mauro Barsi Agata Smeralda

 

Carissimo Mauro come dici tu “sempre avanti!”

 

https://www.youtube.com/watch?v=LR14mjaJUO4#action=share Mauro Barsi Agata Smeralda Onlus

La tecnologia e gli antichi mestieri, un’antinomia che è uno stereotipo

IMprese nuove tecnologieAntichi mestieri, rischio estinzione

Cna: «Poco attrattivi per i giovani». Ma c’è chi resiste: ecco le storie

di ROSSELLA CONTE

UN TEMPO c’erano l’arrotino, il calderaio, lo stagnino o i canestrai. Antichi mestieri che si tramandano di generazione in generazione ma che ora sono a rischio estinzione perché considerati poco attrattivi per i giovani. Secondo un’indagine svolta da Cna sulla base del Registro nazionale delle imprese storiche sono solo 112 le aziende nella città metropolitana, per la precisione 35 nell’agricoltura, 28 nel commercio, 18 nell’artigianato, 17 nell’industria e 14 nei servizi. «L’artigianato soffre di scarsa attrattività verso i giovani e di difficoltà nel ricambio generazionale» spiega Fabrizio Cecconi, direttore generale di Cna Firenze. Infatti, le imprese attive nel settore dei mestieri più antichi, come per esempio intaglio del legno o lavorazione del vetro, continuano ad esistere ma hanno vita non facile. Un’indagine della Camera di Commercio di Milano ne ha contate, nel 2018, 7.142 a Firenze che danno lavoro a 13.222 addetti con un business di 737 milioni all’anno. «I dati in Italia e in Toscana sono in calo – prosegue Giacomo Cioni, presidente Cna Firenze – mentre a Firenze, rispetto allo scorso anno, resta stabile. La strada però è tutta in salita». Ma ci sono anche aziende che ce la stanno mettendo tutta e che resistono nonostante le difficoltà grazie a strategie di diversificazione e internazionalizzazione. E’ il caso della Giusto Manetti Battiloro: l’impresa, a conduzione familiare (Bernardo, Lorenzo, Jacopo, Niccolò, Bonaccorso e Angelica Manetti costituiscono la 15ª generazione), produce foglie d’oro e d’argento seguendo i metodi di una volta ma, allo stesso, utilizzando tecnologie tra le più all’avanguardia nel mondo. Oggi hanno con 130 dipendenti e 27 milioni di fatturato. I Pestelli sono un’altra famiglia che fa scuola: la storia inizia nel 1908 quando Edoardo Pestelli dà vita a quella che, attraverso i figli Luigi e Francesco, il nipote Luigi fino ad arrivare al bisnipote Tommaso, è diventata la Pestelli Creazioni. Una gioielleria con la G maiuscola che oggi esporta le sue creazioni in tutto il mondo da Parigi a New York. Una passione che si tramanda di padre in figlio anche quella di Fedeli Restauri: sono restauratori dal 1899 quando Fedele Fedeli aprì il laboratorio che, passando al figlio Luigi, poi al nipote Andrea e quindi al pronipote Tommaso, è oggi la Fedeli Restauri. Quattro generazioni e oltre un secolo di conservazione, restauro e valorizzazione di beni culturali: l’azienda nel 2010 ha partecipato persino all’Expo di Shanghai e nel 2015 all’Expo di Milano in quanto Eccellenza del restauro in Italia. Con 5 milioni di immagini è uno degli archivi più importanti al mondo, tutelato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali: l’Archivio storico Foto Locchi. Tutto inizia nel 1924 con il fotografo Tullio Locchi. Dopo la sua morte a proseguire l’attività sono la vedova con un collaboratore, Silvano Corcos che ben presto fa sì che la bottega si affermi come 

IMprese Antiche 310px Pont du gard

«fotografo ufficiale» della città. Da Silvano alla figlia Deanna con il marito Giampaolo Ghilardi e da loro, oggi, alla figlia Erika: la storia continua.

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Da La Nazione del 21 marzo 2019

È boom per la manifattura: in 5 anni crescita del 63,8%

CATERINA MACONI

Diecimila persone sono state assunte in aziende manifatturiere milanesi dal 2012 al 2017. Un incremento del 63,8% che mostra come il comparto stia vivendo un momento storico positivo, nonostante le difficoltà dell’economia italiana. Entrando nello specifico: le attività manifatturiere hanno prodotto 5.400 posti di lavoro nel 2017, erano 4.800 nel 2014. Un segno più importante, anche perché la manifattura ha compiuto importanti passi nell’ultimo decennio, sotto il segno dell’innovazione e supportata dalla tecnologia. Tecnologia che quindi non ha sottratto occupazione ma ha giocato il ruolo di driver, in grado invece di crearla. Sono alcuni dei dati emersi nello studio del Centro studi Pim e di Stefano Micelli, presidente dell’advisory board Manifattura Milano, spiegati ieri a Palazzo Marino durante l’incontro di presentazione del 'Manifattura Milano camp', che si terrà domani negli spazi di via D’Azeglio 3 dalle 11 alle 19 nell’ambito della Milano Digital Week. Un appuntamento voluto dall’amministrazione in collaborazione con Milano Luiss Hub dove saranno messe a confronto le esperienze e le storie di botteghe storiche, nuovi artigiani digitali, designer, FabLab e imprenditori 4.0 per testimoniare e promuove le opportunità offerte dalla manifattura digitale. Che è una manifattura nuova, che si distanzia molto da quella del passato: è connessa con il mondo della cultura, del turismo e del commercio, intreccia nuove relazioni con il consumatore e con il territorio, potendo fare leva sul turismo e sulla presenza di fiere ed eventi. E che punta sulla tecnologia grazie a forti link con la ricerca e con i makerspace e 'FabLab' cittadini.

Imprese Antiche Interno Fonderia Marinelli e1413637589785 659x297«Manifattura Milano camp si inserisce nella più ampia strategia dell’amministrazione per incentivare il ritorno della manifattura leggera in città con l’obiettivo di creare buona occupazione», ha commentato ieri alla presentazione dell’evento l’assessore al Lavoro Cristina Tajani. Non tutte le imprese manifatturiere italiane si sono già adeguate alle opportunità offerte dalla tecnologia. Ieri hanno portato la loro testimonianza tre realtà milanesi che stanno vivendo fasi diverse del percorso di affiancamento tecnologico: la gioielleria Rino Merzaghi del 1870, legata alla tradizione dell’alto artigianato e abituata a realizzare creazioni con macchinari che risalgono all’Ottocento, si sta affacciando ora a questo mondo. Storia diversa per Fontana Milano 1915, attiva nella pelletteria, che da tempo fa affidamento sull’innovazione. E per SuperForma, specializzato nella creazione di prototipi e artefatti di grandi volumi mediante la stampa 3D. Manifattura Milano Camp ospiterà anche l’Official Arduino Day 2019, il compleanno di Arduino, la piattaforma open-source che ha sviluppato un metodo di apprendimento basato sul fare e mirato a rendere accessibili le tecnologie più complesse.

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Le attività milanesi del comparto hanno prodotto 5.400 posti di lavoro nel 2017, erano 4.800 nel 2014 La tecnologia non ha sottratto occupazione, anzi è stata un volano per lo sviluppo delle realtà storiche e per quelle di nuova 

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Da Avvenire del 18 marzo 2019

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- 8 maggio 2014

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