Il merito e la sharing economy

Sine merito: senza merito. Era questo il nome con cui tra Medioevo e Modernità venivano chiamati i pr

imi Monti di pietà, quelle protobanche popolari create e promosse dai francescani dell’Osservanza. Per sottolineare la loro natura di istituzioni umanitarie o filantropiche, si negava la presenza del merito. 

Qualche secolo prima, Bernardo di Chiaravalle descriveva la passione di Cristo come: donum sine pretio, gratia sine merito, charitas sine modo: dono senza prezzo, grazia senza merito, amore senza misura. Per dire dono escludeva il prezzo, per dire amore eliminava la misura, per dire grazia negava il merito. Merito prezzo misura, da una parte; dono grazia carità, dall’altra.Bruni sharing economy

Queste distinzioni e opposizioni hanno retto l’ethos e la spiritualità dell’Occidente per molti secoli, finché la cultura capitalista, con la sua nuova religione pelagiana e quindi meritocratica, ci ha finalmente convinto che tutte quelle parole fossero invece dalla stessa parte, amiche e alleate; che il dono andasse insieme al prezzo, che merito fosse un nome nuovo dell’amore, che la grazia/gratuità fosse utile solo se presente nella 'giusta' (e microscopica) misura, come nei vaccini dove si introduce nel corpo una minuscola dose di virus per immunizzarci da esso.

Si comprende allora che il tema della gratuità è profondamente legato a quello della libertà: che cosa resta della libertà nostra e di quella degli altri se, in realtà, nel cuore delle nostre azioni c’è un padrone che pagando ci fa fare quello che vuole – il primo a essere liberato in ogni superamento delle religioni retributive, ieri e oggi, è Dio stesso, che finalmente esce dai palazzi dei re e degli imperatori e viene ad abitare in mezzo a noi.

L’incentivo è oggi lo strumento principale con il quale il culto capitalistico sta eliminando la gratuità dal mondo degli uomini – grazie a Dio, di gratuità ce ne sarà sempre molta nella natura, nel sole, nel cielo, nella vita degli animali, nella pioggia e nella neve, nei bambini.

Ogni culto idolatrico tende, infatti, all’eliminazione di ogni dimensione intrinseca nelle nostre azioni. Finché facciamo qualcosa perché ci crediamo o perché ci piace, non siamo ancora prigionieri degli idoli. L’ideologia dell’incentivo produce esattamente lo svuotamento delle dimensioni intrinseche dell’azione, perché assegnando un prezzo a ogni cosa e a ogni atto, finisce per espellere la gratuità dal mondo.

L’incompatibilità tra la gratuità e l’ideologia dell’incentivo non sta nell’opposizione gratis-pagamento (c’è molta gratuità dentro molti rapporti retti da contratti e regolati da prezzi, e ci sono molti servizi resi gratis che non hanno alcuna gratuità).

Ma, come sempre, per capire che cosa sta accadendo anche in questo affascinante e variegato mondo della sharing economy, bisogna essere capaci di vedere i suoi effetti non-intenzionali, che sono quelli più importanti.

Due mondi ben distinti e retti da logiche ben diverse: gratuità e profitto. Oggi si sta sviluppando una terza via: per andare in vacanza possiamo essere ospitati anche da famiglie sconosciute; per cenare fuori ci sono persone che organizzano cene per noi; per viaggiare c’è anche una rete che associa domanda e offerta di passaggi in auto; e molto altro ancora: basta pagare qualcosa. Il mercato continua a fare il suo mestiere, offrendo scambi di mutuo vantaggio, che consentono incontri tra persone che non si sarebbero mai incontrate senza questi nuovi mercati 'collaborativi', che funzionano grazie alla combinazione di socialità e profitto

Per la gratuità non ci sono organizzazioni di categoria, sindacati, né tanto meno politici di riferimento. E così nessuno si muove. E non ci accorgiamo che anche sull’altro lato della sharing economy è in atto una 'distruzione creatrice', che avvenendo su beni comuni e senza diritti di proprietà, si compie nell’indifferenza o tra gli applausi, e qualche volta è accolta con lo stesso entusiasmo con cui l’imperatore azteco Montezuma accolse lo spagnolo Cortés, pensando che fosse ritornato il loro dio (Quetzalcoatl).

Quando il mio vicino di casa inizia a organizzare a casa sua cene a pagamento, ciò che accade è la creazione, invisibile ma realissima, di un 'costo opportunità'. Anche se non farò il mio home restaurant, quella creazione di prezzo agisce anche su di me. Perché quando farò i miei conti per calcolare il costo di una cena con sette amici, non userò il costo di mercato degli ingredienti, ma il maggiore 'costo opportunità' della cena dei vicini.

E magari, un giorno, concluderò che costa troppo, e rinuncerò a questa socialità gratuita, o comincerò a chiedere un prezzo – o quantomeno un rimborso spese. Altri continueranno a invitare amici a cena, con lo sconto del 50% sul prezzo della cena simile nell’appartamento accanto. E presteremo la casa a un nostro parente con uno sconto dell’80% sul prezzo corrente nella sharing economy delle abitazioni. Noi ci sentiremo generosi, e loro penseranno di aver ricevuto un dono. E i poveri saranno sempre più esclusi dalle case, dai viaggi, dai pasti, emarginati da una cultura che non vuole più nulla e nessuno sine merito.

Presto questi nuovi mercati sociali saranno regolati e diventeranno mercati come tutti gli altri. Nel frattempo, però, avremo ancora ridotto il campo della gratuità, e avremo sempre meno amici.

Nel libro di Giobbe, il Satan non vince la sua scommessa, perché Giobbe è capace di continuare a essere giusto 'per nulla', gratuitamente.

Per oltre duemila anni la sua vittoria è stata anche la nostra, e siamo stati capaci di invitare a cena qualcuno 'senza ricompensa'. Ma se domani, un altro angelo farà un altro giro in cerca di qualcuno capace di gratuità, riuscirà a trovare un nuovo Giobbe sulla nostra terra del merito, dell’utile e dell’incentivo?

 

Seneca De Beneficiis

La gratuità è la grande sfida del nostro tempo e, per ora, la stiamo perdendo.

Soprattutto perché non ne capiamo la portata. Persino la 'sharing economy' può diventare, senza volerlo, una distruzione creatrice di quanto resta della gratuità

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Per la lettura integrale dell’articolo cfr. Avvenire del 12 marzo 2017 – di Luigino Bruni SUL CONFINE E OLTRE/8 DILAGA LA SOCIALITÀ A BUON MERCATO E CI TRADISCE - Ma il futuro è senza merito